Pseudonimo per Edith Alice Mary Harper, Anna Wickham (1883-1947) è una di quelle voci della letteratura che il destino pare aver voluto seppellire sotto la coltre del silenzio immotivato e negletto. Eppure, nell’Europa dei primi decenni del Novecento, la sua poesia fu militante e feconda, un vulcano sommerso: un’esplosione di forza brutale e di fiera indocilità femminile che anticipò di diversi decenni le febbri confessionali di Sylvia Plath e Anne Sexton.
Mentre il modernismo egemone di stampo maschile codificava la poetica dell’impersonalità e dell’algido distacco oggettivo, Wickham eleggeva il verso a memorandum di una guerra civile interiore. La sua è un’estetica della sconsacrazione: il matrimonio non è un idillio ma un “patto feudale”, lo spazio domestico non è un rifugio ma una cella di isolamento, e la mente della donna artista non è uno specchio mansueto e compiacente, bensì una torre del faro – solida, isolata, sferzata dalle onde, condannata a una lucidità che non concede sconti né facili assoluzioni.
Come scriveva con straordinaria chiaroveggenza Louis Untermeyer nell’introduzione all’edizione statunitense del 1921 che raccoglieva i volumi The Contemplative Quarry e The Man with a Hammer (Harcourt, Brace and Company):
«La preda è troppo contemplativa per essere catturata del tutto».
Presentare oggi Anna Wickham significa sottrarre questa “preda inafferrabile” all’oblio, restituendole la fisionomia di anticipatrice assoluta del Novecento femminile. È un’intellettuale che scelse di fare della propria scrittura un atto di clandestinità biologica, preferendo la ruvidezza vitale della verità all’asfissia delle convenzioni sociali, che dall’alba dei tempi hanno escluso le donne dalla poesia, rendendola un atto di contrabbando.
Anna Wickham era una donna consapevole di quanto la poesia possa essere una merce rara e clandestina che una donna trasporta a spalla attraverso i valichi impervi della materia più umile, tra il rumore dei doveri domestici e l’urgenza delle cure.
Nata a Wimbledon il 7 maggio 1883, visse un’infanzia transnazionale, trasferendosi all’età di sei anni con la famiglia in Australia, tra Brisbane e Sydney, nazione con cui mantenne un profondo legame identitario (lo stesso pseudonimo “Wickham” deriva da “Wickham Terrace”, una via di Brisbane).
Dotata di una solida formazione artistica, tornò a Londra nel 1904 vincendo una borsa di studio in recitazione presso quella che diverrà la RADA (Royal Academy of Dramatic Art) e studiò opera lirica a Parigi nel 1905 sotto la guida del celebre tenore Jean de Reszke. Rinunciò tuttavia alla carriera musicale in seguito al matrimonio nel 1906 con l’avvocato londinese e astronomo dilettante Patrick Hepburn, dal quale ebbe quattro figli. La maternità e la dimensione familiare divennero ben presto il terreno di una drammatica collisione ideologica e biografica: schiacciata tra il lutto per la perdita precoce di uno dei bambini e le responsabilità della cura domestica, la Wickham cercò nel verso una via di fuga.
Hepburn, fermamente ostile alle ambizioni letterarie della moglie, interpretò la sua urgenza di scrittura come un sintomo di devianza psichica. Nel 1913, in seguito alle accese tensioni scaturite dalla pubblicazione della prima raccolta privata della poetessa (Songs by John Oland, stampata in forma anonima e sotto pseudonimo maschile nel 1911), il marito la fece forzatamente internare per sei settimane in una clinica psichiatrica privata. Lontano dallo spezzarla, l’esperienza del manicomio cristallizzò la sua poetica in una lucida, chirurgica disamina della reclusione domestica.
Dimessa dalla clinica, l’autrice si inserì stabilmente nel vivo della scena letteraria anglo-francese. Legata ad Harold Monro e alla sua Poetry Bookshop – che diede alle stampe The Contemplative Quarry nel 1915 e The Man with a Hammer nel 1916 -, la poetessa divenne un autentico centro di gravità della bohéme di Hampstead e stabilì intensi scambi con le avanguardie parigine, in particolare con Natalie Clifford Barney. Dopo aver affrontato la morte accidentale del marito per annegamento nel 1929 e la distruzione di gran parte dei suoi manoscritti inediti durante i bombardamenti di Londra nel 1943, Anna Wickham morì suicida il 30 aprile 1947.
