Io penso effettivamente con la penna, perché la mia testa spesso
non sa nulla di ciò che la mia mano scrive.
Wittgenstein, Pensieri diversi
S.P. Wittgenstein, nei Pensieri diversi da cui trae ispirazione questa nostra chiacchierata, si mostra interessato a cogliere, quasi a sorprendere, il momento in cui «il pensiero (…) lavora per arrivare alla luce». Mi piace immaginare che l’àncora per questa risalita sia il verso. Nella stessa opera, Wittgenstein precisa: «credo di aver riassunto la mia posizione nei confronti della filosofia quando ho detto che la filosofia andrebbe scritta soltanto come composizione poetica» specificando ulteriormente che «il lavoro filosofico è propriamente… un lavoro su se stessi. Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose. (E su cosa si pretende da esse)». Qual è la tua posizione nei confronti di una concezione della poesia come sguardo euristico in cui alla riflessione ‘filosofica’, in un senso molto ampio e composito del termine, si intrecciano indagine estetica e formale? Recuperando l’etimologia greca della parola, che si appoggia al verbo poiêin (fare), può la poesia divenire esercizio di sguardo critico su di sé e, di conseguenza, sul proprio modo di guardare alla realtà? Portando all’estremo limite queste riflessioni, il sé resiste alla poesia?
La filosofia, l’arte e la fede si incontrano nel pensiero, nell’immaginazione e nell’intuizione. Plotino stesso intraprese il viaggio della conoscenza filosofica ad Alessandria e si spinse verso la Persia e l’India, alla ricerca di insegnamenti spirituali e sapienziali considerati allora fonti privilegiate di conoscenza. In questa prospettiva, la poesia è pensiero che interroga, meditazione che osserva, intuizione che ricerca verità. Si muove come filosofia che riporta alla luce le abitudini del quotidiano, sottraendole all’opacità dell’automatismo. È una forma di interrogazione continua sul senso delle cose e della vita, che si apre spesso nel dialogo e nella ricerca di significati più autentici. Per questo non coincide con la sola espressione, ma si configura come esercizio del pensiero: una disciplina dello sguardo che lo affina e lo orienta verso una soglia ulteriore, che potremmo chiamare spirituale. A differenza della filosofia, che analizza e concettualizza, la poesia non si limita a descrivere la realtà: la denomina e insieme la ricrea, perché la realtà non basta a se stessa. Spesso si pensa alla poesia come a un “bel vestito” per concetti filosofici. La poesia è essa stessa pensiero in atto: una “disciplina dello sguardo”. Nel momento in cui compone, il poeta è “ministro della dea stessa”, come ricordava Socrate. Poesia, intelletto e spirito non sono dimensioni separate, ma parti dello stesso movimento del sé. In questa direzione, al verbo greco poiêin (fare) si può affiancare l’idea di “teurgia”, come tensione che unisce il filosofico al divino, il corpo all’intellegibile, la natura all’intelletto. La figura di Enheduanna, la prima poetessa conosciuta della storia, sacerdotessa sumera della dea Inanna, restituisce l’idea di un’originaria continuità tra parola, rito e visione. Nelle sue composizioni convivono esaltazione del divino, sensualità e dimensione rituale, in una trama in cui il sacro non appare separato dall’esperienza, ma vi è intimamente intrecciato. Forse il poeta contemporaneo potrebbe ritrovare in questa apertura arcaica una possibilità ancora viva, libera da pregiudizi verso la dimensionale spirituale, a partire da uno sguardo rivolto innanzitutto verso il proprio interno. La poesia è esercizio di sguardo critico su se stessi e sul proprio modo di vedere la realtà, a condizione che non diventi celebrazione del vittimismo, ma gesto creativo. Il “pensiero del pensiero”, come scrive Aristotele, è divino, e Platone riconosceva nella poesia uno dei “doni del delirio”, attribuendo al poeta un’ispirazione capace di sospendere la sola razionalità. Nella Repubblica la critica platonica alla poesia non nasce da un’insensibilità verso il bello, ma dal riconoscimento del suo immenso potere psicologico. Ritmo, metro e armonia non sono semplici ornamenti estetici, ma agiscono come un velo formale che anestetizza la capacità