L’ultima ansa del buio: Matteo Fantuzzi e il breviario incandescente del disamore

Nota di Guglielmo Aprile

 

Nel suo amaro e sofferto testamento poetico postumo, Matteo Fantuzzi costruisce un dispositivo di rilevazione e diagnosi del collasso: un atlante lucido e sgomento in cui la parola cartografa un universo in agonia, tracciando una mappa di corpi e ambienti, linguaggi e paesaggi minati dal germe di una dissoluzione senza scampo, corrosi dalla lebbra di uno svuotamento di significato che penetra e si diffonde, con pervasività capillare e sotterranea, in ogni ambito del vivere. Diario del disamore si configura come una proposta testuale che non cerca vie di fuga né consolazioni, ma che registra la fine dell’umano, il suo ingresso in uno stadio di marcescenza definitiva, a partire da una prospettiva allineabile al noto assunto di Karl Jaspers, secondo cui “umanità è malattia”: la condizione patologica sarebbe perciò costitutiva del nostro essere al mondo, ponendosi a fondamento di una antropologia della fragilità. L’ultima produzione di Fantuzzi focalizza un dissesto percepito come organico, non più circoscritto a una dimensione soggettiva ma ormai intrinseco all’ossatura delle cose, radicato in profondità nella trama stessa del reale: la scrittura lo seziona, lo referta, ne intercetta e rimarca i sintomi, ne interpreta i presagi e ne certifica i segni sempre più sinistri e incombenti, con una precisione clinica e un rigore glaciale che non concedono attenuanti, accogliendo la resa a una deriva spietata e irreversibile come unico orizzonte esistenziale superstite.

La raccolta delinea una galleria di figure deformi e gesti sbilenchi, cifrate emanazioni di un immaginario ferito e contaminato, che elabora una visione del contemporaneo come teatro di decomposizione, dove il “disamore” coincide con l’esaurimento di quella pietas sui cui valori dovrebbe edificarsi ogni civiltà che si pretenda umana. Dalle pagine emerge una sequenza di presenze femminili metamorfizzate, stralunati ritratti in cui il tenero si intreccia e si fonde al macabro – la bambina sirena, la ragazza coniglio, la ragazza cerbiatto, che “si strappa le unghie per gioco”, la ragazza gomitolo che giace tra le lamiere, stritolata dalle ruote dentate di una macchina che continua imperterrita il proprio lavoro –, apparizioni volubili e frammentarie, che languono in una zona liminale sospesa tra incubo e cronaca, tra stralci di fiabe infantili e spunti della quotidianità più degradata; sono creature dai corpi contorti, storpiati, offesi, dalle identità ambigue e oscillanti, dai volti indistinti e annebbiati, sfocati come appena intravisti attraverso una patina di acque torbide, incapaci di riconoscersi allo specchio a causa di “una smorfia inesatta” che ne deturpa le fisionomie: spettrali maschere evase dalla regione ctonia dell’interiorità, ibridi che hanno abbandonato la forma umana per rivestirsi di caratteri ferini o oggettuali, di innesti animaleschi o materici, affiorando come relitti di una singolare e aberrante zoologia fantastica. Il dolore, indagato attraverso tali figure e in esse rappreso, non giunge alla soglia del dicibile, ma resta trattenuto, inespresso, calcificato, e anela alla gioia chimerica di un “ruscello denudato dal ghiaccio” che però non vedrà mai, o al massimo a una tregua dalla morsa avviluppante in cui è imprigionato chi lo sperimenta.

