Ferruccio Benzoni e il canzoniere dell’amnesia: l’arte di scolpire l’assenza

«Oltre il sonno, oltre la veglia», la nuova rubrica critica a cura di Pietro Romano

 

Il volume “Con la mia sete intatta” (Marcos y Marcos, 2021), a cura di Dario Bertini e con introduzione di Massimo Raffaeli, nonché in quarta di copertina una nota a firma di Francesco Scarabicchi, raccoglie tutta la produzione poetica di Ferruccio Benzoni (Cesenatico, 1949-1997). Come osserva Raffaeli, la poesia di Benzoni sfugge a ogni tentativo di definizione nel quadro della tradizione italiana novecentesca. La ragione di ciò sembra essere molteplice: se da un lato appare manifesto il rifiuto di adesione ai dettami della tradizione lirica novecentesca, dall’altro la poesia di Benzoni si sottrae finanche all’influenza della neoavanguardia. Essa appare collocarsi in una dimensione letteraria atipica, capace però di rivendicare la propria riconoscibilità letteraria attraverso processi di recupero e rivitalizzazione del quotidiano, apparentemente scevri da intellettualismi di sorta e ciononostante calati in operazioni di cesello linguistico raffinati e singolari. Persino la restituzione lirica sembra mappata da un certo labor limae, attraverso cui Benzoni, come osservato da Galaverni, opera mediante un principio di restituzione: la lingua viene come epurata da tutti quegli elementi che potrebbero risultare inquinanti ai fini della trasposizione poematica per essere invece restituita come prodotto di un meticoloso lavoro di cesello, dal quale non mancano virtuosismi e ibridazioni linguistiche.

L’io lirico sembra da un lato essere dilaniato dall’aspirazione a lavorare la lingua come fosse una materia continuamente plasmabile e talora difficile a portarsi a definitivo compimento, dall’altro ad abbandonarsi a una melanconia e a una mestizia di fondo, che poi costituiscono la materia magmatica della realtà quotidiana. Nonostante quanto osservato poco sopra, l’opera di Benzoni appare caratterizzata da importanti echi della tradizione poetica novecentesca. Di Montale, per esempio, traspare l’impossibilità del “miracolo”, oltre che l’attenzione al dato materico come correlativo oggettivo; di Pasolini il vitalismo esasperato e la tendenza a fare della parola poetica un luogo di aperta contraddizione; di Sereni la visione della scrittura come medicamento e la concezione di un linguaggio poetico maggiormente contaminato dal reale e vicino alla narratività.

Pregevole la lettura del “Canzoniere infimo e altri versi”, il cui titolo rimanda, senz’altro, a un’ampia tradizione, dettando alcuni motivi di carattere tematico, anzitutto l’aspetto confessionale e la circolarità di molteplici elementi costitutivi dell’immaginario poetico dell’autore. Così scrive Raffaeli:

“[…]La vicenda poetica di Benzoni ha forma circolare, gli elementi costitutivi vi ritornano sempre e fatalmente ribaditi, approfonditi. La sua storia è la storia di un orfano per cui i versi sono il tramite di una ricerca necessariamente frustrata, nella dizione vibrante che risuona da un vuoto, dalla perdita di sua madre avvenuta nel luglio del 1967, perdita doppiata dall’improvvisa scomparsa di Sereni nel febbraio del 1983 […]”

La sezione “A un tu non ipotetico e caro” fa riaffiorare l’immagine fantasmatica della madre, alla quale il poeta sembra destinare una consolatio, premurandosi di rasserenarla laddove il confine fra la vita e la morte impedisca di sapere del figlio e della sua quotidianità nonostante la perdita subita: “Ma solo poesie tu scrivi? Chi sa/ se poesia solo. Io scrivo. Se poi/ parli, mi chiedi, allora io vivo.”

Il vitalismo del poeta, ribadito nella terzina, pare accompagnarsi a un senso di impostura e inadeguatezza rispetto alla scrittura poetica. La poesia è dettata dal bisogno di colmare i vuoti cui l’io è tentato di abbandonarsi, senza rimedio. L’opera esprime l’illusione di una corrispondenza con la figura materna irredimibile lungo l’asse del tempo e dello spazio. Il ricordo della madre è visto come l’unico spazio possibile entro cui anima e corpo possano tornare a coincidere. La nequitia, e cioè la dissipazione che segue al disincanto, si rende manifesta tramite l’attività onirica (“i topi in soffitta, di cartone e travi”), nonché per mezzo della dipendenza dall’alcol. Difficile non scorgere poi, all’interno dei componimenti dedicati alla figura materna, un legame con la scrittura pasoliniana, caratterizzata dallo “scandalo del contraddirmi, dell’essere con te e contro di te”:  “[…]Un’impossibile grazia è la mia angoscia/di riuscire e amare. Pure è menzogna – /sei tu a dirlo – questa ragione lacera, l’errore/ di un io trascritto, quasi un immaginario delitto […]