di giudizio razionale dell’ascoltatore. La poesia aggira la parte logica per parlare direttamente alla dimensione irrazionale, emotiva e passionale dell’anima. L’impatto della mimesi (imitazione) va ben oltre il momento dell’ascolto o della visione teatrale, poiché plasma l’identità profonda dell’individuo. La parola poetica si comporta come un farmaco o un incantesimo magico, capace di alterare lo stato mentale e l’equilibrio emotivo del soggetto senza che questi ne sia consapevole. L’arte poetica non deve allontanare dalla consapevolezza. Non basta “essere se stessi”: il sé è spesso incompiuto, opaco e contraddittorio. È proprio nella ricerca della sua parte migliore, attraverso l’esperienza, che l’io resiste alla poesia e, insieme, si eleva con essa. La poesia come “teurgia” (ovvero come azione sacra che trasforma la realtà) non è un’invenzione moderna, ma lo stato originario della parola umana. Un meglio di sé lontano dall’ansia della prestazione, orientato all’autenticità di una verità che non si finge, ma si svela in un movimento continuo. La poesia diventa così un allenamento dell’anima: un’osservazione rigorosa di sé e dell’alterità che forma il carattere. Il sé resiste alla poesia perché la poesia è esigente: non accetta il vittimismo, non accetta la finzione. Questa frizione trasforma l’atto poetico da puro fatto estetico a un vero e proprio esercizio etico di formazione del carattere, in una forza che illumina la parola e imprime, persino nella pietra, uno slancio verso la luce.
S.P. Come si tratteggia, nella tua poetica, il limite poroso tra esperienza privata e universalità del linguaggio? Se poesia è ‘messa in forma’, in che rapporto sta il gesto poetico col magmatico coagularsi dell’esperienza, personale e collettiva? Questo confine di difficile definizione influenza in qualche modo la tua concezione della scrittura?
L’esperienza è conoscenza. Non un semplice accumulo di fatti o un mero registrare eventi, ma l’atto originario attraverso cui l’essere umano si misura con l’esistenza. In questo processo, l’esperienza personale e quella collettiva si intrecciano indissolubilmente e danno forma alla coscienza, come se la coscienza stessa fosse il luogo sacro e geometrico in cui tutto ciò che viviamo prende finalmente figura, peso e respiro. La conoscenza, tuttavia, non si muove nel vuoto e non potrebbe darsi senza un fine: è il fine stesso, inteso come tensione etica e ontologica, a sostenerla, a giustificarla e a renderla possibile. Esso agisce come una direzione invisibile e magnetica che orienta la ricerca dall’interno, trasformando il cammino dell’io in un tracciato di senso.
La conoscenza della realtà, quando si radica nell’evidenza, si domanda il “come” delle cose, ne segue le tracce e ne osserva il manifestarsi. La conoscenza della ragione, quando si muove nel chiarore della logica, si interroga invece sul “perché”, cercando la soglia invisibile che lega ciò che accade al suo principio.
La poesia è conoscenza: come tale, sottopone la realtà a trasformazione attraverso l’esperienza del linguaggio e si interroga sul “che cos’è”. Il poeta si chiede che cos’è questo fiato che lo attraversa, questa ispirazione che sembra liberarsi da lui stesso. Il corpo del poeta diventa il laboratorio di un’esperienza che appartiene a tutti.
Per me non esiste un limite netto tra esperienza privata e universalità del linguaggio. Il gesto poetico è immagine, una forma di luce vibrante alla quale è la nostra coscienza — sensibile e mentale — a dare consistenza e valore. Ma cosa accadrebbe se l’immagine fosse generata direttamente dagli occhi della mente, come qualcosa di nuovo, sconosciuto, mai visto? In quel caso, la mente si farebbe origine, dando forma a una prima volta dello sguardo, in cui il visibile non è più riconoscimento di ciò che già è stato, ma apparizione originaria, nascita stessa dell’esperienza nel suo accadere. Se l’immagine nasce direttamente dagli occhi della mente, la poesia non sta “mettendo in forma” un ricordo privato o collettivo, ma sta generando una “prima volta dello sguardo”. L’esperienza non precede la poesia: accade e nasce nel momento stesso in cui viene scritta. È un’apparizione originaria.
