Nel saggio pubblicato su L’anello critico nel 2025, Luca Ariano si interroga sulla contemporaneità della poesia civile, muovendo fin dal titolo una domanda precisa: Esiste ancora la poesia civile?
A poco più di cinquant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini e a cinquantacinque dall’uscita di Trasumanar e organizzar, l’autore assume l’intellettuale novecentesco come fondamentale punto di riferimento. Pasolini ha firmato diverse raccolte poetiche; tra le più impegnate si ricordano Le ceneri di Gramsci e La religione del mio tempo. L’ultima opera, benché più frammentaria e polemica a causa del crollo dell’ideale marxista, appare quasi profetica: per questo viene definita un caposaldo della poesia civile, oltre a costituire l’ultimo testamento poetico dell’autore.
Dopo Trasumanar e organizzar si è prodotta molta poesia e sono usciti ottimi libri negli ultimi decenni del Novecento, ma ben pochi possono essere definiti “civili” nel senso militante inteso da Pasolini; o, perlomeno, scarsi sono i titoli di quella specifica matrice rimasti centrali nella storia della letteratura. Gli anni Settanta hanno visto una progressiva frammentazione delle grandi ideologie, mentre il decennio successivo è stato caratterizzato da un diffuso disimpegno politico e da un ritorno alla dimensione privata o a uno sperimentalismo formale lontano da intenti di critica sociale radicale.
Piuttosto, i volumi di opposizione pubblicati in quel segmento di fine secolo sono civili nel senso strettamente etimologico del termine (civis, in latino, significa “cittadino”). Si tratta di opere che riflettono sul presente in maniera critica, senza che l’autore pretenda di indicare una direzione chiara alla società o di inseguire un’ideologia precisa. Un esempio di rinnovata poesia militante viene invece rintracciato da Ariano in Sfilata d’alti modi. Ritratti poetici di figure esemplari, un volume curato da Giuseppe Langella, esponente del realismo terminale. Quest’ultimo movimento interpreta con accuratezza la società odierna al fine di destare le coscienze prima del collasso globale; in quest’ottica, la tendenza può dirsi autenticamente militante.
L’introduzione alla raccolta è esemplificativa di come si sia evoluta la poesia d’impegno in questo cinquantennio. I “ritratti” offrono esempi di figure degne di emulazione, modelli necessari a risvegliare la massa dall’intorpidimento. Pasolini, d’altro canto, riponeva una fiducia maggiore nell’uomo comune – non ancora del tutto omologato dalle dinamiche dei mass media –, ritenendolo capace di pensare autonomamente e desideroso di ricevere i mezzi per farlo. Il passaggio dall’attivo al passivo nei processi cognitivi dell’uomo contemporaneo ha modificato lo scopo stesso della poesia civile: si è passati dal dibattito paritario tra poeta e lettore all’esigenza primaria di scuotere le coscienze dei fruitori. L’obiettivo resta nobile, ma l’impostazione basata su modelli esemplari rischia di scivolare su un piano pedagogico e morale.
Langella scrive di poesia civile e alienazione delle masse anche nel numero 118 di Atelier, all’interno delle Dieci tesi sulla poesia civile citate nel saggio. In questo estratto, il poeta individua nella poesia civile un rimedio all’apatia collettiva e la definisce «sulla base dell’argomento trattato». La sua preoccupazione è che i confini di questa definizione possano farsi labili. Ma è davvero necessario imporre uno statuto così stringente alla poesia civile? Forse no, in una società liquida come quella attuale, dove tutto si mescola e ogni gesto è simultaneamente politico, sociale e antropologico.
Il saggio prosegue esaminando altri libri di poesia civile usciti nel 2025. Nelle battute finali, Ariano definisce la poesia civile come una «poesia di testimonianza della propria epoca»; viene da chiedersi, tuttavia, quale poesia degna di questo nome non lo sia. Lo scritto si chiude con una citazione di Langella, secondo cui la poesia civile «si erge sempre a difesa dei valori minacciati».
Oggi la militanza politica tradizionale è in declino e, laddove sopravvive, appare più polarizzata e meno consapevole. In un panorama così confuso, è davvero possibile far riflettere la collettività attraverso una poesia civile di stampo assertivo? Credo di no: verrebbe percepita come l’imposizione di una linea e, per questo solo motivo, rifiutata dal pubblico, persino qualora i contenuti rispecchiassero i pensieri del potenziale lettore. Forse è necessaria una poesia che mostri una prospettiva senza la pretesa di imporla, che accompagni il lettore nel proprio vissuto: esibire ciò che per il poeta è giusto, lasciando intatta la libertà di chi legge. È un modo più lieve, sebbene ambizioso, di scuotere il pubblico. “Fidarsi del lettore” è la formula corretta, un principio che recupera l’idea pasoliniana di fiducia smussandone però la componente più rigidamente ideologica.
Su un piano puramente artistico – e per richiamare una nota intuizione di Virginia Woolf – vi è sempre il rischio che l’impegno esplicito finisca per compromettere il valore estetico e l’autonomia dell’opera.
Naturalmente, per intercettare un pubblico significativo resta importante il supporto dei canali editoriali e di una distribuzione capace di superare le nicchie. La poesia civile, oggi, può configurarsi come lo spazio in cui l’individuo torna a sentire e a vivere il proprio tempo dopo aver fruito dei testi, senza il timore di subire un indottrinamento, come invece avviene nel flusso dei social media. Ciò presuppone, tuttavia, un patto di totale apertura e, ancor prima, un riavvicinamento empatico del lettore alla poesia, fatto di fiducia e di pura accoglienza della parola. Se questo non avviene, tutte queste riflessioni rischiano di rimanere lettera morta, o comunque relegate alla cerchia ristretta dei pochi addetti ai lavori; e il riferimento non è soltanto a questo saggio, ma agli scritti di chiunque abbia a cuore le sorti della parola poetica.
Luca Lazzarini
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