La scomparsa di Matteo Fantuzzi ci sconvolge. Lascia un vuoto enorme non solo in Atelier, che ha guidato con lungimiranza traghettandola nel futuro digitale, ma nell’intera comunità della poesia italiana. Se ne va una voce che sapeva leggere il contemporaneo con una lucidità rara, un uomo che ha speso ogni energia per dare spazio e dignità alla parola e ai legami umani.
Matteo ha saputo abitare il solco tra la cronaca e il destino, e lo ha fatto con una fermezza e un garbo d’altri tempi. A Matteo dobbiamo la svolta, l’intuizione pionieristica di aver fondato e aperto la redazione di Atelier all’on-line, raccogliendo attorno a sé le nostre voci. Gli siamo tutti debitori. La sua scomparsa ci consegna un’eredità immensa e drammatica, che abbiamo il dovere di custodire e continuare a far vivere nel segno della comune passione che incendia noi tutti artigiani della parola. Perdonateci se non riusciamo a dire altro, ma ci sarà tempo e modo. Grazie di tutto, Matteo.
La redazione
* * *
Eppure m’ero ripromesso
non sarei venuto a trovarti,
troppo è ancora oggi il ricordo
perché io non ti pensi ad Andorra, o in America,
o a Glasgow. E invece stai lì, sotto terra,
non ti curi di niente, della fabbrica in vacca,
delle nuove riforme, del periodo di riassestamento
politico, del fattore economico.
E come ne esci contento in immagine, sembra quasi
che lì si stia bene ogni tanto, che magari spostandoti
un poco ci sia spazio anche per il sottoscritto
tra quelle pareti spesse.
Da Kobarid (Raffaelli, 2008)
* * *
Per la foto di Matteo Fantuzzi si ringrazia Daniele Ferroni.