La scrittura, per me, è profondamente influenzata dai mutamenti dell’esperienza. È cambiata nel tempo? Sì, inevitabilmente, seguendo il ritmo stesso di una maturazione che non è mai soltanto stilistica, ma prima di tutto esistenziale. In una prima fase, essa si configurava essenzialmente come un esercizio di linguaggio personale: un corpo a corpo con lo strumento della parola per perimetrare i confini dell’io e tradurre l’urgenza del vissuto privato. Successivamente, questo orizzonte si è aperto e la scrittura è diventata anche intuizione: uno slancio capace di intercettare il magmatico coagularsi dell’esperienza collettiva, catturando schegge di verità prima ancora che la ragione potesse interamente codificarle. Oggi, quel percorso di ricerca tende a orientarsi e a compiersi verso una maggiore, e più limpida, consapevolezza. È l’approdo a una maturità dello sguardo in cui il linguaggio non si limita a esibire se stesso o a inseguire il lampo dell’intuizione estemporanea, ma si fa carico del peso del Vero, diventando il luogo geometrico in cui la coscienza si riconosce, si governa e finalmente abita la propria apparizione originaria.
S.P. «La realtà non è tenace, non è forte, ha bisogno della nostra protezione», denuncia Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo. Personalmente ritengo che, se esiste possibilità di protezione, questa si realizzi soltanto affinando uno sguardo attento, capace di non dissimulare, che attraversa e fa suo il coraggio della testimonianza. Come ti poni nei confronti del rapporto tra poesia e realtà? Esiste, dal tuo punto di vista, una qualche forma di potere del linguaggio poetico sulla realtà?
Sono profondamente d’accordo con Hannah Arendt: la realtà è fragile, non possiede una sua intrinseca tenacia e ha un disperato bisogno della nostra protezione. Tuttavia, questa salvaguardia non può ridursi a un atto di pura conservazione passiva; essa non può che realizzarsi attraverso uno sguardo vigile, rigoroso e non compiacente, capace di attraversare le pieghe del reale senza dissimularlo, assumendosi fino in fondo il rischio e la responsabilità della testimonianza. In questa prospettiva, il linguaggio poetico cessa di essere un mero ornamento e rivela un potere autentico e radicale sul mondo. La poesia non si colloca mai come spettatrice esterna della realtà. Agisce direttamente sul pensiero, in una risonanza profonda che incide sulle strutture stesse della coscienza e, di conseguenza, modifica indirettamente il modo in cui il reale viene percepito, interpretato e abitato. La poesia è immaginazione e visione, una scintilla originaria che accende processi continui di creazione. Se la realtà è innanzitutto impastata di una coscienza primordiale e collettiva, la poesia opera come una coscienza individuale che, per poter incidere positivamente sul mondo, deve innanzitutto assumersi una responsabilità etica e radicale nei confronti della parola. Da questo punto di vista, il poeta non è mai neutrale: la sua scrittura partecipa attivamente alla formazione e alla perimetrazione del visibile. I libri, allora, non sono semplici contenitori o archivi di carta, ma luoghi dinamici di sedimentazione del mondo, veri e propri scrigni di immagini che continuano a generare effetti d’onda anche molto oltre la soglia temporale della lettura. Le parole vi si depositano come semi silenziosi, capaci di germinare in modi assolutamente imprevedibili, di mettere radici, di moltiplicarsi e di trasformare chimicamente ciò che toccano. Il libro non è un’ombra o un simulacro, ma un oggetto insieme tecnico e rituale: una forma architettonica che organizza la parola e la rende stabile, conferendole una funzione quasi liturgica, nel senso più alto di un atto sacro che dà consistenza al reale, lo ordina e lo istituisce. Per questo motivo il poeta non dovrebbe mai rassegnarsi a essere un “notaio della tristezza”, un passivo registratore del mondo; deve essere, piuttosto, un artigiano del vero: qualcuno che lavora la parola come materia viva e pulsante, senza rinunciare alla precisione analitica, ma nemmeno alla potenza della trasfigurazione. La poesia, in questo senso, non registra l’inerzia del mondo: lo affina, lo modella, lo riscatta, orientandolo verso la possibilità della bellezza. La scrittura implica sempre questo genere di responsabilità: