©fotografia di Enrica Fallone

Alla foce dell’Invisibile: per una nuova teurgia poetica. Intervista a Michelangelo Zizzi

A cura di Massimo D'Arcangelo

 

Negli ultimi anni, all’interno del panorama poetico italiano, sembra emergere una sensibilità comune che attraversa autori diversi per stile, provenienza e linguaggio, ma accomunati dalla ricerca di una dimensione ulteriore dell’esperienza poetica. Da questa convergenza nasce l’idea di un Manifesto della Poesia Metafisica, un progetto che intende aprire un dibattito critico sul ruolo della poesia contemporanea e sul suo rapporto con l’Essere, il simbolo e la tradizione.

Ideato da Michelangelo Zizzi e approvato da molti sodali, è promosso da Fallone Editore e destinato ad affiancarsi a un’antologia di autori contemporanei, il Manifesto individua alcuni principi fondanti – dall’antimodernismo al superamento del biografismo, dall’allegoresi all’anagogia, fino al valore del melos e della metamorfosi – delineando i contorni di una possibile nuova corrente letteraria.
Ne parliamo con Michelangelo Zizzi, per comprendere le origini, le motivazioni e le prospettive di questa proposta culturale.

 

 

 

*        *        *

 

 

M.D. Da quale esigenza nasce l’idea di un Manifesto della Poesia Metafisica e quale visione della poesia contemporanea intende affermare? Si tratta di una risposta alla crisi del linguaggio poetico o del tentativo di restituire alla poesia quella funzione conoscitiva che la modernità sembra aver progressivamente smarrito?

 

M.Z. Il Manifesto della Poesia Metafisica nasce da un’intuizione comune tra me e molti sodali. È un Manifesto che vuole essere Movimento e che per sua natura accetta differenze, dismorfismi, apostasia e polemiche. Qui si tratta di superare il punto sedentario della poesia italiana, se pur si tratta di un punto di buon livello. Il Manifesto ambisce a smuovere, creare correnti e riconoscere valori obliati per abitudine a causa di stilemi consunti. L’apporto teoretico della Poesia Metafisica è pari a quello del sorriso di Arpocrate o dell’infante nel colmo della potenza nella stanza dei giochi; pari al riserbo che non conosce risposta che l’asceta mostra dinanzi a una domanda futile.

 

 

M.D. Tra i principi da lei indicati figura il superamento del biografismo a favore di una biografia dello spirito. Come può oggi un poeta parlare dell’universale senza rinunciare alla propria esperienza individuale, evitando che l’una soffochi l’altra?

 

M.Z. La biografia è un dato ineliminabile, ma il poeta metafisico la trasfigura in una biografia dello spirito (l’idea mi è giunta per il contributo di Andrea Leone). Il poeta metafisico non concepisce il passato biografico come un’idea sedimentaria e cumulativa, anzi, per vari aspetti, è capace di negare persino il concetto di storia individuale o collettiva. Così facendo, tuttavia, non pecca di irrealismo: sta solo riconoscendo nella storia un fantasma, che talvolta ha incluso anche desinenzialmente la propria biografia. Il poeta metafisico ha proprietà dell’Essere e non del sé mortale: ogni biografia in questo senso declina aspetti insondabili attraverso l’esperienza personale. La biografia è iscritta in una struttura, il cui fine è esplicare una liberazione, oltre le date di nascita e di morte.

 

 

M.D. Nel Manifesto insiste sul recupero di strumenti interpretativi come allegoresi e anagogia, oltre ché sulla centralità del simbolo. Quale differenza vede tra una poesia semplicemente ricca di immagini simboliche e una poesia autenticamente metafisica? 

 

M.Z. Questa è una domanda complessa, perché è possibile utilizzare nel testo poetico macchine simboliche senza essere autenticamente metafisici. C’è infatti il rischio di rimanere in una tradizione ecolalica e citazionale nell’uso del simbolo. L’autore realmente metafisico arriva al simbolo per una sapienza, che è una scorciatoia, a volte illetterata persino. Il suo stato d’animo è sconcertato (etimologicamente), sorpreso, ammirato e agente. A volte senza consapevolezza eccessiva, il poeta metafisico agisce comunque scrivendo poesia come fosse un testo sacro: alla ricerca dell’invisibile e dell’impossibile, ciò che si appaia con un necessario bisogno, seppur sempre spostato, di domanda sull’oltranza, o sull’Essere.

