«La vita delle città» tra Carson e Calvino. Su “Come l’acqua” di Anne Carson (Crocetti, 2026)

Nota di Silvia Patrizio

 

 

 

«Che cos’è oggi la città per noi? Penso di aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore
alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città».

Da una conferenza di Calvino tenuta a New York nel 1983

 

 

 

«Alle volte mi basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla»[1].

Sono questi scorci i luoghi a partire dai quali diviene possibile «pensare cose diverse o più vaste o che si trovano al di sotto dei nostri pensieri». Negli improvvisi cambi di scenario, nelle discontinuità che segmentano i paesaggi e li manifestano, si può percepire «quell’allentarsi della mente… consentito dall’essere sbagliati»[2]. L’errore, sembra concedere Anne Carson, è insito nella provocazione che il linguaggio muove alle città.

O forse sono le città a sfidare la voce che si vuole netta, precisa, solidamente conforme: «Le città rappresentano l’illusione che in qualche modo le cose si tengano insieme, la mia pera, il tuo inverno»[3]. Il confine è fluido come una parola-acqua, “semplicemente acqua” (Plainwater): trasparente, cristallina, ma insieme torbida e complessa, poliedrica, capace di assumere la forma di ciò che la contiene e nello stesso tempo aspra, ruvida, deviata da spigoli.

Il bianco del foglio, come la città del bivio si Betsabea, si frange in infinite rifrazioni, imbevendosi dell’eco che scaturisce dai ricordi. «Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole[4]».

L’occhio del lettore, seguendo l’itinerario di versi che la poetessa edifica sulla superficie della pagina, delinea una planimetria sfuggente di «sentieri e strade secondarie.»[5], al confine tra evento e sogno, dove città e memoria si rispecchiano in un caleidoscopio di forme: «La città è ridondante: si ripete perché qualcosa arrivi a fissarsi nella mente. […] La memoria è ridondante: ripete i segni perché la città cominci a esistere»[6].

È così che la poesia può riavvolgere, nelle sue stesse parole, l’attimo esatto in cui «In una stanza di Amsterdam. / Rembrandt dipinse una goccia di vita all’interno. / Della goccia dipinse lo sconosciuto di Rembrandt.»[7] . E procedendo «Al contrario. / Nel. / tempo.»[8], indagando lo spazio della memoria che si fa geografia senza mappa, può fronteggiare la morte: «Questo giorno ogniqualvolta io fermi. / Il suo rumore.»[9].

L’indagine (sulla vita) delle città consente, dunque, grazie alla sua radicale aporia, di prendere posizione, di scegliere l’angolazione visuale a partire dalla quale alcune traiettorie si rendono più manifeste. «All’inizio si penserà che sia io stessa a tratteggiare tali linee», confessa Anne Carson, «non è così. So semplicemente dove posizionarmi per vedere le linee che già ci sono»[10].

Ma cosa resiste sotto il pullulare dei segni? Che dire di tutti i nomi che compongono il discorso con cui la città crea se stessa?

Lo sguardo attraversa i vicoli come pagine scritte e cosa la città nasconda al di sotto della densa coltre di significati che la delimitano non è dato sapersi: «Nella forma che il caso e il vento danno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…»[11]. E la città può diventare una vecchia donna «Bellissima i nervi che si rovesciavano in lei come un palazzo in fiamme…»[12].

In questa fragilità, l’esplorazione delle città finisce per coincidere con l’analisi della polisemia delle parole, cifra della poesia di Anne Carson. Ecco perché la geometria cittadina, esplorando lo spazio della pagina, si sovrappone alla poesia: «La materia che si è dipinta entro delle linee costituisce una città. Visto in questo modo il mondo è […] un libro aperto. Che pensare, però, delle letture divergenti?»[13]. Che dire di quegli spazi che, malgrado la fluidità della memoria, «sono diventati duri, sono. / Spazi vuoti eppure. / Sono solidi e neri»[14]?.

