L’ultima prova poetica di Giovanni Laera, Creanza (Marco Saya Editore, 2026), si impone per l’originalità di una ricerca formale che raggiunge esiti rari nel panorama attuale, spesso ripiegato su modalità espressive che si adagiano su un canone di trasparenza e misura, stereotipato e comodamente replicabile; in questa raccolta siamo invece in presenza di una identità poetica netta e riconoscibile, che rifiuta di lascarsi assimilare agli indirizzi più battuti delle scritture in versi praticate oggi in Italia. Fa da presupposto a Creanza una solida meditazione sul linguaggio, sulla sua natura e sulle sue funzioni: il sofisticato congegno verbale varato da Laera accoglie le risonanze di una ferita ontologica originaria, di un trauma sepolto sotto le stratificazioni geologiche della memoria e tuttavia ancora sanguinante, riemergente in forma di grido, incarnantesi in vibrazione fisica, febbrile, incandescente; è questa lacerazione a imprimere al verso una valenza che è epistemica, capace cioè di porsi a fondamento di conoscenza, di produrre il mondo e di validarne l’esistenza nel momento stesso in cui lo nomina, anziché limitarsi alla sua descrizione. Il giocattolo linguistico non mira più alla mera rappresentazione dell’esperienza, né a decifrarne i dati frammentari: non è solo il canale attraverso cui il reale si rende dicibile, ma diventa esso stesso sostanza dell’accadere; abbattuto è il diaframma che separava carne e carta, sangue e inchiostro: fiato e pelle dell’esistenza si convertono in sillabe e suoni, e la voce è promossa a luogo in cui l’universo prende forma. Non è più da un atto della mente che germina la Weltanschauung, ma dal fremito dei nervi, dalle pulsazioni delle vene, dal ciclico contrarsi e distendersi delle viscere: è lì che Laera trova una propria metrica interiore, innestandola sul respiro profondo della materia organica, adeguando alle cadenze dell’endecasillabo i ritmi della fisiologia e dei suoi mutevoli umori, oscillanti nel tempestoso diapason sospeso tra paura e desiderio; è il corpo a concepire la variegata trama dei fenomeni: labbra, dita e pupille ne sono gli organi cognitivi, e la parola assolve un compito medianico, agendo da soglia tra le percezioni e la loro manifestazione vocale. La temporalità che ne deriva non procede in linea retta: i suoi piani non si succedono disponendosi in sequenza, ma si intersecano e si richiamano, secondo una logica intrapsichica e non oggettiva; gli eventi non seguono uno schema cronologico ma somatico, fatto di continui ritorni e sovrapposizioni tra infanzia e presente, tra ciò che è stato e ciò che è; il prima e il dopo non si distinguono, ma conflagrano in un orizzonte di simultaneità che assorbe e confonde l’agito e il suo ricordo, la cronaca e la sua rielaborazione riflessiva, con effetti di spaesamento; il remoto affiora accanto all’immediato e con esso coesiste, senza distanza né gerarchia, in un unico battito in cui tutto il divenire collassa e ricomincia da capo all’infinito. Il vissuto non è filtrato da una lente estetizzante, né nobilitato dal velo della trasfigurazione apollinea: Laera lo rovescia sulla pagina, nella sua nudità corrosiva, ustionante, ulcerante, traducendolo in una lingua instabile, non levigata e non accomodante, ma plurale, aperta a improvvisi scarti di registro, che si spezza e si deforma, che accelera e si dilata, sciogliendo le proprie spire sulla pagina come un misterioso organismo primordiale che scivoli sui fondali abissali. La koinè operata dall’autore mescola italiano alto e vocabolario della tecnologia e dei social, il vernacolo nocese (impiegato però in chiave non folklorica ma di riconquista delle radici) e slang urbani, facendo convivere lirismo e trivialità, intrecciando l’aulico al turpiloquio, trapassando dal sacro al colloquiale, dal grottesco al tragico, senza mediazioni e senza che tra le varie componenti dello stile si instauri una priorità e un ordine di prevalenza rispetto alle altre, con l’obiettivo di restituire l’integralità dell’esperienza. Laera lavora sulla materia sonora con precisione quasi tattile: il suo verso è gremito da frequenti allitterazioni e corrispondenze foniche, che si accavallano in un tessuto acustico fitto, in cui gli stridori e le dissonanze della lingua risuonano amplificati, certificando una volontà di aderenza quanto più fedele possibile al contemporaneo e alle sue contraddizioni non smussabili. Le stesse immagini possiedono una vitalità quasi biologica, una concretezza anatomica, violenta, materica, perfino disturbante, e si combinano in flussi dalle stranianti coloriture oniriche, addensandosi in metafore che proliferano in conglomerati visionari crudi, stravolti, interroganti; metafore che non vogliono spiegare o decorare, non tracciano una linea tra significante e significato, ma che sembrano comprovare la definizione che di tale figura diede Paul Ricoeur: quella di un “processo cognitivo che fonda la realtà” (Id., La métaphore vive, 1975). Laera non cerca perciò di pacificare il reale, ma di riprodurne la tensione irriducibile, non tenta di dare un ordine al caos del presente, ma lo attraversa con una parola che ne replica gli strappi, addentrandosi in quella zona di frizione tra ferita e conoscenza, tra materia e voce, senza offrire rifugi e consolazioni; Creanza è un testo che non consente facili appigli, che va attraversato più che interpretato, che espone la vergogna e la paura, che non lenisce le ferite né le chiude, ma le lascia aperte e ci costringe a guardarle, anziché proteggerci dalla loro vista, esigendo perciò un tipo di lettore disposto a non indossare schermi difensivi, a fare i conti con una esperienza non ancora addomesticata né inquadrata nelle coordinate rassicuranti della comprensione razionale; ed è proprio in tale rigorosa, radicale intransigenza che consiste la forza più schietta del suo dettato poetico.
