Giammarco Di Biase, “Taverna” (Fallone Editore, 2026) — Anteprima editoriale

Proposta a cura di Massimo D'Arcangelo

 

Giammarco Di Biase (Foggia, 1993) è giornalista e operatore culturale. Scrive di letteratura e collabora con il Corriere del Mezzogiorno e Poetarum Silva. Alcune sue poesie e testi di critica sono apparsi su riviste come Avamposto, Atelier, Inverso e L’anello Critico con uno studio su Alessandro Ceni.
Ha esordito nel 2023 con la raccolta S’aggrinza un astro (Ensable). Nel 2025 viene pubblicata la sua seconda silloge Solo le bestie (Marco Saya Edizioni).

 

 

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Taverna di Giammarco di Biase è il risultato di una scrittura nevrile e agglutinante, che si libra sul livello del poetico attraversando un meticciamento linguistico e atmosferico, il cui esito finale si rivela compatto e in cui si assiste a un’antropologia percepita nel suo punto di abbassamento e disfacimento. «È spietata, perfino spaventosa l’umanità “narrata” da Giammarco di Biase: un coacervo di individui grotteschi, alienati e proprio per questo decisamente veri», scrive Roberto Masi nella prefazione. Un’opera impregnata di surrealismo rivisitato e riattivato originalmente, fortemente impressiva, che fa del verso uno strumento di disvelamento dell’artificio di mimesi della stessa umanità.

 

 

 

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I

 

Quanto alle porte
un vento chiamava gli altri a entrare,
fangosi prima ancora che il legno
bruciasse con una gemma
gli avanzi della loro vergogna.
Lei – l’unica a non presentarsi – si sentiva si scuoteva
nel fantoccio della luna, un capestro
dato in sorte agli anni della lunga attesa,
somigliante alla sfera gettata
sugli infissi ventosi. E avvenne in questo modo,
erano tutti brutti e bassi, tranne lei
che con uno scroscio di pioggia nel ventre
sferzò le botti di vino dove dentro
tutti si erano rabbuiati. Anche io ero brutto
ma lei era venuta
e di fronte mi fece osservare una finestra
così tanto cara da sentire la paura.

 

 

 

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II

 

C’erano tutti e tu eri distratta
chissà in quale contenuto? Una
latrina di stelle dove i brutti poggiavano
i piedi, ubriachi ma sempre svegli
in attesa del tuo schiaffo. Finito
in questo posto, anche io, con le mani
ferme a una canzone, con le gotte
che abbracciano gli anni, non ti guardai
lambiccare il fil di ferro. È
la tua storia, quando inizierai a parlare
in realtà parlerò
io per l’occhio epistolare che ci tiene lontani.

 

 

 

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III

 

Un vecchio sordo grida il tuo nome
all’interno del suono, sbriciolando
ogni cosa che chiude le porte. Sente
rimbombare un prefisso che ora si allena,
ora si sradica dal tuo albero. Fai ritorno –
dice la calamita di cerume attirata
da candele per svelare il mistero.
A tutto segue la grande beffa della manovra,
toccandosi l’udito il povero centenario
ritorna a me, l’impostura di lana che
naviga nel suo orecchio. A guardarmi
sdentato sono i bambini dentro di
lui, ancorati al tuo sesso, estremo, rosso,
che mi taglia la lingua.

 

 

 

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© Fotografia di proprietà dell’autore.