«Il tempo non muore. Il cerchio non è rotondo».
Prima della pioggia, Milcho Manchevski
È senza dubbio vero che, come ci ricorda Eraclito nel Περὶ φύσεως (Perì physeos: Sulla natura), non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume[1]. Meno evidente risulta, però, la riflessione che vorrebbe cogliere il confine tra il ripresentarsi identico del gesto e la frattura di un’epifania, quell’evento che ha la potenza di sancire uno scarto, una svolta definitiva nella storia individuale e collettiva.
Proprio i luoghi della ripetizione e dell’abitudine sono i più esplorati dalla ricerca di Hannah Sullivan nell’opera ‘Tre poesie’ edita da Crocetti nel 2026. La ‘trama’ che cuce insieme, non senza strappi, le tre sezioni del volume si snoda tra l’ineludibilità dei rituali quotidiani, resi spietati dall’impossibilità di essere aggirati e dalle conseguenti frustrazioni – anch’esse, in un certo senso, ripetute e ripetitive – a cui espongono l’essere umano e l’altrettanto ‘prevedibile’ mutamento, che sancisce il divenire delle cose. Nulla si sottrae o rimane intatto all’inesorabilità del tempo.
Come rileva Carmen Gallo, traduttrice dall’inglese insieme a Riccardo Frolloni, nel saggio introduttivo ‘Hannah Sullivan e l’arte di dire addio’, per la scrittura della poetessa britannica diviene fondativa l’incognita del rapporto con il tempo e le sue tangibili ambiguità: «da una parte troviamo esposta l’assurdità delle cose da fare e rifare per l’eternità – come rimandare la sveglia al mattino, passare il filo interdentale, farsi la doccia –, dall’altra si giunge alla constatazione che “la ripetizione è inesatta, l’eterno ritorno è falso”».
Il tema del tempo circolare, che ‘scorre’ «…mischiando / memoria e desiderio»[2], avvicina la riflessione di Sullivan a quella precedente di T.S. Eliot nel suo capolavoro ‘Terra desolata’. Alessandro Serpieri, rilevando come per Eliot la struttura dell’opera si articoli su un piano tanto mitico-antropologico quanto intertestuale, annota nell’Introduzione al testo: «Se la storia si misurava sull’antropologia secondo continui ritorni ciclici, il metodo mitico veniva a costituire una filosofia della storia oltre che un procedimento strettamente letterario». Quella di Eliot è, dunque, una «ciclicità che rendeva in qualche modo compresente la storia»[3].
Allo stesso modo Sullivan, con un processo di accumulo quasi ipertrofico di particolari, ri-modernizzando il mito all’interno di sobborghi inglesi schiacciati dai rituali sociali e metropoli americane soffocate dall’inconsistenza, interroga le ombre della quotidianità attraverso uno sguardo ossessivo, a tratti morboso, intento a cogliere ogni dettaglio dei corpi e della loro fisiologia più censurata, dei comportamenti minuziosamente insignificanti, delle intermittenze nelle relazioni con se stessi e con gli altri.
Ciò che viene a comporsi è un effetto asintotico in cui esperienza fisica, sensibilità e riflessione si intrecciano a comporre, quasi mimare, l’entropia della vita ordinaria fatta di gesti e parole che si perdono in un’asfissiante indistinzione. Impossibile non sentirsi intrappolati all’infinito tra la folla che «fluiva sul London Bridge» dentro una «Città irreale, / sotto la nebbia bruna di un’ala invernale»[4] a subire l’assenza implacabile di direzione…
Ciò che contraddistingue l’opera di Sullivan è il punto di vista strettamente femminile con cui l’autrice indaga una possibilità di stare al mondo resa ancora più fragile proprio dalla questione di genere. Ecco il senso del soffermarsi, coraggiosamente, su aspetti per lo più trascurati dalla tradizione letteraria come la maternità, il parto, la depilazione e l’ossessione per l’aspetto fisico codificato dallo sguardo altrui ma anche la precarietà della sessualità quando vissuta liberamente, la violenza del desiderio maschile non corrisposto, le modalità di potere asimmetriche che falsano il vissuto e la percezione di sé.
