Thierry Metz nasce a Parigi il 10 giugno del 1956. Nel 1977 sposa Françoise Fenautrigues, sua ex compagna di studi, che sceglie di lasciare il proprio lavoro (e la capitale) per seguirlo. La coppia si stabilisce nella campagna vicino ad Agen, sulla Garonna. In questi anni il poeta apprezza la dimensione intima del suo nucleo domestico, immerso nella vita rurale. A vent’anni Metz è un ragazzo apparentemente spensierato (per quanto un poeta possa esserlo…), pieno di vita e dedito allo sport, tanto da aver conquistato il titolo di campione di sollevamento pesi dell’Île-de-France.
Ben presto, tuttavia, la sua esistenza viene scossa da una profonda crisi: nel 1988, il giorno dell’ottenimento del Premio Voronca, il suo secondogenito muore investito da un’auto. La depressione, la dipendenza dall’alcol e la frustrazione per la fatica e la precarietà del suo lavoro – svolge infatti la professione di muratore a intermittenza – aprono in lui una ferita insanabile. Inizia così a isolarsi progressivamente dalla realtà e dagli affetti.
Ed è proprio in questa lacerazione che emerge la sua scrittura: nel 1990 l’editore Gérard Bourgadier pubblica per Gallimard Diario di un manovale, rivelando al pubblico l’unicità della sua produzione letteraria, dove la sintassi spezzata ha la precisione di un bisturi che seziona l’ortica.
Metz opera una riduzione eidolica del testo a reperto fossile, scardinando il canone lirico novecentesco tramite una sintassi nominale e franta, tesa a circoscrivere un’ontologia della perdizione. In lui la parola non decora l’esistenza, ma la scava, agendo come una vanga filologica che perfora la frattura del libro.
Eppure, dietro questo rigore, pulsa il martirio: il verso si fa cantiere edile eretto sulla voragine. È l’ascesi disperata dell’uomo semplificato, del “testimone senza nome” che si ritira sotto l’albero per meditare la nudità di un volto a cui è stato tolto ogni orizzonte che non sia lo stridere della propria voce petrosa. Non c’è alcun feticismo del dolore in questi versi, ma una lucidità clinica e onesta, una spoliazione mistica in cui il “quasi nulla di scrivere” convive con l’avvampare delle mani sulla brace della poesia.
Gli ultimi anni si dividono tra nuove pubblicazioni e gravi ricadute psichiche, che lo costringono a ripetuti ricoveri in diverse strutture sanitarie a Périgueux, Agen e, infine, Cadillac. Nel 1995 Gallimard dà alle stampe Lettere all’innamorata. Dopo essersi stabilito a Bordeaux, Metz decide di togliersi la vita il 16 aprile 1997.
Scomparso l’autore, il testo rimane come un fossile lucido e definitivo: un’opera di dissonanza pura che custodisce il midollo nero di un dio infecondo.
In questa linea di faglia si consuma il tradimento degli intellettuali: oggi, secondo il parere di chi scrive, la poesia che imperversa è, nel migliore dei casi, un esercizio di puro cerebralismo, una speculazione anemica sulla non-vita condotta da accademici annoiati che spiano l’esistenza da dietro un vetro, prigionieri di un linguaggio che parla solo a sé stesso. Al contrario, l’ascesi brulla di Metz, ma anche l’oltraggio cieco e sacrificale di Leopoldo María Panero e la parola di Ivano Ferrari, strappata al gancio e al sangue dei macelli, non scelgono il fioretto: spaccano il vetro dell’esistenza, mentre gli altri lucidano schegge.
Giovanni Ibello
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Da “Le Journal d’un manoeuvre”
(traduzioni di Giovanni Ibello)
3 luglio. Il piccone è meno loquace di venerdì. Nelle reni si sente il gravame della settimana. Ci siamo. Sono gli ultimi metri, quelli che chiamano la tregua, prima di ritrovare un libro d’immagini nel pugno chiuso del sonno.
È il lavoro del traghettatore. Da una riva all’altra, sulla zattera di una parola data, ma anche di un ordine. Nessuna merce; pietrame e macerie, terra, tutto un sottosuolo che il gesto minimo infiamma, che lo consegna di manovale in manovale.
