Cent’anni di Ingeborg Bachmann. La parola come ascia di spietata conoscenza

Nota di Valentina Furlotti

 

Il 25 giugno 2026 segna il centenario della nascita di Ingeborg Bachmann, una delle voci più lucide del Novecento europeo. Ricordarla oggi non significa soltanto celebrare la sua lirica, ma rimettersi a dialogare con una pensatrice che ha fatto della parola poetica l’ultimo avamposto contro il sonno della coscienza. Per Bachmann, la letteratura non è mai stata un rifugio consolatorio, un ornamento o un esercizio di stile.

 

Nata nel 1926 a Klagenfurt, in quella Carinzia che è un crocevia tra il mondo tedesco, italiano e sloveno, la scrittrice cresce respirando la pluralità delle lingue. Sarà l’ingresso delle truppe hitleriane nella sua cittadina, nel 1938, a segnare per lei la fine dell’infanzia e a provocarle la prima «angoscia mortale». Da quel momento, il rapporto tra linguaggio e potere diventa il fulcro della sua ricerca, dominato da interrogativi indilazionabili: come si può fare poesia dopo la catastrofe? Come può la lingua, contaminata dalle menzogne totalitarie, dire ancora il vero? Bachmann risponde con uno scavo semantico d’inaudita precisione. Influenzata dagli studi viennesi su Ludwig Wittgenstein, accetta la sfida del limite, spingendosi là dove il linguaggio ordinario fallisce per evocare l’indicibile attraverso la metafora.

 

Il cuore della sua poetica emerge con chiarezza nelle celebri Lezioni di Francoforte, in cui l’idea romantica e consolatoria della lirica viene ribaltata. Se Simone Weil afferma che il popolo ha bisogno della poesia come del pane, Bachmann replica che quel pane dovrà «stridere tra i denti come sabbia, e risvegliare la fame piuttosto che placarla»[1]. In un tempo in cui la società preferisce anestetizzarsi con i surrogati dell’intrattenimento, tra panna montata e rotocalchi, la letteratura ha il compito di «essere affilata di conoscenza e amara di nostalgia»[2] per scuotere l’uomo dal suo sonno. È questo, infatti, il suo vero incarico: privare il lettore della sua falsa pace, operare in lui uno strappo conoscitivo che gli permetta di percepire nuovamente il mondo e risponderne in prima persona. Non a caso Bachmann fa propria una delle riflessioni kafkiane più folgoranti: «Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno in testa, perché mai lo leggiamo? Perché ci renda felici […]? Mio Dio, saremmo felici lo stesso […]. Un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi»[3].

 

Questa tensione costante tra il crollo delle certezze e la ricerca ostinata di una verità non ha mai abbandonato Bachmann, nemmeno negli anni trascorsi in Italia — tra Ischia, Napoli e Roma —, vissuti come uno spazio spirituale di libertà “apolide”, né nel fitto dialogo a distanza con Paul Celan. Tutta la sua opera, da Il tempo dilazionato fino al romanzo Malina e alla tragica morte nel fuoco nell’appartamento romano nel 1973, oscilla tra la distruzione e l’utopia, tra la realtà inoppugnabile dei fatti e la redenzione.

 

Oggi, l’eredità di Ingeborg Bachmann consta, oltre che della sua produzione letteraria, di un lascito spirituale consegnato in una lettera inviata allo stesso Celan: «Come bandire il male dal mondo non so, e se si debba soltanto subirlo anche questo non so. Ma tu ci sei e hai un effetto, e le tue poesie agiscono per sé e ti proteggono; questa è la risposta e crea un contrappeso nel mondo»[4]. Cent’anni dopo, la risposta non è cambiata. In un mondo corroso inevitabilmente dal male, rimangono le nostre piccole azioni, rimangono le parole-ascia e quel pane di sabbia che continua ad affamarci. Perché è questo, in fondo, il mandato di ogni verso necessario. Il resto è oblio.

 

 

Valentina Furlotti

 

 

 

*        *        *

 

 

IL GIOCO È FINITO 
(Da Invocazione all’Orsa Maggiore, SE, 1994; traduzione di Luigi Reitani)

 

 

Mio caro fratello, quando costruiremo una zattera
per scendere giù lungo il cielo?
Mio caro fratello, presto sarà il carico immenso
e noi affonderemo.

Mio caro fratello, sul foglio tracciamo
molti paesi e binari.
Sta attento, su quelle linee nere
con le mine potresti saltare.

Mio caro fratello, poi voglio gridare
legata stretta al palo.
Ma tu già cavalchi dalla valle dei morti
e insieme scappiamo.

Desti nel campo di zingari e desti in tenda nel deserto,
scorre sabbia dai nostri capelli,
la tua, la mia età e l’età della terra
non si misura con gli anni.

Non lasciarti ingannare dall’astuzia dei corvi,
da una zampa vischiosa di ragno, dalla penna nel rovo,
nel paese di cuccagna non mangiare e non bere,
schiuma apparenza da padelle e bicchieri.

Solo chi al ponte d’oro, per la fata rubino
la parola sa ancora, ha vinto.
Devo dirti che con l’ultima neve
si è sciolta in giardino.

Han piaghe i nostri piedi per molte e molte pietre.
Una sana. Con lei salteremo,
finché il re dei fanciulli con in bocca la chiave del regno
non ci prenda con sé e noi canteremo:

È una bella stagione, quando il dattero è in fiore!
Chi cade ha le ali.
Purpurea digitale orla il sudario dei poveri,
e il tuo tesoro sul mio sigillo come foglia cala.

Si va a dormire, caro, il gioco è finito.
In punta di piedi. Si gonfiano le camicie bianche.
Papà e mamma dicono che ci sono i fantasmi
quando scambiamo il respiro.

 

 

 

*        *        *

 

 

NOTE

 

[1] Ingeborg Bachmann, Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte, Adelphi, 1993, p. 27.

[2] Ibidem.

[3] Franz Kafka, Briefe, 1902-1924, Fischer, 1958, pp. 27-28. La lettera, del 27 gennaio 1904, è indirizzata a Oskar Pollack.

[4] I. Bachmann, P. Celan, Troviamo le parole. Lettere 1948-1973, Nottetempo, 2010.

 

 

BIBLIOGRAFIA ULTERIORE

 

Ingeborg Bachmann, Poesie, Guanda, 1978.

Ingeborg Bachmann, Invocazione all’orsa maggiore, SE, 1994.

 

 

*        *        *

 

 

Valentina Furlotti (Parma, 1993) è laureata in Filosofia e si è specializzata come docente di sostegno. “Fosforescenze” (Interno Libri, 2023), la sua prima raccolta poetica, ha vinto la XXXVI edizione del Premio Camaiore Proposta Vittorio Grotti. Suoi testi compaiono su varie riviste, lit-blog e antologie, tra cui “L’anello critico 2023” (Capire Edizioni, 2024), il nono “Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea” (Raffaelli, 2022), “Secolo donna 2024” (Macabor, 2024) e “Orme di luce. Ricognizione della giovane poesia italiana” (Macabor, 2025). È caporedattrice di Atelier e condirettrice artistica di Vianino in Poesia.

 

 

*        *        *

 

© Fotografia di dominio pubblico. Fonte: Wikimedia Commons.