Valerio Grutt, poeta e artista performativo, è nato a Napoli nel 1983. Ha pubblicato Una città chiamata le sei di mattina (Edizioni della Meridiana, 2009), Però qualcosa chiama (Edizioni Alos, 2014), Dammi tue notizie e un bacio a tutti (Interno Poesia, 2018), L’amuleto (AnimaMundi, 2021), Profezia blu (Interno Libri, 2024) e Rudere Occidente (Mar dei Sargassi, 2026). Alcuni suoi testi sono presenti nei volumi Subway – Poeti italiani underground (Ed. Il saggiatore, 2006), Centrale di Transito (Perrone Editore, 2016), Fuoco. Terra. Aria. Acqua (Terra d’ulivi, 2017) e Poesie dell’Italia contemporanea (Il Saggiatore, 2023). È direttore artistico di “Dove ci conduce questo suono – Cesenatico Poesia Festival” e autore e regista della “Compagnia della Riserva”, con la quale realizza opere interdisciplinari site-specific, mescolando poesia, teatro, musica, danza e arti visive. Collabora con la Fondazione Sant’Orsola, la Scuola di Editoria e con Interno Poesia.
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Rudere Occidente è un libro apocalittico e nudo, nato da un processo di distruzione e rinascita della voce del suo autore. È una mappa impietosa e folgorante del presente, in cui si vedono le ferite del passato e si trovano pepite d’oro tra le macerie. I brand, le icone cinematografiche, i social media – emblemi della cultura contemporanea – risultano antichi quanto le spine nei volti delle sante, la furia del Minotauro, tutto proviene dalla memoria oscura del mondo. Si cammina tra i resti che brillano dopo il diluvio: ciò che conta è rimasto in piedi e ci parla attraverso le crepe, i gesti, le presenze, nella luce del sole e tra gli oggetti della sua rifrangenza.
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Alcuni morti abitano il versante dei vulcani
salgono e risalgono la strada del cratere
per questo non partecipano più alle cene
per questo non vanno a lavorare
Qualcuno dice sia il fuoco a chiamarli
e da quel momento improvviso
non vedono più niente
sentono solo la sua voce
Noi dalle finestre delle città
li cerchiamo tra i giacconi di chi torna
ma i morti sul versante dei vulcani
salgono e risalgono la strada del cratere.
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I cervi pensano
che i lupi siano stregoni
vedono la luce dei lampioni
un aldilà di autoradio
le seconde case accendersi
come occhi dell’incendio
i cervi pensano
che la montagna sia il grande cervo
e la notte sua madre.
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E così il brivido non era provvisorio
continuò lungo la schiena dei secoli
un brivido bianco come la morte
fiorisce di vertebra in vertebra
lungo la linea delle esistenze
e ora inonda la vena del tempo.
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© Fotografia di proprietà dell’autore.