ciò che viene nominato contribuisce a dare forma e statuto al reale che abitiamo, e non esserne consapevoli significa rischiare di riprodurre il mondo nella sua ripetizione più opaca e alienante. Educare lo sguardo alle minuzie invisibili della vita, allora, significa anche affinare lo strumento della parola. Elevare lo spirito non verso un’astrazione sterile e lontana, ma verso una semplicità percettiva più essenziale, l’unica capace di cogliere, nominare e custodire la realtà nel suo puro e miracoloso accadere. La precisione del linguaggio è l’unico vero atto di resistenza politica. Scegliere la parola esatta significa proteggere il mondo dalla degradazione.
S.P. Per convocare un altro interessante pensatore del secolo scorso, c’è un passaggio di Essere e tempo in cui Heidegger utilizza il termine cura per descrivere il modo in cui l’essere umano si relaziona al mondo, agli altri esseri e a se stesso. L’aver cura è il modo in cui l’uomo, in una modalità di esser-ci che Heidegger definisce ‘autentica’, si fa carico del proprio essere e del suo rapporto col mondo. Esiste, secondo te, una relazione tra poesia e cura? Eventualmente, quale accezione restituisci a questo termine nel suo rapporto col fare poetico?
Il mondo è lì, e il poeta lo osserva; ma all’essere umano non basta la pura e distaccata osservazione dello spettacolo del reale: è necessario, piuttosto, prendersi cura del mondo, delle cose, degli altri esseri e, in ultima analisi, di se stesso. La cura, intesa nel suo senso più autentico ed esistenziale, come una forma radicale di consapevolezza che coincide intimamente con la verità dell’esperienza, con tutto ciò che più si approssima all’io nella sua immediatezza vissuta e profonda. Se il poeta si prendesse davvero cura del mondo che osserva, lo farebbe attraverso lo strumento delle parole, vale a dire attraverso atti linguistici e intenzioni coscienti che non si limitano a descrivere o catalogare l’esistente, ma che partecipano attivamente alla trasformazione ontologica del reale. Una cura orientata al bene — inteso non come un’astrazione morale o un precetto dogmatico, ma come una concreta forza generativa e ordinatrice — avrebbe il potere di rendere l’universo del poeta un mondo più vivo, più sensato e più abitabile. E se questa cura fosse autenticamente condivisa, se più voci si unissero in una medesima direzione comune, si potrebbe forse sperimentare una forza organizzata della parola, capace di incidere stabilmente sulle strutture del reale. Non basta infatti sapere astrattamente dove risieda il bene: occorre, come ricordava sapientemente Plotino, essere il bene stesso. La conoscenza vera, in questo senso, cessa di essere una nozione intellettuale e coincide interamente con una forma specifica di esistenza. In questa precisa prospettiva, la poesia si rivela a tutti gli effetti come una pratica di cura: cura dello sguardo, del linguaggio e della percezione. Il poeta non si limita a rappresentare o riflettere scenari, ma partecipa da dentro alla loro configurazione originaria, alla loro qualità interna e alla loro perenne possibilità di metamorfosi. Risulta straordinariamente significativo, a questo proposito, il pensiero di Marsilio Ficino sul potere psicosomatico dell’immaginazione nel processo di guarigione, un concetto assai vicino a ciò che la scienza contemporanea definisce effetto placebo. Nel suo De vita, Ficino osserva acutamente come l’immaginazione umana, quando sia fermamente sostenuta dall’intenzione profonda e dalla fede, possieda la capacità di intensificare l’efficacia terapeutica delle immagini e delle pratiche mediche, incidendo non soltanto sulle fasi preparatorie, ma sull’atto stesso della loro applicazione corporea. In una simile costellazione di pensiero, la cura non si riduce mai a un mero gesto tecnico o a un dovere morale, ma si manifesta come una forza immaginativa operante che incide in modo diretto e tangibile sulla materia e sul reale. La poesia, allora, può essere legittimamente intesa come una delle forme più alte, limpide e necessarie di questa immaginazione operante: una cura sacra che attraversa l’architettura del linguaggio e che, nel linguaggio, tenta di trasformare e redimere il modo stesso in cui il mondo si manifesta ai nostri occhi. La poesia guarisce il mondo perché ne corregge la percezione.