Si compone così, per sottrazione, un materiale magmatico[15], infinitamente malleabile e mai esaurito dallo spazio del verso: «Il catalogo delle forme è sterminato: finché ogni forma non avrà trovato la sua città, nuove città continueranno a nascere. Dove le forme esauriscono le loro variazioni e si disfano, comincia la fine delle città»[16].

Questi labili confini che le città tracciano, e dai quali si avverano, comprendono e definiscono il limite opposto, la decostruzione, la lesione inevitabile: «Ho sentito gli edifici. / Oscillare una volta per tutta la strada e io. / Mi sono accovacciata sui talloni. / Nel mezzo della stanza. / Guardando intensamente. / Poi la ferita si è riaperta. / Sei passato oltre.[17]».

Occorre farsi carico della perdita, riconoscere l’impercettibile iato tra bene e male – e il loro inesausto confondersi – come il visitatore della città descritta da Lao Tzu nel ventitreesimo capitolo del Tao Te Ching:

«Un uomo della via si conforma alla via; un uomo della virtù si conforma alla virtù; un uomo della perdita si conforma alla perdita. Chi si conforma alla via è volentieri accettato dalla via; chi si conforma alla virtù è volentieri accettato dalla virtù; chi si conforma alla perdita è volentieri accettato dalla perdita».

Così il poeta, esploratore curioso delle città, quando si incarica di «riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»[18].

«E se si rimane bloccati in una città dove le pere e l’inverno sono una variante le une dell’altro? Si può mangiare l’inverno? No. Si può vivere per sei mesi dentro una pera congelata? No. Ma c’è un posto, io lo conosco, dove starete e vedrete la pera e l’inverno fianco a fianco mentre i muri stanno in silenzio»[19].

 

 

 

Silvia Patrizio

 

 

 

 

 

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La città degli apostoli

 

Dopo la tua morte.
Ogni giorno c’era vento.
Ogni giorno.
Contro di noi come un muro.
Andammo.
Gridando di sbieco l’uno contro l’altro.
Strada facendo era inutile.
Gli spazi tra di.
Noi sono diventati duri, sono.
Spazi vuoti eppure.
Sono solidi e neri.
E penosi come intervalli.
Tra i denti.
Di una vecchia donna che tu.
Conoscevi anni fa.
Quando era.
Bellissima i nervi che si rovesciavano in lei come un palazzo in fiamme.

 

 

 

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La città del bivio di Betsabea

 

In una stanza di Amsterdam.
Rembrandt dipinse una goccia di vita all’interno.
Della goccia dipinse lo sconosciuto di Rembrandt.
Vestito da donna increspata.
Della sua nudità lei ha.
Una lettera in mano lei è.
In viaggio.
Verso di noi fuori da un pensiero.
Arriva la sua schiuma.
Davanti a lei anche quando lui.
Dipinge lo sconosciuto di Rembrandt.
Come Rembrandt lo mostra.
Sconcertato e arriffato.
Come appena tornato.
Da viaggi.
Su sentieri e strade secondarie.

 

 

 

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La città della vena del drago

 

Se ti svegli molto presto prova ad ascoltarlo.
Una sorta di fischio alla rovescia il suono di un suono.
Essendo ritiratosi dopotutto dove?
Dalle montagne però.
Devono restituirlo.
Di notte proprio come.
I tuoi sogni notturni.
Sono rubinetti aperti. Al contrario.
Nel.
Tempo.

 

 

 

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Anne Carson, nata a Toronto il 21 giugno 1950, è poetessa, traduttrice e saggista.
Dal 1979, dopo la formazione presso l’Università di Toronto, insegna lettere classiche e letterature comparate, oltre a tenere corsi di scrittura creativa, in diverse università tra Canada e Stati Uniti: l’Università McGill, l’Università del Michigan, l’Università di New York e l’Università di Princeton.
Ad oggi, tra le sue pubblicazioni, si contano più di venti libri scritti e tradotti in diverse lingue. È stata premiata con le borse di studio Guggenheim e MacArthur e insignita del premio Lannan Literary Award Griffin Poetry Prize (ottenuto due volte), del T. S. Eliot Prize, del Premio Principessa delle Asturie, del Governor General’s Award per la poesia in lingua inglese e del Premio PEN/Nabokov.
Nel 2005, per il suo contributo alle lettere canadesi, diviene membro dell’Ordine del Canada.