 

 

M.D. Lei attribuisce grande importanza al Melos, alla densità linguistica e al principio di metamorfosi, elementi che sembrano riportare la poesia a una dimensione quasi rituale. Pensa che il testo poetico possa ancora incidere profondamente sul lettore e farlo anche sul piano interiore ed esistenziale?

 

M.Z. Sì, la poesia ha una fondazione ritmico-musicale, senza scomodare la figura di Orfeo il mago, che incantava gli uomini e le selve, le belve e le stelle, la luna e il sole, e che era il regista di un’atmosfera ritmica autoriale e divina. La musica in poesia rende reversibile il tempo, simmetrizzandolo nel ritmo, e permette la percezione di una visione globale, di un’apertura della coscienza superante che giunge ad abitare luoghi superiori alla mera impressione mortale e biografica. In questo senso l’esistenza è riconsiderata nella sua porzione di essenza, cosa ben più vasta del semplice mito del libero arbitrio egoico, che è una porzione di coscienza psichica che ritiene di poter esercitare un potere discutibile.

 

 

M.D. Molti dei riferimenti del Manifesto – dall’anagogia dantesca alla tradizione orfica, fino ai richiami alla mistica e all’alchimia – sembrano evocare una costante tensione verso il sacro. Che rapporto ha personalmente con il sacro e in che modo questa dimensione orienta la sua idea di poesia e il suo lavoro di autore e curatore editoriale?

 

M.Z. Ho un rapporto col Sacro decisivo e destinale. Ma questo non include per nessun aspetto la rappresentazione del metafisico sollecitata dal Manifesto. Il Sacro, a differenza del religioso, è un mistero e anche il suo etimo è discutibile e incerto. Sostanzialmente è ciò che auspica un rito (quindi un ordine) ma vive al di là del rito, un mito (quindi un racconto) ma esiste al di là di ogni esplicazione. Il punto più alto della poesia è forse il suo anelito al silenzio; in questo senso il Sacro rimane essenzialmente inesplicabile e muto, il mysterion (dal greco μύειν). È questo che incide. Il poeta è un bambino felice, incantato, col dito sulla bocca.

 

 

 

*        *        *

 

 

da L’ozio dei pavoni di Michelangelo Zizzi

 

 

 

FIGURA 9

 