S.P. Tornando a parlare di ‘messa in forma’, come concepisci il rapporto tra poesia e altre arti? Questo tema ha toccato la tua ricerca? Pensi possa esistere un linguaggio inclusivo che non imponga confini all’espressione ma, al contrario, lavori sulla ridefinizione stessa del limite?
Oltre a scrivere, dipingo. Questa mia doppia pratica non costituisce una separazione di ambiti, ma il riflesso di una convinzione profonda: per me la poesia è la forma più completa ed eccelsa dell’arte, proprio perché nel suo alveo convergono verticalmente il suono, l’immagine e il pensiero in un’unica, inscindibile tensione creativa. Le parole, sulla pagina, non sono mai soltanto segni grafici o convenzioni semantiche: esse suonano, risuonano, vibrano e si connettono tra loro come autentica materia viva. La metafora stessa, in questa luce, può essere intesa alla stregua di una pennellata: una traccia cromatica e segnica che non si limita a descrivere l’esistente, ma deposita fisicamente una nuova immagine sulla superficie bianca della pagina. In questo processo generativo, l’archetipo genera l’emozione, l’emozione si raggruma e si trasforma in simbolo, il simbolo si fa suono, il suono si incarna in parola, e la parola, infine, si schiude nuovamente in immagine. Emozione, suono e immagine visiva non sono elementi anatomici separati, ma momenti fluidi di un unico movimento cosmogonico che riguarda tanto la gestazione della poesia quanto la formazione e l’architettura del mondo interiore. In questa medesima prospettiva Plotino, nell’ascesa dell’anima verso l’Uno e nella sua tensione incessante verso l’essenziale e l’intellegibile, colloca le arti, le virtù e la filosofia non come compartimenti stagni, ma come tappe progressive di una medesima elevazione spirituale che conduce all’estasi. Il linguaggio poetico, quando riesce a contenere e a sintetizzare questa totalità, cessa di essere una mera rappresentazione e tende, per sua natura, a oltrepassare se stesso. Un linguaggio inclusivo, inteso come superamento dei confini espressivi, in realtà è sempre esistito nella storia del pensiero umano. Basti pensare a Pitagora e alla sua idea di armonia come principio universale capace di legare indissolubilmente la matematica, la musica e la filosofia: un ritmo del cosmo e del corpo in cui il suono e il numero coincidono matematicamente. Allo stesso modo, Friedrich Nietzsche in Così parlò Zarathustra si ispira alla figura del profeta zoroastriano per edificare una visione in cui il conflitto eterno tra bene e male si trasmuta in pura tensione creativa; un’opera filosofico-letteraria che, a sua volta, ha generato ulteriori traduzioni artistiche, come quella orchestrale di Richard Strauss, capace di convertire il pensiero concettuale in materia sinfonica e flusso sonoro. Anche nelle arti figurative questa continuità sotterranea appare evidente: Sandro Botticelli, nella sua Primavera, si nutre direttamente dell’immaginario neoplatonico mediato da Marsilio Ficino, l’instancabile traduttore e interprete di Plotino. In questa linea di pensiero, l’amore non è un semplice tema iconografico o un pretesto illustrativo, ma un principio ontologico fondativo: nel De Amore ficiniano, l’anima si configura come l’origine stessa dell’amore, e l’amore ne è la forza vitale, l’elemento dinamico che la muove, la vivifica e la manifesta al mondo. In tutte queste costellazioni storiche ed esperienziali, la filosofia, la musica, la pittura e la poesia non si presentano come linguaggi separati o reciprocamente estranei, ma come diverse modulazioni e frequenze di un’unica, originaria tensione espressiva. È precisamente all’interno di questa continuità e di questa comune sorgente che si può intravedere la reale possibilità di un linguaggio inclusivo: non un sistema artificiale che elimina i confini annullando le differenze, ma una pratica ecumenica e radicale che quei confini li attraversa, li abita e li ridefinisce continuamente. La poesia non è una delle arti: è la matrice di tutte le arti.
