La cattedrale di pietra viva: Rilke e Rodin, il dogma di scolpire il vuoto

Nota e traduzione di Sarah Talita Silvestri

 

«Rilke è indispensabile al nostro tempo come un sacerdote sul campo di battaglia: per pregare, per chiedere – per gli uni e per gli altri, per loro e per noi – la luce sugli ancora vivi e il perdono per i caduti».

Le parole della Cvetaeva oggi risuonano come clavicembalo sonoro sospeso a un salice mosso dalla bufera.

E ancora: «Come se Dio – che con altri poeti dello spirito, dando loro una cosa, si prende tutto il resto – a Rilke avesse invece lasciato tutto. In sovrappiù. Il sublime come parità non esiste. Solo come supremazia».

E i passi del sublime Rainer – reiner, il più puro, sono stati perlustrati in ogni anfratto, varcati gli abissi oracolari dell’immenso, proteso all’ascolto di una voce dall’altrove. Il primo settembre 1902 la soglia di questo altrove, limitare di un atelier in cui il marmo animato da mani divine prende vita, viene oltrepassata da un giovane Rilke, apostolo e discepolo al cospetto del suo maestro.

Il poeta ventisettenne viene sollecitato dal suo mentore, il professor Richard Muther, a scrivere una monografia su Rodin, a narrare l’indicibile, a “scolpire il vuoto” intorno alle parole, osservando un uomo nella sua solitudine, un operaio nella sua bottega, che al misticismo fluttuante oppone il dogma spietato del duro lavoro: «Il faut travailler, rien que travailler» (Bisogna lavorare, nient’altro che lavorare).

Non si vuole qui indulgere in un aneddoto biografico, ma compiere un atto di radicale e necessaria insubordinazione nell’epoca della scrittura ipertrofica e istantanea, un tempo febbrile in cui l’algoritmo esige la reattività del commento e dove chiunque rivendica con prepotenza e senza pausa riflessiva una voce in capitolo, senza la mediazione della fatica, senza la pausa che erade e deforma l’enfasi iniziatica. La scrittura contemporanea giace malata di un narcisismo confessionale ed epidermico, dove il trauma personale viene esibito crudo, privo di scalpello.

«Tu sei stato la volontà e la coscienza del nostro tempo, la sua unica guida – nonostante Edison, Lenin, ecc., colui che ci guidava via da Edison, Lenin, ecc. Non un monarca responsabile, ma il monarca della Responsabilità», scrive sempre la Cvetaeva in La tua morte, la breve prosa scritta subito dopo la scomparsa di Rilke.

La Responsabilità della parola urge e le fiaccole dell’oggi, Rilke e il suo maestro, camminano “allo stesso passo per rapire il cielo”, orientano verso il fine ultimo della vita creativa, quel barlume di eternità che si nutre della perseveranza, rabdomante delle moltitudini, l’umile connessione di tutto.

Contro la frenesia nauseante, la lezione congiunta di Rilke e Rodin si erge come una cattedrale di pietra viva. Essa ci ricorda il valore dell’ascesi, il diritto al frammento incompiuto e, soprattutto, l’assoluta necessità della pazienza geometrica che comunica con il suo spazio in un’armoniosa combinazione di genio e perizia. Una tensione che troverà il suo compimento quando Rilke abbandonerà la fluidità uterina della lingua madre per consegnarsi alla rigida e marmorea precisione della lingua francese. Non per decorare il mondo, ma per circoscrivere il vuoto, dimostrando che la vera aristocrazia dello spirito risiede nella sottrazione: nel saper fare un passo indietro come individui affinché, nel silenzio della forma, a parlare sia soltanto l’opera.

La poesia imita la scultura non perché è monumentale, ma perché si staglia contro il silenzio della pagina bianca esattamente come una statua mutilata, esausta dal tempo, dalla vita, si staglia nello spazio del museo.

Scultura è ascolto come la poesia, scolpire il vuoto, scriverlo a parole, ridurlo al reale, alitare uno spirito vivifico sulle cose inanimate, dare movimento a un blocco di marmo, far scorrere le acque del Danubio, le ere preistoriche, dare voce ai cavernicoli su una pagina bianca: Rilke diventa un artigiano, l’artefice dell’indicibile che isola un istante e lo rende solido come il bronzo.

