I
hai paura, ti ricordi Kosztolányi –
[…] lo spazzino è un uomo
povero e malato
che fischia sotto la nostra finestra
come il dio ranauottolo che ti avvelena i fiori. li avevi fatti a pezzi per cercare la lallera. la tua lallera avvelenata dallo spazzino. l’erba di nessuno, che è l’erba dei malati. la malattia è quando acconsenti alla durata. la malattia sei tu al sicuro nella Storia. ti sei sfregiata, e allora esisti, stai serena, ti risvegli, hai un nome, i documenti, hai i conti a posto. la lallera è tornata alla zizzania. il Signore si è ripreso lo spazzino. sei una cosa rosa e assicurata. prova a fischiare sotto a una finestra. cicca nella rosa. ti risvegli?
II
sei nell’eldorado, adesso, sei sorpresa – è tutto buio. pappagalli neri, palme nere, nera la sabbia e nere le tue mani – nera tutta la Sostanza. sei attaccata alla sostanza come le cose ai nomi cui le assegni. sei tutta appiccicosa, una schifezza. questo è il reame del buio tropicale. benvenuta nella materia (c’è come un fischio che interrompe e allaccia la materia, una cosa che non è più una voce e non è ancora lingua, una viscosità umida e allarmante. c’è un monaco cinese che ti guarda e ride perché non è più vero niente). benvenuta, qui il cielo è la caverna di qualcosa. senti i pappagalli e hai un becco enorme. bella coda.
III
ora mendichi nella Sostanza libera e dimenticata, ora che tutta la materia è dimenticanza, una cosa smemorata e immemorabile – tu che non puoi giurare, perché non hai visto niente, perché non c’eri, tu fischiavi sotto alla finestra con un becco enorme e un’erba luminosa ti cresceva addosso, ti faceva saltare le unghie come tappi di spumante, una cosa rosabuia e smemorata, la rosa in cui ciccare – e l’erba si infiltrava nella caverna, ti assediava, ti rapiva, ti dava in pegno a un monaco cinese che conosceva la formula e il rimedio e tu ridevi, tu che sei una zizzania irrimediabile, ridevi perché non è mai stato vero niente, perché l’erba è buia e puzzolente come tutti i documenti, come la parola storia, la parola rosa, la parola nome, erosa e immemorabile come tutta la parola.
Mattia Tarantino
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Fanciulla, strappa tutte le rose,
che il domani non esiste. Riducile
in polvere di rosa e non pensare alla loro
oscena sorte. Che non ne resti una,
abbatti ogni roseto e lascia le spine
ai tuoi compagni di scuola.
Godi nell’eldorado, offri la tua bellezza
a quel dio goffo e immalinconito che
va per i giardini a inoculare veleno.
Godi di labbra e lingua, frantumati di piacere.
Presto dimenticherai tutto,
presto sarai dimenticata.
Il bene e il male, il bello e il tremendo
della tua implume esistenza è già da un’altra parte.
Come gli imperi e le rose,
come le strisce del sabato e i singulti d’impotenza
che l’oscuro, con la sua rediviva morte, portava.
Dov’è quel passaggio del Nibelungenlied,
l’occhio d’incendio, le parole crudeli?
La nostra materia prima è l’oblio.
Traduzione di Giovanni Ibello
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Luis Alberto de Cuenca (Madrid, 1950) è un filologo classico, traduttore e poeta spagnolo, già direttore della Biblioteca Nazionale e Segretario di Stato per la Cultura. Come studioso e traduttore di vaglia, ha ottenuto nel 1989 il Premio Nazionale di Traduzione per il Cantar de Valtario. La sua produzione poetica, inizialmente legata al culturalismo (Los retratos, 1971; Elsinore, 1972), evolve in seguito verso uno stile ironico, elegante e quotidiano a partire da La caja de plata (Premio della Critica 1986), opera poi confluita nella raccolta antologica Los mundos y los días (1972-1998). Membro della Real Academia de la Historia dal 2010, de Cuenca è noto al grande pubblico anche come paroliere per gruppi rock come l’Orquesta Mondragón.
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Fotografia di Pixabay. Ringraziamo MelanieFHardy.