La parola rinuncia ad ogni funzione ornamentale e si spoglia di qualunque lirismo, ma si rivela ancora investita da alte facoltà evocative, da cui scaturiscono immagini crude e disturbanti, che vogliono urtare, scuotere, bruciare, balenanti come brandelli esplosi da una detonazione: scene cruente, sconnesse, che sembrano filtrare dai resoconti dei più agghiaccianti episodi dell’attualità, disseminate sullo sfondo dell’anonimo e indifferente contesto metropolitano dei nostri tempi, allusive a delitti, incidenti, fino a un linciaggio consumato su una scala mobile, “tra i magazzini e le offerte” dello scintillante e plastificato paradiso consumistico che ci circonda e ci rinserra, ci narcotizza, ci espropria sottilmente della libertà per mezzo dei suoi allettanti adescamenti. Panorami scabri e desolati si accavallano in una successione disarmonica e dissonante, la cui impersonalità è intensificata dall’uso non sporadico del soggetto in terza persona plurale, che produce un effetto di straniamento spaesante, oltre che per mezzo di una versificazione franta, scheggiata, e di una sintassi di tipo paratattico, dall’andamento prosastico. Il discorso poetico affastella vorticosamente gli scandalosi fotogrammi di un microcosmo deprivato di morale e di giudizio, nel quale ogni possibilità di restare umani si scopre perduta, perché i legami tra gli individui si sono sfaldati e la convivenza obbedisce a una grammatica puramente economica, governata da una crudeltà sistematica e canonizzata; crudeltà che si estende perfino a una natura che ha tradito il mito della propria innocenza, con le sue creature rabbiose e incattivite, comandate dall’imperativo biologico a soddisfare ad ogni costo i loro bisogni primari, come le oche che si contendono “pezzi di pane ammuffito” al punto da sbranarsi a vicenda. Ma più spesso è l’uomo a dare prova della propria intima mostruosità, che si sfoga sul “coniglio domestico” ucciso a calci sotto gli occhi della bambina che urla “fino ai conati in un bagno di lacrime”, senza che nessuno veda e intervenga, nel silenzio e nel disinteresse di viali e di edifici tutti uguali, sordi, insensibili alla tragedia che tra le loro linee squadrate e ortogonali si perpetra ogni giorno: una sorta di perverso e sconsacrato olocausto, obbediente a un funesto cerimoniale, praticato sull’altare di una qualche divinità sadica e deviata, che si compiaccia di ricevere il devoto tributo di sangue da parte dei suoi sacerdoti, per mano dei quali una vittima a caso viene immolata con gratuita efferatezza; lo sguardo di fronte all’orrore e allo strazio lambisce i vertici di una tensione espressiva potentissima, a tratti insostenibile, allargando squarci paurosi nel tessuto di una congiuntura storica che ha normalizzato il male, ritraendo scorci di delirio urbano che rendono tangibile in che misura l’inferno abbia già messo salde radici sulla terra. Il vissuto è decantato in quadri che respingono e suscitano raccapriccio, dai quali esala l’odore acre e intossicante delle strade, dominati da una violenza cieca, gratuita, tribale, esibita con quasi oscena impudicizia, che fa da costante sottofondo alla squallida epopea delle solitudini che si incrociano senza guardarsi negli occhi nei luoghi dell’alienazione – ambulatori e ipermercati, sale d’attesa e corridoi sterminati battuti dalle luci al neon –, e che è il vessillo di una vita sociale ormai disumanizzata, il marchio di una comunità che ha abdicato ad ogni disponibilità alla cura e all’accudimento. Neppure azioni e pose degli uomini sono risparmiate dalla furia della rappresentazione, che sottopone alla lente della deformazione grottesca e allucinata il momento di un imbarco in aeroporto, con la visione dei terminali assaliti dall’orda dei viaggiatori trasfigurata in concitata deflagrazione di una bestialità sguaiata e fuori controllo: una piena travolgente di esseri dai modi sgraziati, esasperati, smanianti, parossistici, simili ad “arieti selvaggi”, “insetti” che sciamano, “animali rabbiosi”, o a “pedine che si mangiano l’un l’altra” su una scacchiera, comparse di un barbaro rituale del tempo libero e del divertimento, che cedono ai rigurgiti di quell’istinto primordiale che li riporta alle dinamiche del branco e li riassorbe nella natura di un ferino e vorace organismo collettivo, in cui l’altro cessa di apparire come soggetto per ridursi a preda e a nemico.