A frangere il flusso ininterrotto del tempo, due eventi che finiscono per intersecarsi e confondersi: la morte del padre e l’arrivo del primo figlio. «La nascita e la morte accadono in reparti adiacenti» osserva, non senza ironia, Sullivan, come a sancire ancora una volta una ciclicità che risulta davvero inevitabile, persino di fronte all’apparizione miracolosa dell’inedito.
Ma è nella creazione poetica che si condensa più profondamente il contrasto irrisolto tra tempo e ripetizione, a patto che la poesia sappia cambiare forma, rinnovarsi in modo attivo dentro una tradizione. Dire e manifestare coincidono soltanto quando il verso sappia concentrare e mantenere in vita la tensione tra struttura formale e aspirazione alla libertà: «Quando le cose sono senza schema, il loro fascino è più forte. / La forma fallita è frenetica di bellezza, e ci cattura più a lungo».
Ecco che allora il compito del gesto poetico si delinea nella sua potenza davvero vivificante: rendere inconsueta «la nostra percezione delle cose più ordinarie della vita». In questo senso, i versi di Sullivan ci insegnano a guardare con rinnovata attenzione «gli aspetti più ordinari dell’esperienza, riflettere sugli eventi che segnano un punto di non ritorno nel ripetersi inesorabile, apparentemente insensato, della vita e della storia, e soprattutto imparare a dire addio a ciò che è stato»[5].
Silvia Patrizio
* * *
DA RIPETI FINCHÉ È ORA. LA POESIA DI ERACLITO
1.1
Le punture di zanzara irritate fanno la crosta, linfa di resina.
Le punture prudono come sempre, e il fiume anestetico
concentra ancora il suo freddo, ma le caviglie sono diverse quest’estate,
meno sottili, con più vene, più lente nel fiume.
Altre donne mature entrano piano nella stessa alluvione,
ma il fiume è diverso senza le gallinelle d’acqua che fanno il nido,
e le gazze che volano intorno alle loro uova non dischiuse.
Non si può entrare due volte in fiumi uguali o diversi.
Nessuna avrebbe fatto un passo senza prima rabbrividire,
le dita dei piedi a cucchiaio nel fango, guardando una sorella maggiore
che cammina sull’erba e scaccia via le farfalle imperiosa.
Il fiume si crepa, scivola, un parquet per gallinelle.
Le nuvole filtrano il mare, la neve affossa la selce. Marzo porta nuove piogge.
*
DA LA SABBIERA DOPO LA PIOGGIA
Pensa a un reparto d’ospedale di notte:
il telefono che si dimena sul comodino di qualcuno,
i dottori si calano come ladri sul letto,
il più giovane fugge da un sogno che ha appena iniziato…
- Davanzali d’ospedale
perché
stava disteso con le mani così
senza guardare il video
o ascoltare il ritmo del tuo battito cardiaco,
o vedere gli arti non finiti dell’embrione,
perché è stato dializzato, drenato, imbottito di albumina;
perché non ha guardato la televisione per cui hai pagato
come
ci si sente a tamponare un collo con il pollice,
rimettendo a posto la cartilagine, quanto è complicato;
quanto sono piccoli i guanti da ospedale
se
ha aspettato tutta la notte per i cereali e i cubetti di ghiaccio
o ha trovato piacere in qualcosa
come il feto si dondola nel grembo
gonfiandosi come un tappo di vino lasciato sul bancone,
sonnecchiando mentre gli crescono i capelli…
come appaiono i parcheggi degli ospedali all’alba,
come sarebbe stata stancante la gravidanza,
come hai passato la sua ultima mattina
senza fargli visita, vagando tra un caffè e l’altro,
cercando uova fritte non in camicia;
come non era più lui
perché la nuova opera di cera giace nel letto,
il colore di un A4 strisciato col Nescafé,
il colore logoro della finta pergamena;
vuota, sgomenta, la faccia consunta
di una bambola di pezza che annoia una ragazza
che non c’è per forza una stagione per le cose
e la nascita e la morte accadono in reparti adiacenti,
che entrambe sono un travaglio, che si ferma e riparte;
che le donne sono sempre gli intermediari
che trovano le monete…
ave, morituri te salutant.
respice…
*
Mi sentivo molto coraggiosa quando sono iniziati i crampi.
Ho provato a lasciar dormire mio marito.
Distesa guardavo le luci della strada attraverso le imposte,
non trovando nulla nel cielo da ascoltare.
