C’è un momento in cui la poesia smette di essere canto lirico per farsi strumento di indagine ontologica, un luogo dove pensiero e respiro si incontrano senza che l’uno soffochi l’altro. Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer, ultima raccolta di Raffaela Fazio edita da Giuliano Ladolfi, si colloca esattamente in questo snodo cruciale. Il volume si presenta non come un semplice compendio di versi, ma come un vero e proprio giornale di bordo esistenziale, strutturato in tre sezioni distinte che guidano il lettore dall’interrogazione filosofica alla presenza dei vivi, fino alla bellezza come ultima risposta.
La struttura del libro è architettonica e rigorosa, sostenuta da paratesti critici di valore: una nota dell’autrice, una postfazione di Sara Ferrari (La Poetica dell’Eccomi) e un saggio finale di Paolo Pera (Quel «Sì» detto coi Filosofi). Questi contributi non sono mere cornici, ma chiavi di lettura essenziali che illuminano il cuore pulsante dell’opera: l’ambizione di far somigliare la parola poetica «sempre più a un Sì detto alla vita, rafforzato dalle prove, a un “ci sono!”, in segno sia di gratitudine, sia di sfida» (p. 5). Questo Hinneni biblico, l’eccomi di Isaia purificato dal carbone ardente, diventa il Leitmotiv che attraversa l’intera raccolta, trasformando la poesia in una risposta a una chiamata, come ben evidenzia la Ferrari a pagina 7.
La prima sezione, che dà il titolo al volume, è un dialogo sui generis con i giganti del pensiero occidentale. La Fazio non si pone in atteggiamento deferente, ma convoca Schopenhauer, Wittgenstein, Spinoza, Montaigne, Popper, Baumgarten, Husserl e Nietzsche come interlocutori vivi, talvolta scomodi. Nella poesia eponima, l’io poetante si rivolge ad Arthur Schopenhauer con una familiarità disarmante: «Arthur, verrò da lei alle tre. / Non parleremo. Sarebbe vano. / Lei scelga solo il brano che ascolteremo» (p. 17). Qui l’autrice ribalta il pessimismo schopenhaueriano: non è il desiderio a rendere infelici, suggerisce la poetessa, ma «ogni solitaria abiura di ciò che ci accomuna e sopravanza» (p. 18). È un vitalismo tragico che ricorda da vicino certe intuizioni di Nietzsche, ma filtrato attraverso una sensibilità contemporanea che rifiuta la fuga dal mondo.
Il confronto con Ludwig Wittgenstein, nella poesia Quale parola, Signor Wittgenstein?, affronta il limite del linguaggio. La Fazio accetta che «il vivere eccede sempre il detto», ma rifiuta il silenzio assoluto wittgensteiniano. La parola poetica, pur consapevole della sua «insufficienza», diventa ciò che «leviga il mondo / (scorrendo nel suo letto) / ma non ne è il solo specchio» (p. 19). C’è qui un’eco della poesia di Mario Luzi, dove la parola è ricerca incessante e mai possesso, ma con una concretezza corporea che la avvicina alla sensibilità di una Amelia Rosselli. Anche il confronto con Spinoza è cruciale: al conatus (lo sforzo di perseverare nel proprio essere), Fazio contrappone il sacrificio altruistico di figure storiche come Lawrence Oates o Liviu Librescu, chiedendosi se il dono di sé non sia «la natura più alta» (p. 21). È un punto di svolta teologico ed etico che incrina l’immanentismo spinoziano per aprire alla trascendenza dell’agápe.
La seconda sezione, Vivo in mezzo ai vivi, segna un abbassamento di tono verso l’esistenza concreta, segnata dalla malattia, dall’amore e dal tempo. Le poesie sono datate (2023-2025), trasformando la raccolta in un diario di terapia e resistenza. La poesia del 16 dicembre 2024 è un vertice emotivo: la Vita visita il soggetto come una presenza materna, consolandolo con una verità crudele e liberatoria: «Neanche tu arriverai alla terra promessa. / ma sposterai i tuoi confini. […] un’uscita continua / dall’Egitto» (p. 56-57). L’Esodo non è più un evento storico compiuto, ma un processo permanente, un «processo permanente, incompiuto» come nota la Ferrari (p. 8). La malattia non è nascosta, ma studiata: «Studio il mio corpo. / Annoto il crampo della mano che tiene la forchetta» (p. 59). In questi versi, la Fazio evita il rischio del pietismo o della confessione straziata; il dolore diventa materia conoscitiva, simile alla waiting, L’attesa di Simone Weil, un’attenzione attiva al reale che trasforma la ferita in conoscenza.