La sua figura, tutt’altro che marginale, era caratterizzata da una generosità protettiva e debordante verso gli artisti, unita a un temperamento monumentale e a tratti intimidatorio. Nel panorama letterario della Londra stravolta dal secondo conflitto mondiale, la figura di Anna Wickham si staglia con la forza prorompente e contraddittoria di una leggenda bohémien. La sua dimora al civico 68 di Parliament Hill, a Hampstead – un tempo elegante villa vittoriana – divenne il crocevia vitale di una gioventù poetica inquieta e ai margini. Tra quelle mura e nei locali di Fitzrovia, la Wickham esercitava una maternità artistica tanto generosa quanto tempestosa.
Il legame con il giovane Dylan Thomas incarna appieno la natura vulcanica della poetessa. Accomunati da una vorace passione lirica e da una condotta spesso priva di misura, i due condividevano le notti londinesi e l’ospitalità spartana di Parliament Hill. Thomas e la moglie Caitlin trovavano abitualmente rifugio dormendo sul pavimento della sala da pranzo – una casa la cui maestosa vasca da bagno, ricordo di un fasto ormai tramontato, aveva persino stuzzicato la fervida immaginazione del poeta gallese (che ne traspose le bizzarre atmosfere nel romanzo incompiuto Adventures in the Skin Trade). Tuttavia, la benevolenza di Anna non era esente da bruschi quanto scenografici rovesciamenti: a seguito dell’ennesimo diverbio, la poetessa non esitò a negare loro il giaciglio e a cacciarli brutalmente di casa, consegnandoli a una suggestiva e quasi teatrale bufera di neve («a pantomime snow»).
L’aneddotica che circonda Anna Wickham ne restituisce il profilo di una donna incapace di subire passivamente le convenzioni sociali e le rigidità dell’epoca. Frequentatrice instancabile di ritrovi iconici come la Fitzroy Tavern, il French Pub e il Wheatsheaf, la sua presenza non lasciava mai indifferenti: se da un lato la sua esuberanza suscitava l’insofferenza viscerale della clientela più borghese e reazionaria, dall’altro la sua arguzia ne faceva una figura mitica. Tra i gesti che ne rivelano il temperamento caustico e dissacrante si annoverano le intemperanze domestiche – come le porcellane infrante e i volumi sottratti con deliberata sfrontatezza dalle ordinate librerie di Anthony Thorne – ma soprattutto la geniale messa in scena durante un blitz della polizia a Belsize Park: sorpresa a una festa clandestina e movimentata, Anna si sedette al pianoforte intonando inni religiosi, riuscendo a restituire all’ambiente un’impeccabile e beffarda parvenza di decoro liturgico.
La figura di Anna Wickham nella Londra degli anni di guerra emerge attraverso una fitta galleria di aneddoti che ne scolpiscono l’indole irriducibile, feroce e radicalmente anticonformista. Descritta dai contemporanei con tinte forti – come annotava Rayner Heppenstall, che la trovava imponente e dallo «sguardo feroce», alimentando la fama leggendaria secondo cui, da ubriaca, arrivasse a «mordere la testa alla gente e cercare di strappare il seno alle altre donne» -, la poetessa incarnava una presenza fisica e intellettuale soverchiante. Lawrence Durrell stesso la consacrò come la donna più straordinaria incontrata in Inghilterra, lodandone la schiettezza formidabile e la fiera autonomia.
Nell’introduzione al volume del 1921, Louis Untermeyer non a caso richiamava una celebre e caustica massima di George Meredith:
«La donna sarà l’ultima creatura ad essere addomesticata dall’uomo».
Sottrarre oggi Anna Wickham all’oblio significa riscoprire il canto incoercibile di un faro eretto nella tempesta: una parola selvatica e indomabile che rifiutò ogni gabbia, preferendo la gloriosa ferita della verità alla quiete asservita del silenzio.
Sarah Talita Silvestri
* * *
A WOMAN IN BED[1]
Sometimes when I go to rest
I lie and struggle for expression,
And failing, fall to sick depression.
And beat my breast.
By blows, I cannot ‘scape
The utter irritation
Of my poor soul’s frustration,
For so I know my shape.
And often have I found
An added sadness.
Bringing me to madness,
Because my breast is round.
How can I, being woman,
Dedicate nights
Which should be sacred to delights,
To this lust of words, which is so broadly human
But through the well-clothed days
I can forget my skirt,
I hide my breast beneath a workman’s shirt.
And hunt the perfect phrase.
*
Talvolta, quando vado a riposare
resto ferma a lottare con la parola,
e nel fallimento, precipito in una disforia
ripugnante e mi percuoto il petto.
Le percosse non mi scansano
dallo sdegno assoluto
di quest’infima anima avvilita,
solo così mi comprendo.
E spesso ho incontrato
un’agonia peggiore
che mi conduce alla follia
per questo mio seno procace.