Anche l’aeroambulanza era ferma,
accovacciata come una locusta sulla rotonda,
e gli aerei non avevano iniziato a vorticare sopra Heathrow:
stavano ancora servendo la colazione sopra l’Irlanda,
o girando a spirale come falò da Treviso.
Pensavo alle loro ombre sulle Alpi;
volevo pensare alla neve setacciata su altra neve,
ma continuavo a vedere rotule aguzze di ghiaccio,
e ampi pascoli di genziane.
E poi stavo sognando un aereo della Croce Rossa.
Mio padre ci guidava attraverso la cava di gesso,
“Guarda,” diceva,
e l’aereo cantava nella scarpata
sbandando dove volavano gli aquiloni rossi,
tira.
E poi ce n’erano altri, come freccette nei pub,
tira. Tira.
Quando fu giorno i crampi erano passati,
e il bambino aveva il singhiozzo e la doccia era aperta.
Così mi sono trascinata per le scale per un’altra ciotola di ananas.
Avevo finito il tè di foglie di lampone.
Fuori la magnolia aveva i reumatismi,
picchiettava sul recinto con le dita gonfie.
Primavera. Primavera.
Un piccolo scricciolo sull’erba,
piccioni impilati come Tupperware.
* * *

* * *
Hannah Sullivan è nata a Londra nel 1979 e ha esordito nella poesia con Three Poems (Faber & Faber 2018), vincitrice del T.S. Eliot Prize for Poetry e del John Pollard Foundation International Poetry Prize. È autrice del saggio The Work of Revision (Harvard University Press 2013), sul lavoro di revisione nel modernismo, premiato con il Rose Mary Crawshay Prize e lo University English Book Prize. Nel 2023 è uscita la sua seconda raccolta poetica, Was It for This (Faber & Faber). Insegna letteratura inglese all’Università di Oxford.
Silvia Patrizio nasce a Pavia nel 1981. Dopo il liceo classico si laurea in filosofia, specializzandosi successivamente in filosofie del subcontinente indiano e lingua sanscrita. ‘Smentire il bianco’ (Arcipelagoitaca, 2023), la sua prima raccolta poetica, con prefazione di Andrea De Alberti e postfazione di Davide Ferrari, vince la III edizione del premio nazionale Versante ripido (2024) e il primo premio assoluto alla XVI edizione del premio nazionale Sygla – Chiaramonte Gulfi (2024), classificandosi anche al primo posto nella sezione poesia edita del medesimo premio. La silloge ha ricevuto, inoltre, una segnalazione ai premi nazionali Lorenzo Montano 2023 e Bologna in Lettere 2023 ed è risultata tra i finalisti del premio Pagliarani 2024. Suoi testi compaiono su diversi lit-blog e riviste, sia cartacee che online, tra cui L’anello critico 2023 (Capire Edizioni, 2024); Metaphorica – Semestrale di poesia (Edizioni Efesto, 2024); Gradiva – International Journal of Italian Poetry (Olschki Edizioni, 2023); Officina Poesia Nuovi Argomenti (2023); Inverso – Giornale di poesia (2023); Universo Poesia – Strisciarossa (2023). Fa parte della redazione della rivista Atelier Online. Tutte le sue passioni stanno nei dintorni della poesia.
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© Fotografia di Teresa Walton su gentile concessione di Crocetti Editore.
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[1] ποταμοῖσι τοῖσιν αὐτοῖσιν ἐμβαίνουσιν ἕτερα καὶ ἕτερα ὕδατα ἐπιρρεῖ (DK 22, B12): «Su coloro che entrano negli stessi fiumi, acque sempre diverse continuano a scorrere…» [come citato a p. 55 del volume Hannah Sullivan, Tre poesie, Crocetti ed. 2026, traduttori Carmen Gallo e Riccardo Frolloni]
[2] T.S. ELIOT, Terra Desolata, a cura di Alessandro Serpieri, BUR 2007, cap. 1, La sepoltura dei morti.
[3] T.S. ELIOT, Terra Desolata cit., pp. 18-19.
[4] T.S. ELIOT, Terra Desolata cit., cap. 1, La sepoltura dei morti.
[5] Carmen Gallo, Hannah Sullivan e l’arte di dire addio’, Introduzione al volume [Crocetti, 2026]