La terza sezione, Gli iris di Van Gogh, eleva il discorso estetico a dimensione spirituale. L’arte non è consolazione, ma «grido / che in alto nell’oro si avvita / ultima accensione — ragione / di vita» (p. 69). I riferimenti pittorici (Van Gogh, Munch, Friedrich, Modigliani) non sono ekphrasis tradizionali, ma incontri tra anime che hanno attraversato l’abisso. La poesia Primavera, pensando a Edvard Munch, descrive la trasparenza del lutto: «traspare il fazzoletto e sul suo lembo / una gemma di sangue più rossa» (p. 78). Qui la poesia raggiunge una densità simbolica che richiama la ragione poetica di Maria Zambrano: la bellezza è una ferita luminosa nel reale. La raccolta si chiude con Tet e Lamed, un’allusione alle consonanti ebraiche per “rugiada”, che sfocia in una preghiera laica e mistica insieme. Dio è invocato come «madre di cieli e nude cave», e la preghiera riecheggia il Padre Nostro reinventato: «ci fecondi la tua volontà», «dacci in dono le tue labbra» (p. 90). È il compimento del percorso: dall’interrogazione filosofica alla preghiera sensoriale, dove il mistero non è svelato ma frequentato.
Merita un ulteriore approfondimento la coerenza stilistica che sostiene questa architettura tematica, poiché nella Fazio la forma non è mai contenitore neutro, ma sostanza stessa del pensiero. Come osserva acutamente Paolo Pera nella sua postfazione, la sintassi della Fazio «si frange in ripetuti enjambement, generando un ritmo sincopato che imita l’atto di pensare» (p. 95). Questo frantumarsi del verso non è vezzo estetico, ma necessità ontologica: è il tentativo di far aderire la parola al respiro irregolare della vita reale, specialmente quando questa è misurata dal dolore o dalla malattia. L’uso di accenti interni, come nel verso «scarabèo nèlla gàbbia del pètto» (p. 20 e nota p. 95), simula la pulsazione cardiaca, trasformando la pagina in un corpo vivo che batte.
Un concetto chiave che emerge con forza è quello della «soglia» non come limite da superare, ma come luogo abitabile. L’«uscita continua dall’Egitto» (p. 57) non promette una Terra Promessa statica, ma un movimento perpetuo. Questo dinamismo si riflette anche nella dimensione spirituale della raccolta, che oscilla tra secolarismo e mistica senza risolversi in dogmi. Nella preghiera finale, il linguaggio biblico viene reinventato: non è una supplica di sottomissione, ma un patto tra pari, dove il divino è una presenza generatrice che non possiede ma offre. In questo senso, Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer supera la dicotomia tra filosofia e poesia. Se Wittgenstein affermava che «il vivere eccede sempre il detto» (p. 19), la Fazio risponde che la poesia è proprio quel detto che, consapevole della propria insufficienza, «leviga il mondo» (p. 19) senza pretenderne il possesso. È un’opera che insegna a stare sulla soglia, nel «greto dell’invalicabile» (p. 35), trasformando l’attesa in presenza e il limite in abitazione.
Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer non chiede al lettore di chiudere gli occhi per negare il mondo, ma per ascoltarlo con maggiore intensità. È un libro che rischia molto, come ammette l’autrice, «quello di farsi troppo, di voler contenere troppo» (p. 10), ma è proprio in questo rischio che risiede la sua forza. La poesia della Fazio non abiura nessuno dei pesi della vita, ma li trasfigura attraverso un atteggiamento fattivo che è insieme sfida e gratitudine.