Frequente è l’impiego di prestiti derivati dal lessico tecnico e industriale – “ciclo di scarto”, “bacino di laminazione”, “autoclave”, “gancetto del nastro” – che concorrono a raffigurare la ripetitività nella quale le esistenze ordinarie sono invischiate come processo cieco ma subdolo, meccanismo dalle leggi tanto inflessibili quanto insensate, osservato senza stupore, con analitica fermezza di sguardo; scelta formale funzionale a ricondurre le logiche coatte di produzione e consumo, sui cui binari i rapporti tra il singolo e la collettività sono forzatamente impostati, al paradigma di una fabbrica smisurata e famelica: Leviatano dalle ganasce ingorde e rutilanti, che macina e inghiotte e ricomincia all’infinito, che riduce le persone a oggetti che si guastano, si sporcano, vengono reimmessi nel ciclo di lavorazione oppure espulsi, che annulla i loro corpi nella reiterazione automatica, li relega a residuo e a materiale di scarto, li risucchia e li trascina in una catena di montaggio dai ritmi frenetici e demoniaci.

Nella sezione dedicata alle Case identiche, il desiderio di dormire dà voce a una voluttà di auto-cancellazione, a una cupio dissolvi che appare come l’ultima risposta di fronte a una realtà incapace di offrire alcuna speranza di senso; tutto è investito da questa pulsione: il cibo lasciato a marcire sui banconi, le operaie ridotte a “pezzi di stoffa buttati”, i malati dimenticati nelle corsie che invocano la sedazione, la bestia impagliata al museo, in cui l’autore coglie una stravolta proiezione di una sorte che attenderà a breve anche lui; il sonno apre un fragile varco che sottrae all’odiosa luce diurna e al biancore immacolato delle pareti ospedaliere, interrompe la percezione, spezza gli ingranaggi della violenza, tronca i legami di appartenenza ad un destino non più identificabile come proprio; e la stessa degenza è associata a un letargo, protratto per un tempo indefinito, nel cuore di una lugubre foresta immersa nella nebbia, dove le lenzuola intrecciano “rovi”, i farmaci si mutano in “bacche” e i macchinari che monitorano le funzioni vitali in “lucciole”. Ampio è il ricorso al linguaggio medico, che nominando cavi e flebo, fiale e mutilazioni, “cicatrici” e “marchiature perenni”, o ricordando il caso di un paziente che diede in escandescenze mentre i sanitari tentavano di contenerlo, conferisce al contesto clinico i connotati di un reparto di guerra, mentre il corpo – inciso, invaso, violato, disidratato – diventa un campo di battaglia, ma anche l’emblema di una humanitas entrata in una fase di conclamata putrescenza: la sua progressiva disgregazione è documentata con ruvida fisicità e brutale concretezza, senza alcuna sublimazione. Una paura nuova, selvaggia e viscerale, nota solo a chi senta approssimarsi la conclusione del proprio soggiorno mortale, simile a quella della bestia che nella sua “piccola gabbia” veda “arrivare il suo carnefice”, si fa largo tra le pieghe delle interminabili giornate di ricovero, con il suo corteo di inquietanti visitazioni, che si affaccia sulla grigia soglia della dimensione onirica quando le difese coscienti si abbassano: ecco il “facocero” di fronte al cui irrompere l’unica reazione ammessa è una “fuga cieca”, e l’animale che a chi dorme “stacca a morsi le falangi senza scappare”, e ancora “il lupo sotterrato negli anni”, emissario di un ancestrale trauma che si risveglia, fuoriuscito clandestinamente dalle sentine della memoria. Ma prostrato e sfinito dalla lotta, il corpo non attende altro che spegnersi, arrendersi, sprofondare, e richiama un’immagine di alberi “aggrappati al dirupo”, sul punto di allentare la presa, non appena una “pioggia lievissima” li avrà spinti giù dal loro fragile “argine”; e di essi non resteranno che “montagne di cenere”. E infine la morte ruba la scena a tutti gli altri pensieri, imponendosi come più reale dei nostri tentativi di allontanarla, ma presentandosi sotto le spoglie falsamente rassicuranti di un profilo impiegatizio, di un modesto e zelante funzionario che adempia, senza partecipazione personale, a una mansione di routine, scandita da un protocollo rigido, non derogabile: “riempie caselle” una alla volta, con asettico distacco e meticolosa puntualità, appone una firma su un registro, annota un nome e una data su uno schedario, secondo una burocrazia del dolore che declassa ogni esperienza a operazione di computisteria, procedura, somma di numeri presto cancellati.