Come posso io, in quanto donna,
consacrare le notti
– votate ai piaceri –
a questa lussuria di parole, così umana?
Ma nei giorni vestiti a dovere
posso non pensare alla mia sottana,
occulto il mio seno dentro alla maglia di un manovale
e vado a braccare la frase perfetta.
*
ABDICATION[2]
O judgment sleep! I love an unkind thief.
Let me be friend of Frailty
For my sick heart’s relief.
I would be as the shore’s sand
Subject to an advancing sea,
I would be as sunken land
Swept by a tide’s strong mastery.
But my contemning mind is as a lighthouse tower,
And I am sore for strength, and lashed because of power.
*
Dormi, o giudizio! Amo un ladro inclemente.
Che io sia sodale della Fragilità
a refrigerio del mio cuore malato.
Come la sabbia sulla battigia
remissiva al mare impetuoso,
vorrei essere terra sommersa
sopraffatta dalla furia della marea.
Ma la mia mente sprezzante è la torre di un faro,
ed io sono dolente di forza, sferzata dal potere.
*
THE AFFINITY[3]
I have to thank God I’m a woman,
For in these ordered days a woman only
Is free to be very hungry, very lonely.
It is sad for Feminism, but still clear
That man, more often than woman, is pioneer.
If I would confide a new thought,
First to a man must it be brought.
Now, for our sins, it is my bitter fate
That such a man wills soon to be my mate,
And so of friendship is quick end:
When I have gained a love I lose a friend.
It is well within the order of things
That man should listen when his mate sings;
But the true male never yet walked
Who liked to listen when his mate talked.
I would be married to a full man,
As would all women since the world began;
But from a wealth of living I have proved
I must be silent, if I would be loved.
Now of my silence I have much wealth,
I have to do my thinking all by stealth.
My thoughts may never see the day;
My mind is like a catacomb where early Christians pray.
And of my silence I have much pain,
But of these pangs I have great gain;
For I must take to drugs or drink,
Or I must write the things I think.
If my sex would let me speak,
I would be very lazy and most weak;
I should speak only, and the things I spoke
Would fill the air awhile, and clear like smoke.
The things I think now I write down,
And some day I will show them to the Town.
When I am sad I make thought clear;
I can re-read it all next year.
I have to thank God I’m a woman,
For in these ordered days a woman only
Is free to be very hungry, very lonely.
*
Sia ringraziato Dio se sono donna
perché in questi giorni obbligati
solo a una donna è data la libertà
di avere fame ed esser sola.
Desolante per il Femminismo, ma evidente,
che l’uomo più che la donna sia pioniere.
Se volessi esprimere una nuova idea
prima di me un uomo dovrebbe dirla.
Per i nostri peccati seguiamo un destino amaro
tale che un uomo agogni divenire amante,
mettendo fine a un’amicizia:
perdo un amico in cambio di un amore.
Sarebbe buono e giusto che un uomo
ascoltasse il canto della propria donna;
ma non esiste vero maschio che ami
ascoltare un’amata parlare.
Vorrei essere l’amante di un uomo vero,
lo vorrebbero tutte le donne dall’alba dei tempi;
ma dai fasti dell’esistere ho saggiato
che per ricevere amore devo tacere.
Ora dal mio silenzio ne trarrò una dote
furtivamente ogni mio pensiero
non vedrà la luce del giorno;
la mia mente è catacomba di catecumeni oranti.
Dal mio silenzio nasce lo strazio
ma da queste pene guadagno una mercede;
cedere al bere o agli ipnotici
o concepire parole, vergarle.
Se il mio sesso mi desse il dono della parola
sarei indolente e remissiva;
parlerei e basta e le parole, nuotando
nell’aria solo per poco, sarebbero vacuo miasma.
Nero su bianco i miei pensieri
forse un giorno li esibirò al mondo.
quanto più sono affranta tanto più diafani
potrò affinarli tra un anno.
Sia ringraziato Dio se sono donna
perché in questi giorni obbligati
solo a una donna è data la libertà
di avere fame ed esser sola.
* * *
NOTE
[1] Anna Wickham, The Contemplative Quarry and The Man with a Hammer, New York, Harcourt, Brace and Company, 1921, p. 45.
[2] Ivi, p. 67.
[3] Ivi, pp. 14-15.
BIBLIOGRAFIA
- Anna Wickham, The Contemplative Quarry and The Man with a Hammer, con un’introduzione di Louis Untermeyer, New York, Harcourt, Brace and Company, 1921.
- Jones Jennifer Vaughan. Anna Wickham: A Poet’s Daring Life, Madison Books, 2003.
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