L’alcol è, in Benzoni, emblema della contraddizione insita nella sensibilità autoriale: melanconica impossibilità all’espiazione della colpa e del dolore da un lato, desiderio di vitalismo esasperato dall’altro. Tono elegiaco e confessionalità sono fusi in una certa reticenza, come se il dolore di cui l’autore è preda dovesse sempre restare al di là della trasposizione testuale e alimentare invece la tensione poetica. Non per nulla, Benzoni s’imputa un “narcissico io”: “alle fiabe bruciando di pudore confido/i miei rimari non mi hanno inaridito o l’ontologia/ superflua d’un narcissico io”.  In linea poi con la tradizione, alcuni testi tematizzano il ruolo della figura del poeta amante. Questi si attribuisce una “gioiosa pedagogia”, nella quale però montano, poco per volta, tutte le contraddizioni interne di Benzoni: è una pedagogia del “ragazzetto padre”, che reputa l’essere amante strettamente compenetrato con la “necrologia”. L’allegria vitale alla base di tale sentimento, si arena laddove l’io confessa di detestare “il soliloquio, l’ombra”. Questi e altri particolari restituiscono il quadro di un poeta la cui poesia nasce dal quotidiano come inganno: le ferite e i contraccolpi dell’esistenza sono quelle di una sensibilità consapevole che “la realtà non è quella che si vede”. La vitalità poetica è sempre incrinata dalla spinta a morire. E tutto quel che richiama alla vita, nasconde in sé qualcosa di mortale e malefico, e dunque di ingannevole:

[…] “Ah, la ragazzina brunetta con la canotta blu e gialla di sole

sfavilla! A osare ne sento la parvenza mortale e il maleficio” […]. 

Massimo Raffaeli osserva:

“Ma se può esistere la storia di un orfano […] può esistere d’altronde un’arte del rammemorare e del restituire quella perdita al presente, colmarla ogni volta se non altro in effigie, nella risonanza interna della parola. Per Benzoni, questa è l’arte suprema e in ciò consiste la poesia, una pratica per etimologia “figliale” […] la perpetua elaborazione di un’assenza, di un manque, la quale spiega il fatto che ci si rivolga sempre a un “tu” e che quel “tu” abbia valore individuale e insieme universale”, indichi cioè un assente individuato ma nel frattempo evochi la fatalità della comune esistenza […]”

L’altro è, per Benzoni, la figurazione dell’inganno oltre il quale risiedono l’assenza e la scomparsa. A conferma di ciò, l’immagine della casa familiare, “la casa rossa”, relegata oramai a ricordo e luogo dove la madre sembrava presagire la morte, e l’eros percepito come esperienza che spossessa di sé e inebetisce:

“[…] Dell’amore
amo la mancanza di libertà l’infinito
possesso, l’oscura cecità soave. M’angoscia
il viscido muschio che gli amanti schiumano
quando il riso muore con la carne ed è carie
la dolcezza, una sbadata bava[…]”

E infatti, in “Fedi nuziali” (1985-1987), l’esperienza erotica assume, negli amanti, connotazioni di inconsapevolezza e disarmo di fronte alla complessità del reale:

“Ben presto verranno a sapere
(tu forse dimenticando…)
la solitudine cos’è disarma
in un sopore d’animule.
Ma saranno mai soli, sapranno
mai cos’è una passione?
Dondola a un vento il canale,
e tu che ringhi
               andrò via, me ne andrò
-lo so, non ci credono.
Qui sepolto ti vedono, solo,
con l’arroganza d’averci creduto”

 

Il tema mortuario è strettamente interconnesso con quello amoroso. L’amore figura come uno degli aspetti del reale più fallaci, cui l’unica possibilità certa è un’ostinata quanto faticosa sopravvivenza. La fallacia con cui la realtà si rende manifesta è, del resto, alle radici di un’amnesia irreversibile (si noti come il campo lessicale prescelto dall’autore graviti spesso intorno a termini afferenti alla semantica della malattia e della psiche). Non è chiaro, talora, se in Benzoni vi sia fiducia o meno nel trascendente:

“Eppure può essere che entrando in un tunnel
qualcuno ne intraveda
più in là una chiarità assoluta”.

 

Il lutto è vissuto come una ferita alle radici stesse dell’esistenza. Non esistono culto dei morti né taumaturgia atti a risanarla, se non nell’illusione di un tentativo di corrispondenza epigrammatica in cui si palesa tutta la fatica di sopravvivere persino al proprio Sé.

 

La figura amata soggiace anch’essa ai malefici dello scorrere del tempo, come si può leggere nel ritratto dedicato alla moglie, Ilse Meyer:

“Non fosse per i suoi capelli
falciati sotto la pioggia:
irriconoscibili.
Sgarro o storia dei Sudeti.
O delle vittime terribili
agitate come un cencio
lurido cinquant’anni dopo.

La riconosco per un filo di voce
roca per i capelli
frustati da un lager”

 

Lo stile si fa sempre più rarefatto, le immagini assumono contorni grigi e posti come in un piano sequenza. Nota Raffaeli:

“uno stile sempre più rastremato, esatto, pumice expolitum in vista di una misura da epigramma, o piuttosto da epigrafe e lapide. Ma non c’è in effetti tanatologia, non c’è culto dei morti se non per quel tanto che permette al ricordo di ripristinarli al presente, di ridisporli a un dialogo ininterrotto, potenzialmente interminabile: sopravvivenza necessaria e vitale mitologia di questi che in realtà sono Lari domestici e sovraintendono alla geografia sentimentale del poeta, all’ambiente prediletto una volta per sempre, alle passioni più sue e perciò le sigarette e il vino, il cinema francese, la Juventus, la cagnetta Orazio”.

 

 

Pietro Romano

 

 

 

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