Guglielmo Aprile
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Nel tritacarne dei tuoi giorni vai
con un passo di morte che mi tremi
anche se intorno l’edera ha truccato
il volto del quartiere e dentro i campi
abbandonati è nata l’erba-perla
e la barba di Giove spunta il mare,
sovrappensieri, amati malincuori
in ogni cardine di pelle, in ogni
(corpo segreto, io sono morto e tremo)
luogo o palude fonda in cui il tuo bacio
si sporca di nocciola e trema, magro
senza argini toccato intatto angelo,
che ti fiatano addosso le cicale
le rondini i grillai finché l’autunno
coniuga foglie fredde all’infinito
uncino di occhi come quelli che hai,
(lontano il verde è laminato dalle
manine tue che frugano i malori)
e una carogna al passo sdilinquisce
la volontà celeste che serbavi,
attenta alle tue nari, ecco che muori,
urge nelle tue rughe e ronda, muori
per i vivi colori, muori o ròndina,
e i lunghi banchi che ricordi ma io
(nel tritacarne del rimpianto anch’io
nel boh che non ha affranto anch’io
nell’O tremenda nero al bianco anch’io)
ti osservo come un pugno del pensiero
si immerga nella carne cruda, ti svelo
come nel vero si riduca il quieto falso
della bellezza, ti spio per ogni lusco
fiore di primavera nell’acquaglia, ti
dico che ti amo in questo azzurro in cui
siamo infiniti, eterni – il paradiso esiste.
*
(Sì gra·lezzo vi vien per la quintana
ch’altri avrà quella peverada spessa
Rustico Filippi)
La quintana del mondo è già trafitta.
Presto, monna Leonessa, avrai la schiuma
di birra semovente della donnola e tra balzi
e balze sottobosco annascando inquieto
forse ti ritrarrò viva con le intristite vampe
che spirano tra fiotti e scorci acquosi
in cui annegando neghi a me l’amare
e dagli splendidi marosi che intravidi
sotto il tuo collo di bottiglia avrò gli occhi
esplosi dalla meraviglia di spiarti
nella camera accesa dove chi entra
stipa nel sale carne cruda, carne
sanguinolenta qui, sul bagnasciuga.
Sotto le ascelle sbocciano cipolle,
si aprono rosse ai martirii agrodolci
di vieti baci e nei calzoni urge un afrore
di carezzate genaglie e incanti sciroccali
e già si incarna un’angela
che esce dalla tua fica puzzolente e smembra
ad una ad una le creature che saranno
in un capiente o rimosso futuro frullando
tra le tue braccia, regina imbrattata, sognando
l’ultima coppia di spaventanti arche, ansando
o armando le labbra a lallazioni furiose
e la notte mancata sarà per te foresta
quando spompinerai marmitte nei parcheggi
o riempirai le bocche con l’acquata
che sta arrivando, monna, monna
Leonessa de le peccata, della fogna
e delle rose perfette, dei parafanghi e del netto
mattino in cui cedemmo alla felicità
del disamore, Leonessa dell’orrore inerme
mentre, vedi, il verme si dibatte sulla picca
di quella piccola regina di spade, dove un sole
offusca nel fair brown la manovella
con gli asciugamani attillati, e il solo
dio che si alza al tuo richiamo smette
la maschera di porcellana e ti concede
il muso adolescente che ricordi.
Ridarti fiato, monna Leonessa, tra le carte
che tornano in lamenti e occhi di dollari,
come mi spargi in lacche e sogni in folle
l’umore amaro della tua bellezza, né pantera
odorosa né arguta volpe nella perduta
selva che t’inazzurra l’iPhone, e neppure
la sorte dell’abbraccio spalancato
con l’apertura alare di un coniglio,
né il consiglio o la malia che rompe le anche
ma solo le tue occhiaie stanche a decifrare
il seme sopra lo stellato dove i cani
spaccano i campi e sfanno il lungomare.
Se sono tutti morti, come fare?
Non perdonare agli uomini gli uccelli
sgolati nell’aurora, non
dilatare i tatuaggi dove crescono
cupi i villaggi della tua infanzia, no, non
perdonarmi se mai dovessi
sognarti dentro il trogolo che offri,
ricolmo fino all’orlo,
ai maiali sfiatati dentro i campi
o tra i bambini afflitti in ospedale
muti, le spalle al muro che si spezzano –
santifichiamo insieme il cielo di verruche
e i continenti delle tue carezze.
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Giovanni Laera (12 novembre 1980) vive e lavora a Bari. Dottore di ricerca in Linguistica italiana, è autore di diversi libri e articoli su lessico, onomastica e folklore nei dialetti apulo-baresi. Ha pubblicato i volumi di poesia Fiore che ssembe (Pietre Vive, 2019) e Maritmie (Marco Saya, 2023). Del 2024 è la plaquette Idillio & abbelle abbelle sparì, scritta con Riccardo Benzina. Suoi testi sono presenti in antologie e riviste nazionali e internazionali. È caporedattore di «Avamposto – rivista di poesia» e cura per la libreria Millelibri di Bari la lettura pubblica e integrale della Divina Commedia. Creanza (Marco Saya, 2026) è il suo terzo libro di poesia.
Abbiamo scritto in passato di Laera qui e qui.
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Fotografia di proprietà dell’autore.