S.P. Per concludere, vorrei proporti un’altra stimolante provocazione che Wittgenstein lascia alle pagine dei suoi Pensieri diversi: «io non devo essere nient’altro che lo specchio nel quale il mio lettore veda il proprio pensiero con tutte le sue deformità e riesca poi, grazie a tale aiuto, a metterlo a posto». A quale ipotetico rapporto col lettore senti di acconsentire attraverso la tua poetica?
Io, personalmente, mi riconosco e mi ritrovo profondamente nella dimensione dello stupore e della meraviglia: in quell’istante fragile, indicibile e assoluto in cui la poesia sembra improvvisamente non appartenere più a chi la scrive né a chi la legge, ma comincia a vibrare da sé.
È il momento in cui il mondo, per un solo e irripetibile attimo, si dispone in un’armonia segreta prima ancora di essere pensato, configurandosi come un respiro originario che precede ogni articolazione logica o lessicale, simile al silenzio sacro di un’orchestra sinfonica un istante prima del primo suono, quando tutto è ancora meravigliosamente aperto, potenziale e possibile, e nulla si è ancora cristallizzato in una forma rigida. La poesia, quando riesce nell’intento supremo di tenere insieme la parola, l’immagine e il suono in uno stato di necessità luminosa e di grazia — che non si possiede mai come un oggetto, ma che semplicemente si attraversa —, cessa di essere un frammento disperso e isolato nel reale e tende a una forma di unità viva, pulsante e quasi respirante: una risonanza del molteplice che non spiega né definisce concettualmente, ma dischiude orizzonti; che non serra il senso, ma lo lascia emergere nella sua nuda presenza. In questo accadere fenomenologico, il linguaggio non ha più il compito di rappresentare staticamente il mondo, ma lo sfiora delicatamente nel suo stesso emergere eruttivo, e per un istante — breve come un battito di ciglia, eppure vasto come un’origine cosmica — il reale sembra finalmente riconoscersi nella propria possibilità più alta e nobile: quella di non essere fissato o imprigionato da un giudizio, ma semplicemente rivelato. È il possibile “tutto-in-uno” dell’esperienza vissuta, dove ciò che è storicamente separato e frammentato si ricompone non per via di una sintesi logica, ma come luce viva, in cui il pensiero non conclude dogmaticamente il proprio percorso ma si apre, e resta eternamente aperto. E tuttavia, proprio su questa soglia di massima apertura si evidenzia una responsabilità etica: quella della parola poetica e di chi la pratica in prima persona. Le parole, una volta che siano state definitivamente fissate e impresse nel corpo del libro, non restano mai innocenti. Esse si depositano, si cristallizzano e ritornano nel tempo come forme archetipiche che continuano ad agire concretamente sulle menti e sul mondo. Il mondo stesso, d’altronde, tende in parte a riprodursi e a ripetersi nei suoi cicli storici anche attraverso queste sotterranee sedimentazioni del pensiero tradotto in linguaggio. Per tale ragione il poeta non può mai considerarsi esterno o estraneo a ciò che genera: ciò che egli scrive entra nella circolazione profonda del reale, lo modifica, lo orienta chimicamente, oppure, al contrario, rischia di irrigidirlo. Scrivere, allora, significa assumersi fino in fondo il rischio e la vertigine di questa continuità invisibile: possedere la ferma consapevolezza che la parola non esaurisce la propria spinta nel momento in cui viene detta, scritta o letta, ma continua a lavorare silenziosamente nel tempo, configurandosi a tutti gli effetti come una forma di destino linguistico del mondo.