Nell’alcol estivale sotto al fracasso di sole e tende e munifiche riparazioni, ritenzioni di immagini da museo inferiore, giunsi a scoverchiare i perimetri d’aia dove enfatico si leva un pavone. Enigma di un labirinto ed è proprio la casa di cantonieri il miraggio dell’abito di domenica che ripara dal calore e tempera ogni suono e che deve ritornare al museo delle interiori ossa. Tacito doppio suono di accettazione e rivolta davanti al pranzo speciale della settimana.
Serotino t’alloghi in mota rimossa, pertanto, come un orefice smemorato che dia a porcile parte del resto d’incasso della giornata, svanito nel riso di franchigia ignorata. E stai duro, imbalsamato nella sempre uguale ora al gioco del bambino d’oro, addolorato da una remora di ora nel sonno per provincia valliva d’un calcolo d’ossalato refrattaria di una loggia renale. Il limite strenuo dello sguardo, per chi sbircia nel duro buio, è quello d’incerto semicieco, la sfocatura periferica, la curvatura del cristallino, lo specchio concavo di orlo di tazza d’alluminio. Si vede piumaggio a terra, tenda dimessa dell’accenno floreale. Poi la poesia è un dipolo esercente, un’azione da cuoco: rimestare il brodo e filtrare ogni zattera di grasso galleggiante, come quando psiche umana evita, pungolo di ricordo dolente, trascurando l’atto e dormendo come un pipistrello in alcova di spelonga a testa in giù, nel disordine della polvere piovuta sin nel solaio. Ma anche subito dopo l’origine del mondo. Ma che dite? Come se non vedessi l’anarchia, non mi accorgessi del caso innestato appena ora, come non sapessi di dover evitare azioni di conforto, a causa di caduta troppo umana, quella teoria che inclina a diventare pioggia di fitta sabbia accecante nel deserto del Gobi. Stiamo allora qui, nella tenda carnale che fu benedetta, come quando si scende nell’improvviso temporale e in lieve fragile tana di paglia (quasi una barca di cartone) intrecciata leviamo il canto apotropaico senza dover maledire il luogo provvisorio, restando convinti all’umano. Convinti al diritto internazionale alla felicità e alla vita globale. Attratti alla convenienza del trionfo medicale. Socchiudendo gli occhi, cercando la grazia di una trincea contro i proiettili di grandine torrida e sabbie fredde dello scroscio dell’acqua proprio aprente varchi nella trama di esili vuoti tra paglia e paglia. Dicendo tra noi che è solo poco tempo, ora si sfaglia, ora smette la fretta del diluvio. Verrà, vedrete, un Noè del riparo, dell’entrare in stiva. Ma non disturbate, che è meglio, il sonno al dover sempre rispondere così come il pavone dimesse le remiganti, si accuccia stasera sullo staio d’aia, chiudendo la palpebra, là serrando alloggia in riparo, come dei giudei in deserto presso al profitto degl’armenti di lana oppure kashmiri votati all’intreccio, al mudra zoroastriano del sacerdozio vicino a pira di fuoco, alla teiera di foglie decotte nella ghisa iranica.

 

 

 

*

 

 

O se tu cremi in oliato argano
del tuo carme in trame o riti
del pavone l’ozio avventuroso
di code e sterpaglie o rubescenti
ossami di faglie d’acqua
di implumi acquedotti di sotterra
non hai che un algoritmo esatto
e breve:
il baratto della luce con l’ombra lieve
o di lucerne d’olio di superne soffitte
dei secoli scorsi che scantileni
in fitte baie di buio compatto.

Così sarebbe stato
ma tu svani vanitoso pavone
ma tu orzi ozioso
la prua del rostro allo scirocco
se appicco uno sguardo che perlustri
la tua ascella o il volto tuo
quasi umano.

O tu sola appari ramagliosa visione
dei cerchi epiteliali
apostrofante pavona
che dài rintocchi d’unghie
alle vetraglie dell’aie
con lene trasparenze oceaniche
di galline.

Qui per pochi covoni è un Portogallo
atlantico per soli salpeggi profumati di biade
e tu che becchi l’ordito rapace della tua natura
in soffici grani sbrani del tempo
i drappeggi
quei desolati fusi arrotanti
o del fugace falco rapinoso per braci
di dirottante cielo tramontante
svini
incatinando le remore delle rondini
in neri neumi oppiacei
di florescenze senz’argine.

 

 

 

*

 

 

[Che poi la memoria non è accrezione di conchiglia o stiva di interiore tufo che paia lo sgabuzzino geologico per impervi fossili di una casa, così come la storia, che non è un affaticato muratore, è l’apostasia dell’anima. Pensa allora al lacerto scelto tra ogni immagine, ogni cena persa e riponila nell’osso finché germogli in ordalia di altre ed altre iconaglie o suppellettili. Valuta la velocità dell’immaginare e il suo riposo nella sua terza forma]

 

 

 

*        *        *

 

 

Michelangelo Zizzi ha pubblicato in poesia La casa cantoniera (Stampa); La primavera ermetica (Manni); Del sangue occidentale (LietoColle, serie oro) e La resistenza dell’impero (LietoColle, serie oro). Inoltre suoi testi sono apparsi su riviste e quotidiani, tra cui Nuovi Argomenti, Poesia, Yale Italian Poetry, Gradiva, l’immaginazione, Atelier, Nazione Indiana, Il Giornale, Il Riformista, la Repubblica.

 

 

 

*        *        *

 

Fotografia di Enrica Fallone.