L’ispirazione cos’è e come si tramuta in grazia? Dall’aspirazione e dall’angoscia di farsi cosa la parola anela e cresce nella gavetta del silenzio, dell’ausculto, della paziente osservazione: “Il faut travailler, rien que travailler”.

La poesia delle cose, il Dinggedicht, esige l’estrema resistenza degli “uomini necessari”, di operai che lavorano l’abbondante messe, urgono manovali dalle mani roventi per dare forma all’intangibile, all’inquietudine di uno spazio, a una riga che contenga tutte le genti della terra di sempre, il movimento di gesta eroiche, di ieratici drammi, i secoli, i millenni che furono e che saranno, l’inferno e la sua redenzione.

«La bellezza è sempre un’aggiunta, e non sappiamo di cosa», dice Rilke e «Nessuno ha mai fatto la bellezza. Per questa dimensione, a cui talvolta piace trattenersi presso di noi, si possono soltanto creare condizioni favorevoli o sublimi: un altare e frutti e una fiamma… il Resto non è in nostro potere».

C’è solo una immensa superficie che tutto contiene, vite, anime, cose, storie, luoghi, luci e ombre, e qui nella solitudine il poeta- scultore è un minuscolo saprofita che scompone la materia, che si nutre di “cose”, le decompone, le rimescola e le ri-crea, trova quel «principio eterno che rende positivo anche il dolore, e gravido il peso e bella la sofferenza».

 

 

                                                                                                                                        Sarah Talita Silvestri

 

 

 

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Da Poèmes français, Gallimard, 1935

 

 

XXXIII (da Vergers)

 

Le sublime est un départ.
Quelque chose de nous qui au lieu
de nous suivre, prend son écart
et s’habitue aux cieux.

La rencontre extrême de l’art
n’est-ce point l’adieu le plus doux?
Et la musique: ce dernier regard
que nous Jetons nous-mêmes vers nous!

 

 

 

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Il sublime è un commiato.
Qualcosa di noi che invece
di accompagnarci, volge altrove
e si addomestica al cielo.

Il vertice estremo dell’arte
non è forse l’addio più dolce?
E la sinfonia: l’ultimo sguardo
che scagliamo a noi stessi!

 

 

 

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Chanson (da Dernières poésies)

 

Toi, à qui je ne confie pas
mes longues nuits sans repos,
toi qui me rends si tendrement las,
me berçant comme un berceau ;
toi qui me caches tes insomnies,
dis, si nous supportions
cette soif qui nous magnifie,
sans abandon ?

Car rappelle-toi les amants,
comme le mensonge les surprend
à l’heure des confessions.

Toi seule, tu fais partie de ma solitude pure.
Tu te transformes en tout : tu es ce murmure
ou ce parfum aérien.
Entre mes bras: quel abîme qui s’abreuve de pertes
Ils ne t’ont point retenue, et c’est grâce à cela, certes
qu’à jamais je te tiens.

 

 

 

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Canzone

 

Tu, a cui non confesso
le mie tormentate notti,
tu che con dolcezza mi sfianchi
acquietandomi come culla;
tu che mi occulti le tue veglie,
dimmi: se sostenessimo
il magnificat di questa sete
senza cedere mai?

Rievoca gli amanti,
come la menzogna li sorprenda
nell’ora delle confessioni.

Tu sola appartieni alla mia pura solitudine.
Ti tramuti in ogni cosa: sei brusio
o effluvio del cielo.

Sei tra le mie braccia l’abisso che si disseta di perdite,
non hanno prevalso, ed è per questo certo
che per sempre ti terrò mia.

 

 


Traduzioni di Sarah Talita Silvestri

 

 

 

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BIBLIOGRAFIA

 

  • Cvetaeva, Marina, Il poeta e il tempo, a cura di Serena Vitale, Milano, Adelphi, 1984 (Collana: Biblioteca Adelphi, 144).
  • Rilke, Rainer Maria, Su Rodin, Milano, Abscondita, 2009 (Collana: Carte d’artisti, 111).
  • Rilke, Rainer Maria, The Complete French Poems of Rainer Maria Rilke, translated by A. Poulin, Jr., Saint Paul, Graywolf Press, 1986.

 

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Fotografia: ​Rainer Maria Rilke (1900) | Pubblico dominio. Fonte: Wikimedia Commons.