 

 

Silvia Patrizio nasce a Pavia nel 1981. Dopo il liceo classico si laurea in filosofia, specializzandosi successivamente in filosofie del subcontinente indiano e lingua sanscrita. ‘Smentire il bianco’ (Arcipelagoitaca, 2023), la sua prima raccolta poetica, con prefazione di Andrea De Alberti e postfazione di Davide Ferrari, vince la III edizione del premio nazionale Versante ripido (2024) e il primo premio assoluto alla XVI edizione del premio nazionale Sygla – Chiaramonte Gulfi (2024), classificandosi anche al primo posto nella sezione poesia edita del medesimo premio. La silloge ha ricevuto, inoltre, una segnalazione ai premi nazionali Lorenzo Montano 2023 e Bologna in Lettere 2023 ed è risultata tra i finalisti del premio Pagliarani 2024. Suoi testi compaiono su diversi lit-blog e riviste, sia cartacee che online, tra cui L’anello critico 2023 (Capire Edizioni, 2024); Metaphorica – Semestrale di poesia (Edizioni Efesto, 2024); Gradiva – International Journal of Italian Poetry (Olschki Edizioni, 2023); Officina Poesia Nuovi Argomenti (2023); Inverso – Giornale di poesia (2023); Universo Poesia – Strisciarossa (2023). Fa parte della redazione della rivista Atelier Online. Tutte le sue passioni stanno nei dintorni della poesia.

 

 

 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

La vita delle città” è il titolo della IV parte di Come l’acqua, Anne Carson (Crocetti, 2025), trad. Patrizio Ceccagnoli.

Italo Calvino, le città invisibili, ed. Mondadori, 2002.

 

 

NOTE

 

[1] Italo Calvino, Le città invisibili, p. 163

[2] «… È un tipo di mentalità che volevo disinnescare. Un po’ come quello che Simone Weil scrive in un saggio a proposito della contraddizione; poiché la contraddizione nei testi filosofici generalmente lascia perplessi, e lei invece ci si specializza. Weil sostiene che la contraddizione sia un utile evento della mente, perché la fa allentare, sciogliere. A quel punto, si possono pensare cose diverse o più vaste o che si trovano al di sotto dei nostri pensieri. È un improvviso cambio di paesaggio. E quell’allentarsi della mente è consentito dall’essere sbagliati». [Sull’idiosincrasia e Anne Carson, ‘Introduzione’ al volume a cura di Patrizio Ceccagnoli, p. 9 rif. Nota 5]

[3] Anne Carson, PARTE IV, Introduzione, p.223-225.

[4] [Calvino, Le città invisibili, ‘La città e la memoria, 3’]

[5] [Carson, ‘La città del bivio di Betsabea’]

[6] [Calvino, Le città invisibili, ‘La città e i segni, 2’]

[7] [Carson, ‘La città del bivio di Betsabea’]

[8] [Carson, ‘La città della vena del drago’]

[9] [Carson, ‘La città della morte’]

[10] Anne Carson, PARTE IV, Introduzione, p.223-225.

[11] [Calvino, Le città invisibili, ‘La città e i segni, 1’]

[12] Anne Carson, PARTE IV, Introduzione, p.223-225.

[13] [Carson, La città degli Apostoli]

[14] «In ognuno di voi che dipingo. / Io trovo. / Sepolto un sito di materiale radioattivo.» [Carson, ‘La città della memoria’]

[15] [Calvino, Le città invisibili, p. 140]

[16]  [Carson, ‘La città del Entegegenwärtigung’]

[17] Anne Carson, PARTE IV, Introduzione, p.223.

[18] «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio» [Calvino, Le città invisibili, p. 164]

[19] Anne Carson, PARTE IV, Introduzione, p.223-225