Carol Ann Duffy, “Politica” (Crocetti, 2023)

Traduzione e cura di F. Marinzuli e B. Nera; nota di Guglielmo Aprile

 

Nei testi riuniti in Politica, proposti per la prima volta al lettore italiano dall’editore Crocetti, Carol Ann Duffy esplora una poetica che affonda nella materia viva della degradata quotidianità urbana, ritratta nella sua nudità più spietata. Quella della poetessa scozzese è una odissea che passa in rassegna le infinite solitudini di destini umani che marciscono inosservati e senza rumore, condotta attraverso marciapiedi freddi e grigi, cucine in disordine, stanze in affitto, uffici impersonali, autobus affollati, stazioni anonime, sotto un cielo perennemente plumbeo. I personaggi che popolano la raccolta – pendolari stanchi, migranti spaesati, donne che parlano da sole, squilibrati e disadattati, sociopatici frustrati potenzialmente sul punto di esplodere, anime ferite o guaste sull’orlo della dissoluzione psichica – sono colti nel momento in cui la loro fragilità rischia di sfaldarsi, di scivolare nella follia o nell’invisibilità. Sottolineando la stanchezza dei corpi e la precarietà dei gesti degli individui invischiati nelle loro occupazioni abituali, la scrittura offre un amaro controcanto all’epopea silenziosa dei tanti dimenticati che si aggirano come spettri per il paesaggio metropolitano: una galleria di figure che si trascinano ai margini, perpetrando giorno dopo giorno la loro fatica più per inerzia che per speranza nel domani, nella raggelante indifferenza con cui la collettività, assordata dagli ottimistici proclami di un benessere solo apparente, assiste allo sfacelo delle loro vite sciupate e sprecate.

L’autrice segue con un’attenzione ostinata il consumarsi inesorabile di tutte quelle esistenze minime, macinate dall’ingranaggio sociale senza lasciare tracce, simili a scarti di un mattatoio di periferia; ma questa attenzione, che imprime al discorso un accento radicalmente antilirico, non scivola mai nel pietismo: pur occhieggiando con una certa complicità che trova legittimo il loro risentimento antisociale, Duffy non elemosina compassione né si aspetta redenzione per i miseri e per gli sconfitti a cui dà voce, non solleva falliti e incompresi a rango di vittime esemplari, non innalza altari a favore di un’aristocrazia di maledetti; la sua parola squadra la vita nella sua crudezza materiale, nel suo monotono squallore, spoglia dei veli consolatori dell’ideologia o della metafisica, rifiutando coraggiosamente di rifugiarsi nell’edificante cornice di qualunque edulcorata narrazione salvifica.

Questo sguardo così aderente al reale non è mai neutro: la prosaicità del mondo non è semplicemente osservata, ma attraversata, come se la lingua stessa dovesse sporcarsi per restituire la verità delle esperienze che racconta, portandosi addosso la polvere e la fuliggine che offuscano l’aria dei sobborghi. È qui che il realismo su cui è improntata la raccolta si piega, si deforma, si incrina, nel lambire una pericolosa zona di frattura, dove il confine tra lucidità e follia si assottiglia. La lingua risente di questa tensione: non descrive soltanto l’inferno a misura d’uomo che la grande città moderna mette in scena, ma ne assorbe il rumore, le fratture, le dissonanze: ed è una lingua che respinge ogni tentazione estetizzante, aspra e spigolosa, priva di levigatezze e sprezzante di patine ornamentali che ne smussino le accensioni polemiche, i caustici sfoghi, le irridenti canzonature; una lingua asciutta e porosa, che non teme di compromettersi con i risvolti più concreti del vissuto, che accoglie il gergo e il turpiloquio, che si lascia contaminare dalla cronaca, dal vocabolario dei giornali e dei mass-media, aperta a frasi spezzate, a lacerti di parlato, a scarti sintattici; una lingua viva e imperfetta come quella che trapela dalle conversazioni e dagli scambi di battute tra persone reali, che non eleva e non sublima, ma incide e registra con obiettività.

