Anne Carson ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura 2026. L’Accademia di Svezia le ha assegnato ieri, 8 ottobre, il riconoscimento «per la sua opera audace e creativa, che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha dato vita a nuove forme per la letteratura contemporanea».
È proprio nel rapporto tra passato e presente, tra mito e contemporaneità, che si muove la scrittura di Carson: una scrittura multiforme, capace di attraversare tempi e generi per interrogare alcune delle questioni più profonde dell’esperienza umana. Nella postfazione al volume Uomini fuori servizio – Men in the Off Hours (Biblion Edizioni, 2025), Gisella Blanco ne indaga la visione del mondo a partire dalla riflessione sul tempo, sulla guerra e sulla fragilità dell’uomo. Ne pubblichiamo un estratto, seguito da alcune traduzioni.
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«L’ispirazione metaletteraria — ibrida e mutevole, sfuggente a definizioni e generi — è una delle caratteristiche più identitarie, oggi, di una scrittura in grado di resistere all’usura del tempo, alla transitorietà delle mode e all’estenuazione delle categorie critico-geografiche e socio-antropologiche. Anne Carson, con la sua penna brillante e immediatamente riconoscibile, è pensatrice oltre che scrittrice eclettica, pienamente calata nel suo tempo ma anche nei molti altri tempi che riporta alla luce con le sue parole. E proprio perché calata profondamente nel suo tempo, il presente del presente, Carson attinge a piene mani al mito, a quella radice psicologica e filosofica che innerva da sempre il mondo interiore dell’essere umano.
Attraverso l’emblema della guerra — nello specifico quella del Peloponneso raccontata da Tucidide nelle Storie — Carson articola un ineccepibile discorso sul tempo, complesso e cinico: “Il modo in cui le persone indicano il tempo è un fatto intimo e locale,” osserva, e “Tucidide ci pone in un punto di osservazione privilegiato rispetto a tali fatti, in modo che guardiamo in basso come su una mappa degli stati greci e vediamo le vite che si susseguono — ognuna con il proprio fuso orario, il proprio sistema di misure, i propri nomi locali”.
La conclusione di Carson, nella sua graffiante semplicità, non lascia scampo ad alternative, sembra una ‘previsione del tempo’ già azzeccata: “Presto questa molteplicità si fonderà in un unico tempo e sistema, sotto il nome di guerra” dice, “ma prima vi assistiamo come a vicende separate”. E questa ‘separatezza’ è soltanto uno dei modi di leggere il tempo in base alla soggettività e alla percezione del popolo che si racconta o che viene raccontato.
Carson continua il discorso sul tempo a partire da quello sulla guerra affiancando a Tucidide una scrittrice e un’opera più vicini a noi, Virginia Woolf con Il segno sul muro, che fa riferimento all’inizio della Grande Guerra.
Se l’ordine cronologico degli eventi è spesso il modo più diffuso per iniziare a parlare del tempo, è però solo uno dei modi possibili e, probabilmente, anche il più scontato e obsoleto. Una scrittura consapevole si riconosce anche dalla capacità di posizionarsi all’interno del tempo e dei tempi raccontati: una narrazione tridimensionale, che si sottrae alla sequenza lineare di fatti.
Sia nel caso di Tucidide che in quello di Woolf, Carson ci invita a riflettere sulla necessità di precisare il momento iniziale della guerra per non lasciarla cadere in una dimensione temporale dai contorni imprecisi, e quindi non identificabili, con il rischio che cause e conseguenze restino sfuocati o vengano licenziati con resoconti sterili e troppo partitici.
La questione di cosa rimanga dell’umanità dopo le guerre, in particolare, ha occupato e accomunato tanti pensatori nel corso dei secoli, non ultimo Adorno con la sua riflessione sulla barbarie di fare poesia dopo Auschwitz (riflessione, almeno in parte, smentita con la vita e con la morte di Paul Celan). Ma se l’inizio e la fine, la vita e la morte sono frutto di attimi brevissimi quanto fortuiti — la guerra, in fondo, è un modo d’essere dell’uomo intorno al quale si compie il senso del tempo, dei molti inizi e delle molte fini -, “la pace,” secondo Carson, “è una questione di generalizzazioni”. Mi soffermo allora su questa frase, enucleandola dal suo contesto letterario specifico: in queste parole, infatti, credo sia contenuta una verità storica e geopolitica di grande rilievo che accomuna tutti i conflitti e il loro impatto sulle sorti del mondo, anche al di là di come ogni singolo conflitto viene riportato e interpretato.
La guerra non è mai un fatto univoco, interamente chiaro e perfettamente intellegibile. Ponendo l’indubbio rilievo che il concetto di pace dovrebbe assurgere a modello esteso di vita a partire dal basso della società — e non solo nelle ragioni del diritto, spesso astratte e “lontane” -, appare sempre più evidente che, ai fini di una pace duratura ed ecosostenibile, fare generalizzazioni, cedere alla lusinga di visioni parziali o utopiche, può risultare inutile o, addirittura, controproducente. E alla pace si arriva spesso pagando tutti un prezzo altissimo.