Concludendo, si può dire che questa raccolta si inserisce idealmente in quella linea alta della poesia italiana che va da Luzi a Bigongiari, dove il pensiero non è nemico del canto. Tuttavia, la Fazio aggiunge una voce originale, femminile e profondamente incarnata, che fa della vulnerabilità del corpo il luogo stesso della verità. Leggere questo libro significa accettare l’invito dell’autrice: non cercare soluzioni definitive, ma imparare a «spostare i propri confini», giorno dopo giorno, come una mina che salta nel circoscritto, in un’uscita continua che è, infine, l’unica vera libertà possibile. Come scrive Pera, «l’hinnēnī che non scioglie il mistero, lo frequenta fino a trarne il necessario amore» (p. 106). E in questo frequentare il mistero, Raffaela Fazio ci dona non una risposta, ma una presenza.
Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer insegna a stare sulla soglia, nel «greto dell’invalicabile», trasformando l’attesa in presenza e il limite in abitazione. Il fulcro e l’essenza di questa raccolta risiedono proprio nella capacità di rendere il mistero non un ostacolo alla conoscenza, ma il terreno fertile su cui costruire, giorno dopo giorno, la propria adesione assoluta all’esistenza.
Ivano Mugnaini
* * *

* * *
Sì, Signor Nietzsche
Lo sento, lo sento
il suo grido, il suo inno
frainteso
a ogni scheggia di vita
a quel ragno, a quel chiaro di luna:
istante
che non muore in sé stesso
ma che è teso, vibrante
come corda in boccheggi di note
come danza che vuole
al suo interno
l’abisso, la notte e la rosa
come serpe che si squama
e rinasce
come il Sì, Signor Nietzsche
che redime
l’eterno
se detto anche a un solo momento
(al tocco di un filo si muove
l’intera rete)
ed è un Sì a fondo perduto
senza ritorno
che va ripetuto ripetuto ripetuto
nella scelta
di volere in ciò che ci accade
l’accadimento.
Friedrich, negli occhi le vedo
il volto sfuggente del vero
la stella, il Dio ignoto
(da cammello a leone a fanciullo).
Ma lo spazio che preme
non trova
nella mente confini.
Immobile e muta, la fine dei giorni.
Il corpo ora è cavo
e pare
che nulla lo sollevi.
Eppure
fa ancora una prova:
e tenta di unire
le mani
all’ascolto di un brano.
Il suo ultimo gesto
è risposta a quel dono:
vorrebbe, vorrebbe
applaudire.
*
Gli iris di Van Gogh
Ogni bellezza
è caparra
del suo costo, di quel buio
che al suo posto sopravviene
non appena tutto cessa
(più forte il flusso
più ripida la forra).
Ma se è vista
dalla lente del dolore
non è più solo bellezza:
è grido
che in alto nell’oro
si avvita
ultima accensione ‒ ragione
di vita.
*
Mare di nebbia
(pensando a Casper David Friedrich)
A un soffio dal presente
appena sotto
la lente più sottile
(un’ala
la separa dalla notte)
l’alba è ormai pronta
è una breccia
sul mare di nebbia.
Ma il ghiaccio
si chiude di nuovo.
Con sé tiene
il giovane corpo
come fosse un tesoro.
Nel tuo occhio da allora
crepita l’abisso
che preme sulla tela
che ti chiama
‒ caduta senza fine
verso l’orizzonte
oscurità sublime nella quale
l’immagine incagliata
si mostra
e si cela.
Dietro l’opale della lastra
ti scongiura.
La sua voce
è dismisura.
* * *
Raffaela Fazio (Arezzo, 1971) lavora a Roma come traduttrice. Formatasi sia all’estero che in Italia in lingue, politiche europee, scienze religiose e beni culturali, ha al suo attivo diverse pubblicazioni nel campo della poesia (nove raccolte e alcuni scritti giovanili), della traduzione poetica (in particolare: Rainer Maria Rilke, Edgar Allan Poe, Renée Vivien e Rupert Brooke) e dell’iconografia cristiana (due guide e vari articoli).
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© Fotografia di proprietà dell’autrice.