In questa fedeltà alla ruvida superficie delle strade, Duffy costruisce un ritratto dell’ordinario come luogo di resistenza, in cui la poesia – pur guardando al mondo dal basso, dalla prospettiva di chi non ce l’ha fatta, di chi si è perso – prova comunque a ridare dignità a ciò che la società considera scarto, a custodire quanto la superficialità e l’ottusità dei nostri tempi minacciano di travolgere. Il realismo diventa a questo punto un atto etico, in quanto carica il gesto poetico di una responsabilità di tipo civile e lo riconduce a un compito da cui di solito fugge: quello di mostrare la vita per ciò che è, senza facili indulgenze emotive, senza cercare nel quotidiano uno scampo, ma rivelando di esso la sua natura più inquieta e vulnerabile.

Ma nel cercare le cause e le radici della condizione alienata in cui versa il presente, l’indagine di Duffy si allarga al potere e alle sue storture. La raccolta attraversa quattro decenni di vita pubblica britannica, per mostrare come l’individuo, oggi, non sia più oppresso da catene visibili, ma reso estraneo a sé stesso, intrappolato com’è in una rete di procedure che normalizzano la violenza, la rendono impercettibile, la trasformano in amministrazione, spettacolo, memoria distorta. Duffy smaschera i meccanismi del potere e ne denuncia le infrastrutture profonde: un sistema di linguaggi e narrazioni che modella perfino il modo di pensare dell’individuo senza che lui se ne accorga, e che non opera più con l’uso della forza e della coercizione, ma in forma più subdola, attraverso l’assuefazione. Se la verità può essere detta solo nelle forme della caricatura e del paradosso, l’ironia a cui ricorre lo stile assume una funzione politica decisiva: permette di svelare la riduzione delle persone a burattini nelle mani del Moloch statale, incrinando la superficie liscia del discorso pubblico per restituire al lettore la capacità di vedere ciò che la retorica istituzionale tende a occultare.

Nel suo impegno critico, che è mosso da un’urgenza di giustizia e di conoscenza, l’autrice si serve di toni taglienti e corrosivi non come strumento satirico, ma come tecnica di demistificazione: nella lente dello sberleffo e della presa in giro, l’autorità è ridicolizzata, la politica si degrada a B-movie, i leader a caricature animalesche, la burocrazia a teatro dell’assurdo; ed emerge pienamente la crescente distanza tra la demagogia di chi governa, fatta di slogan e formule roboanti, e i bisogni della gente, tra la comicità esteriore di chi riveste ruoli di comando e la gravità delle conseguenze delle sue scelte. L’immagine del mondo restituita dalle pagine è quella di un organismo disumanizzato, tanto più spaventoso quanto più perfettamente organizzato e regolato da automatismi di infallibile efficienza, in cui il singolo – soprattutto quando pretende di far valere il proprio diritto all’esercizio libero della ragione – è gestito, più che governato, e condannato all’isolamento e alla cancellazione di quei legami che lo riconoscevano parte di una comunità. E in questo affresco grottesco della contemporaneità, l’alienazione non è più circoscrivibile entro i confini di un sentimento soltanto privato, ma si impone come la condizione politica dell’epoca: il prevedibile sintomo della deriva patologica che sta per inghiottire il nostro orizzonte distopico e soffocante, la cifra esistenziale di una società che va assumendo i tratti di una gigantesca prigione senza sbarre che solo la poesia, quando si fa militante nell’accezione più alta del termine – quella di un dissenso non negoziabile e di un intransigente antagonismo rispetto allo status quo – può rendere percepibile, testimoniare, perfino forzare in vista di un varco verso una libertà ancora possibile.

 

 

Guglielmo Aprile

 

 

 

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Una cultura per svago

 

 

Oggi ucciderò qualcosa. Qualsiasi.
Ne ho abbastanza d’essere ignorato e oggi
giocherò a fare Dio. È un giorno come un altro,
una specie di grigiore e noia s’agita per le strade.

Con il pollice schiaccio una mosca contro i vetri.
Lo facevamo a scuola. Shakespeare. Era in
un’altra lingua e ora la mosca è in un’altra lingua.
Alito talento sui vetri per scrivere il mio nome.