Per Simone Weil la bontà è il valore più difficile da attuare perché l’uomo è istintivamente prevaricatore e perché la vita è un compromesso difficile e doloroso tra bene e male, tra interesse personale e giustizia, tra comprensione dei fatti e fraintendimento. Ma se secondo Weil la giustizia è definita dal “mutuo consenso” nelle relazioni umane, per Carson è qualcosa di più ostico, sfuggente e insidioso. Non perché non debba essere un obiettivo prioritario, ma perché il suo raggiungimento è accompagnato da ricorrenti e banali generalizzazioni attraverso un rischioso travisamento degli equilibri reali, travisamento talvolta – ma purtroppo non sempre – involontario. Non è un caso, forse, che sia Woolf che Tucidide siano travolti da una visione, quasi un presagio: gli uomini nelle loro guerre appaiono nudi. La nudità – in tempi di guerra come in tempi di pace, che sia forzata o che si manifesti come atto di protesta, di provocazione, di seduzione o di relax – è pur sempre esposizione, fragilità, intimità. Spossessamento del sé, delle proprie difese. Espropriazione del significato […]».
Gisella Blanco
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Le seguenti traduzioni di Arlindo Hank Toska e la nota sono tratte dal volume Uomini fuori servizio – Men in the Off Hours (Biblion, 2025), a cura di Leonardo Guzzo, Antiniska Pozzi e Marco Sonzogni.
EPITAFFIO: SION
Piccolo mondo assassino, i nostri oggetti avevano sguardi una volta.
Le nostre vite erano fragili, il vento
poteva spazzarle via. Qui giace il rifugiato che respira,
che ha bevuto una ciotola di altrove.
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EPITAFFIO: ANNUNCIAZIONE
Il movimento ha spazzato via il mondo, inorridito dalle bianche reti nervose.
Di grazia, cosa
devo fare con le mie seicento ali? mentre un rossore si diffonde
lento, da dentro.
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EPITAFFIO: EUROPA
Una volta animati i raggi X percorrevano le colline come se fossero
alberi. Ora restano solo ossa
e la loro Quaresima resta con loro, nera sul chiodo.
Sbrindellante sul muro del giorno.
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NOTA DEI CURATORI
Anne Carson (1950) è una delle scrittrici più raffinate e complesse del nostro tempo. Men in the Off Hours (2000) — pubblicato un quarto di secolo fa, e dunque sospeso tra secondo e terzo millennio a seconda di dove si voglia puntare lo sguardo — è di sconcertante attualità. Uno sguardo sempre puntato è quello della traduzione, cui Carson attinge con ispirata naturalezza — da studiosa, da saggista e da scrittrice — per allineare le proprie intenzioni e intonazioni. Un labirinto di voci: inebriante nella sua eleganza e sorretto da un tessuto linguistico che dimostra quanto precisa, penetrante e polifonica possa essere la lingua inglese. Un esempio su tutti: il titolo, che fonde con etimologica — e ironica — nonchalance la polisemia di “men” e “off”. E quanto fluide possano essere le scelte di forma impresse alla lingua: prosa e poesia si fanno e si disfano a vicenda, si alternano e si alterano nella vorticosa e vertiginosa creatività di questa autrice. Ecco allora che è sembrato altrettanto naturale affidarsi a una pluralità di voci per ricreare nel tessuto e nella timbrica della lingua poetica italiana dei nostri giorni l’originalità di pensiero e la cifra scritturale di Carson. Laddove questa originalità e questa cifra lo rendessero assolutamente necessario al fine di una più completa e corretta comprensione del testo, sono state inserite delle annotazioni: una decisione avallata dal fatto che anche l’autrice abbia fatto talvolta ricorso a delle note. In questo come in altri lavori di traduzione poetica, Francesca Calligaro, Yuanyuan Liang, Alessandro Macilenti, Maria Chiara Savi e Ross Woods sono stati preziosi compagni di viaggio: alla loro sensibilità si deve l’esito finale di questo lavoro di traduzione collettivo, seguito con grande cura da Valentina Pinton e Davide Pozzi.
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Anne Carson (Toronto, 21 giugno 1950) è una poetessa, saggista e traduttrice canadese.
Formatasi all’Università di Toronto, dal 1979 ha insegnato lettere classiche, letterature comparate e scrittura creativa in università degli Stati Uniti e del Canada, tra cui l’Università McGill, l’Università del Michigan, l’Università di New York e l’Università di Princeton.
Con più di venti libri scritti e tradotti pubblicati fino ad oggi, è stata premiata con le borse di studio Guggenheim e MacArthur, ha vinto il Lannan Literary Award, due Griffin Poetry Prize, il T. S. Eliot Prize, il Premio Principessa delle Asturie, il Governor General’s Award per la poesia in lingua inglese e il Premio PEN/Nabokov, ed è stata nominata membro dell’Ordine del Canada nel 2005 per il suo contributo alla letteratura del Paese.
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© Fotografia di Jay Dixit, realizzata in occasione dei National Book Awards 2024. Immagine convertita in bianco e nero a cura della redazione. Fonte: Wikimedia Commons. Licenza: Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0).