Nota. Il titolo della rubrica è la rivisitazione di un verso tratto alla poesia La partenza, di Franco Fortini.
* * *
Poesie tratte da “Amore salva dio” (2025), Ed. Stampa
*
Erano nei pergolati i sogni
a cicli accade l’alluvione, si elimina il tralcio
che ha dato origine ai germogli fruttiferi
ai filari della luce al promontorio
per superficie fogliare, spessore della gioia
siete lo scarto buono, dicono
la crusca nel frumento
e potete tintinnare intarsio per intarsio
diventare infrangibili quando vi setacciano
ogni due nodi un grappolo
nessuno è tornato dalla morte
per raccontare l’organo a canne
il suono dentro il cuore fuori asse
le radici aeree in coste frastagliate
e rovistando negli occhi c’è un fermoimmagine
incatenati alla nostra pietra come un rosario
dici padre, sei raggio del mio raggio etereo
da dove parti e rientri nel germe
a volte dormiente, a volte solenne
*
Oggi che la mia natura
di progettare la fuga
si è placata come in un erbario
che ho tolto la sicura alle armi
con la volontà di metterle in un rullino
in due righe di sole su una vecchia quercia
tre volte in un falsetto stridulo, il ritorno
oggi che voglio vivere lungo il respiro a puzzle
senza l’indice del gradimento del tepore interno
mi testimonia il gatto intrufolato nel giardino
una volpe notturna
una luce ritirata di scatto dalle tempie
oggi cammino a carponi
per tracciare a righello i confini
attaccare una scaletta sul muro
come su un libro la calendula
e salire l’apparato radicale
di un nuovo tronco
anche dopo la morte del vecchio
*
C’è chi mette il broncio alla luna
chi ha un’arma puntata
andarle incontro o tornare a casa
restare vivi in una mente affollata
ho visto sempre meno mia madre
un fossato di merli, un rovescio di sassi
mi rifiuto di non voltarmi
per mancanza di fiato
ci salva del disumano
un colpo di tosse, di alberi
espellere i rami, il catrame, il cielo sottostante
sei mai stato toccato
in maniera inopportuna
dalla frescura della foglia
da chi rovista nella fame
in un battito
non me la ricordavo così ripida la vita
c’è un alito che ci tiene salvi
tu non vieni?
*
Dio ha una Madre?
Quando mi diede il permesso di essere madre
sapeva del grembo del vento del seme
l’unico albero con alveare in cui piovo tutti i giorni
e la vetta più alta supera l’anima
con enormi nubi rocce levigate
l’attesa del risveglio
con quale mezzo andrò per i campi?
Con ogni foglia ad ogni acquazzone
e il fiato ammassa i capillari nei nidi sotterranei
mia figlia verrà con me a contare i petali di grazia
senza chiedere di essere madre o figlia sul fogliame.
Anche dio ha una Madre da cui impara
che c’è una pianta che qui riesce a sopravvivere
il celeste che pensa tra i rami
a proposito di meraviglie, dice
vai a parlare con gli alberi
e mi puoi disturbare solo se le radici chiedono
della fioritura dei ciliegi.
Poesia tratta da “Prismanima”, Ed. Terra d’ulivi (2023)
*
La mente è un popolo
carnefice e bersaglio
ha sempre un cappio al collo
l’attrito con la prua, l’acqua celeste
i tizzoni ardenti
perché è rosso il sangue?