L’alchimia linguistica operata da Fantuzzi trasmuta il dramma personale in parola, ricomponendolo in una forma poetica che non attenua l’angoscia, ma la rende comunicabile, la espone, la consegna alla condivisione, senza tradirne l’urgenza originaria che destabilizza ed obbliga a fissare il baratro senza arretrare, attraverso una metamorfosi che esercita la miracolosa virtù di distillare voce dal sangue e consapevolezza dal vissuto. Diario del disamore si colloca come opera tra le più perturbanti della poesia italiana recente: un lascito che sfida il lettore a interrogarsi sulla fragilità dell’umano e sulla violenza delle sue forme di vita; il disamore non si limita a circoscrivere soltanto un contenuto tematico, ma illumina la condizione ontologica del presente: presupposto e struttura del tempo che abitiamo, in cui la poesia non può essere più annunciatrice e tedofora di vocazioni salvifiche e missioni di redenzione, ma conserva ancora il potere di mettere a nudo, con ferocia visiva e chiaroveggenza estrema, il destino di estinzione verso cui la civiltà sembra votata, e un disfacimento che va assumendo proporzioni universali.

 

 

Guglielmo Aprile

 

 

 

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Copertina di Diario del disamore

 

 

 

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La ragazza gomitolo
giace alla fine del turno
tra le lamiere di ferro.
Nulla si rivelerà mai
complicato quanto togliere
via la bellezza dei cardini
per restituirla ai parenti.

Hanno ripulito l’ordito appena
dopo le indagini, ricomincia così
il proprio ciclo continuo l’azienda
con altre dita sottili
per ammansire la macchina.

 

 

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Hanno ucciso per gioco
un coniglio domestico.
Se lo lanciano come fosse
un pallone da football
rincorsi da una ragazzina
che fino ai conati
sta urlando
in un bagno di lacrime.

Nel totale silenzio
delle case identiche
nessuno
nemmeno a distanza
li osserva.

 

 

 

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NELLA FABBRICA
[da un’opera di Gian Maria Tosatti, Padiglione Italia, Biennale di Venezia 2023]

 

Le operaie hanno turni precisi:
tutta una vita a cucire
per non cucirsi più addosso.

Dallo stanzone quadrato
sopra i letti scendendo le scale
possiamo vederle oscenamente
buttate come scarti di stoffa.

Eppure ogni sera
si ostinano ancora a cercare
gli insetti per disegnare la notte.
Pochi minuti di assenza
per ripiombare nel turno.

 

 

Il segreto era stato immaginare le lucciole dove c’erano tutte le macchine, dove stavano i cavi, le flebo, le soluzioni isotoniche. Dove i fili controllavano ogni parametro, ogni funzione, ogni segno vitale io ero convinto di stare in un bosco in una giornata di nebbia, proprio lì dove si sviluppava il reparto per me cominciava la più tetra foresta.

 

 

 

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Per la foto di Matteo Fantuzzi si ringrazia Daniele Ferroni.