Mi piace credere che un giorno, forse, un dio senza nome si siederà su questo piccolo mucchio di detriti e prenderà posto nella tomba irradiata dai miei gesti, con parole facili. Semplici passeri. Sbufferà un istante, poi ripartirà verso ciò che ha luogo, nei deserti dove sono gli uomini e i loro cantieri.
«Venerdì!»
Sarà questo il suo nome.
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25 luglio. Fa così caldo da non poter dormire. I mattini iniziano presto e con l’abitudine… Mi sono alzato con il gallo per destare un vilucchio cinto alla rete di metallo. Poi ho camminato scalzo, verso altre erbe.
Non c’è giardino qui, non c’è niente di curato, nessun fiore altero o addomesticato. A che pro? L’ortica geologa è ovunque; ciò che sa della terra e delle altre piante: basta chiederglielo. Ma la domanda ingenera il suo morso, che fa arrossare e brucia.
Solo conosce l’incolto il manovale, ed è lì che lavora con elefanti, escavatori – con le parole della preistoria. E perché mai dovrebbe andare, anche solo per un istante, in un giardino?
Scrivo nell’ortica, non nella rosa. Non è ancora tempo, ma ci arriverò. La prossima tappa, se avrà luogo: il girasole.
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Bibliografia italiana
La fortuna editoriale di Thierry Metz in Italia si sviluppa nell’arco di venticinque anni attraverso una serie di tappe che testimoniano l’interesse per la sua opera da parte di diverse sigle editoriali.
Il percorso ha inizio nel 2001 a Pistoia con le edizioni Via del Vento, che pubblicano L’uomo che pende (L’Homme qui penche) nella traduzione di Michel Rouan e Loriano Gonfiantini. Nel decennio successivo l’attenzione si sposta a Milano con le edizioni Quaderni di Orfeo, che tra il 2012 e il 2015 stampano due volumi tradotti da Marco Rota: il primo è Quaderno di Orfeo (Carnet d’Orphée), accompagnato da quattro linoleum originali di Piermario Dorigatti; il secondo è Il muro, una scelta di poesie tratte da varie raccolte arricchita da tre incisioni originali di Mario Benedetti.
Un nucleo consistente di pubblicazioni fa capo alle Edizioni degli animali. Questa casa editrice avvia la diffusione dell’autore nel 2018 con Sulla tavola inventata (Sur la table inventée), tradotto da Riccardo Corsi, a cui segue nel 2020 Diario di un manovale (Le Journal d’un manœuvre) nella traduzione di Andrea Ponso. Nel 2021 la prospettiva si amplia grazie a Interno Poesia, che propone l’antologia Dire tutto alle case, una selezione di testi estratti da Poésies 1978-1997 a cura di Mia Lecomte.
Gli ultimi titoli della cronologia vedono il ricorrente contributo di Pasquale Di Palmo, che nel 2022 traduce per Il Ponte del Sale le Lettere all’Innamorata (Lettres à la Bien-aimée), e tra il 2024 e il 2025, per le Edizioni degli animali, rispettivamente Su una poesia di Paul Celan (Sur un poème de Paul Celan), con disegni di Teresa Iaria, e Dolmen – La dimora freatica (Dolmen – La demeure phréatique).
Fonte foto: Wikimedia Commons, Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International. Immagine editata con AI.
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Giovanni Ibello (Napoli, 1989) dirige il portale della rivista «Atelier» e la collana di poesia «Deserti luoghi» per l’editore Terra d’ulivi. Nel 2018 si aggiudica il premio Città di Fiumicino per la sezione opera inedita con una prima ed embrionale versione del poemetto Dialoghi con Amin. Nel 2020 una sua antologia poetica viene pubblicata in Russia dall’editore Igor Ulangin per la collana «Contemporary Italian Poetry» diretta dal critico e slavista Paolo Galvagni. Nel 2021 inaugura la rubrica «I poeti di trent’anni» curata da Milo De Angelis per la rivista «Poesia» di Crocetti. Nel 2022 pubblica la versione definitiva di Dialoghi con Amin per l’editore Crocetti-Idee editoriali Feltrinelli. Il libro si aggiudica diversi premi tra cui il Lerici Pea e il Mauro Maconi. Nel 2024 la casa editrice Macabor pubblica il volume «Luce cariata dall’avvenire. Testimonianze critiche per la poesia di Giovanni Ibello».