Si apre melograno si sgrana aspro
l’errore non ti pratica se sei la sua prigione
dai un’occhiata alla trappola per allodole
sta mattina l’aria è fresca
esperienza della luce che rigurgita
l’estensione dell’orizzonte
della barca sull’onda
le ho contate
i rastrelli per ostriche
i sensi di colpa
disobbedisco alla tristezza
ai torti ripetitivi dove perdo la strada
seguendo il filo di luce
nell’altare della carne
gli uni contro gli altri
eppure
alla luce tutto si disintegra se manchi di radici
e temi l’uscita sopra la testa
dobbiamo giustizia al bene
che rimuove gli ostacoli,
alla temperanza
che riconosce la bellezza
e la lascia espandere
l’unica rivoluzione
è avere il pugno della luce
accarezzare il cuore, il vento
e fare meraviglie con le mani
con le parole, con gli alberi
con il respiro svegliare
l’abbraccio delle madri
* * *
Anila Hanxhari: insignita del premio alla carriera per meriti letterari dal premio letterario internazionale Raffaele Santini. Nata a Durazzo, in Albania, attualmente vive a Milano. È poetessa, pittrice, narratrice, traduttrice e presidente dell’associazione culturale “Italfida”, con cui ha ideato e curato diverse manifestazioni culturali e convegni internazionali. Ѐ ideatrice del format “Poesia e Impresa”, curato per Ascom Abruzzo. Ha pubblicato le raccolte poetiche Io tu e l’Anima (Ianieri 1997), Assopita erba dell’est (Noubs 2002), Cicatrici d’acqua (Noubs 2007, con prefazione di Giuseppe Conte), Brindisi degli angeli (La Vita Felice 2012, con prefazione di Maurizio Cucchi), Tiro a sorte la libertà (Tabula Fati 2016, con presentazione di Davide Rondoni), Amore emana (Meta Edizioni 2017). Prismanima (Terra d’ulivi 2023 curata da Giovanni Ibello, con prefazione di Massimo Morasso e Davide Rondoni), Amore salva dio 2025 (Stampa 2009), curata da Maurizio Cucchi. Presente, fra le altre, nelle antologie Nuovissima poesia italiana (Oscar Mondadori 2005, a cura di Antonio Riccardi e Maurizio Cucchi), La parola che ricostruisce. Poeti italiani per l’Aquila (Tracce 2009), a altro ancora e sue poesie sono state pubblicate su «Specchio» de “La Stampa” e numerose altre riviste. Ha vinto vari premi, tra cui il Premio Camaiore-Proposta 2002, il premio Clemente di Leo, il Premio Matacotta opera prima 2003, il Premio Valle Senio, il premio Poesia nella vita 2011, Premio Bogdani Prishtina (Kosovo), premio dell’Adriatico 2019 e tanti altri.
Silvia Patrizio nasce a Pavia nel 1981. Dopo il liceo classico si laurea in filosofia, specializzandosi successivamente in filosofie del subcontinente indiano e lingua sanscrita. ‘Smentire il bianco’ (Arcipelagoitaca, 2023), la sua prima raccolta poetica, con prefazione di Andrea De Alberti e postfazione di Davide Ferrari, vince la III edizione del premio nazionale Versante ripido (2024) e il primo premio assoluto alla XVI edizione del premio nazionale Sygla – Chiaramonte Gulfi (2024), classificandosi anche al primo posto nella sezione poesia edita del medesimo premio. La silloge ha ricevuto, inoltre, una segnalazione ai premi nazionali Lorenzo Montano 2023 e Bologna in Lettere 2023 ed è risultata tra i finalisti del premio Pagliarani 2024. Suoi testi compaiono su diversi lit-blog e riviste, sia cartacee che online, tra cui L’anello critico 2023 (Capire Edizioni, 2024); Metaphorica – Semestrale di poesia (Edizioni Efesto, 2024); Gradiva – International Journal of Italian Poetry (Olschki Edizioni, 2023); Officina Poesia Nuovi Argomenti (2023); Inverso – Giornale di poesia (2023); Universo Poesia – Strisciarossa (2023). Fa parte della redazione della rivista Atelier Online. Tutte le sue passioni stanno nei dintorni della poesia.
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