Sono un genio. Con solo mezza possibilità potrei
diventare qualsiasi cosa. Ma oggi cambierò il mondo.
Il mondo di qualcosa. Il gatto mi evita. Il gatto
sa che sono un genio e si è nascosto.

Butto il pesce rosso nel cesso. Tiro la catena.
Va bene così. Il canarino è in preda al panico.
Ogni quindici giorni mi faccio due miglia per andare in città
per il sussidio. Non apprezzano il mio autografo.

Non c’è rimasto niente da uccidere. Chiamo la radio
e dico al conduttore che sta parlando con una superstar.
Mi taglia. Prendo il coltello da cucina ed esco.
All’improvviso i marciapiedi luccicano. Ti tocco il braccio

(1985)

 

 

 

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Straniero

 

 

Immagina di vivere per vent’anni in una città tetra, diversa.
Ci sono delle abitazioni squallide nell’East Side
e una di quelle è la tua. Sul pianerottolo ascolti
il tuo accento straniero risuonare giù per le scale. Pensi
in una lingua tutta tua e parli nella loro.

E ti metti a scrivere a casa. La voce nella tua testa
recita la lettera in un dialetto locale; dietro
c’è la voce di tua madre che canta per te,
tanto tempo fa, e ora non capisci
perché i tuoi occhi lacrimino e quale sia la parola esatta.

Usi i mezzi pubblici. Lavori. Dormi. Immagina una notte
di far caso a un nome spruzzato in rosso
su un muro. Un nome d’odio. Rosso come il sangue.
Per le strade nevica, sotto le luci al neon,
come se questo posto andasse in frantumi davanti ai tuoi occhi.

E al negozio di gastronomia, di quando in quando, le monete
nel tuo palmo non traducono. Con difficoltà,
perché questa non è casa tua, indichi la frutta. Immagina
un tuo simile che dice Io non sapere cosa questa gente voler dire.
Sembra vanno a letto e sognano solo. Immagina un po’.

(1987)

 

 

 

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La politica

 

 

Fa della tua faccia una pietra
che brama di piangere, il tuo cuore un pugno,
chiuso o palpitante, la tua lingua
un catenaccio di ferro senza porta; la tua mano destra
un guanto di sfida, la sinistra un burattino, la tua risata
una foglia secca che si contorce al vento, i tuoi dischi preferiti
frush frush frush, le parole sulle tue labbra dadi
che non totalizzano mai sei. Ti toglie il fiato,
ti sfotte, il tuo bacio un soldo buttato via,
le tue promesse latino, feedback, interferenze, ciance,
i tuoi capelli una parrucca, il tuo passo un trampolino sul vuoto.
Dice: politica – alla tua istruzione, onestà, salute; grida:
Politica! – alla tua laboriosità, impegno, prosperità; ruggisce, alla tua
coscienza, bussola morale, verità, POLITICA POLITICA.

(2011)

 

 

 

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La ferita nel Tempo*

 

 

È la ferita nel Tempo. Le maree del secolo,
che intonano i loro salmi amari, non possono guarirla.
Né la guerra porre fine a tutte le guerre; il luogo natio della morte;
la terra che cova le sue uova metalliche ticchettanti, schiude
nuova carneficina. Ma come potevate saperlo, arditi
come la fede mentre salpavate sulle navi, cantando?
La fine di Dio nell’aria avvelenata, satura di schegge.
La poesia gorgoglia il suo stesso sangue. Sentiamo sia stato per amore
che avete dato il vostro mondo; le piazze delle città in silenzio,
in attesa dei cenotafi. Cosa è accaduto dopo?
La guerra. E dopo ancora? La guerra. E ora? Guerra. Guerra.
La storia potrebbe essere anche acqua che sferza questa costa;
dato che non impariamo niente dai vostri sacrifici infiniti.
I vostri volti annegano nelle pagine del mare.

(2018)

 

 

 

* Riferimento agli eventi dell’11 novembre 2018 (centenario dell’armistizio che pose fine alla Prima guerra mondiale), avvenuti su molte coste di Regno Unito e Irlanda per commemorare i caduti in mare di tutte le guerre.

 

 

 

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© Fotografia di Dino Ignani.