Valeria Cagnazzo – Inediti

Valeria Cagnazzo (1993) è medico in formazione specialistica in Pediatria e giornalista pubblicista. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo libro di poesia, “Inondazioni” (Capire Edizioni), vincitore del Premio Le Stanze del Tempo della Fondazione Claudi 2018 e del Premio Elena Violani Landi 2018 per gli inediti e finalista del Premio Pordenonelegge I poeti di vent’anni nel 2020. Nel 2022 per gli inediti ha vinto il Premio Carlo Bo – Giovanni Descalzo e nel 2023 il Premio Elio Pagliarani. Sue poesie sono comparse su riviste cartacee (Poesia Crocetti editore) e online. Collabora con l’agenzia stampa Pagine Esteri.

 

 

                                                                                        A Jenin con le sue stragi

 

Mi trovo davvero bene in questo periodo, penso alla morte
solo a giorni alterni. Sento di essere un animale
potenzialmente guaribile – con le ciglia, i baffi,
e tutto quanto. Scrivo sempre della morte degli altri,
ma come si trattasse di un altro destino, quello dei
tarassachi, in preda al vento, con l’interesse per quanto
con il caldo, al davanzale, il ranuncolo
tutto si sciolga come una salma gonfia d’acqua.
Scrivo della fabbrica di saponi nel giorno
in cui esplose coi bambini nella scuola. I grembiuli grigi
si gonfiarono di bolle. I banchi levitarono.
La schiuma dappertutto, dall’orlo delle porte
finestre alla frase nel sussidiario che diceva
“Costantinopoli divenne la capitale dell’impero,
adesso si chiama Istanbul”. La piazza una lavatrice scoperchiata
nel mezzo del lavaggio. Non c’è nessun suono
quando lo racconto, per quanto molti acuti lamenti, urletti,
strida minuziose abbiano dovuto pungolare quel giorno il cielo
come rametti di frassino un’enorme, flaccida carcassa.
Anche la carcassa fu insaponata. Intanto i corpi degli studenti
dovevano aver assunto insperate, irregolari forme, il braccio,
la gamba, uno di qua, l’altro nello zaino, nella schiuma invisibili,
completamente immersi, confluivano in piazza
dando volume alle bollicine. Tra le figure nella schiuma
e quelle sedute dentro ai banchi, a noi sembra di fare
un discorso continuo. Niente ci taglia, ci squarcia la parola,
neanche un colpo di tosse ci interrompe per dire al punto giusto
qui è finito il bambino. Per tre mesi l’aria odorò di marsiglia,
le piastrelle non ebbero bisogno di venire lucidate.
Queste cose oggi mi riguardano
come l’asfalto o la luce, mi tengono a terra, mi passano
a lato – non mi scivolano invece in gola, non refluiscono
da nessuna parte che voglia dire un interno.
Sii più precisa. Non appartengo a sufficienza
alla bolla di sapone. Il domani e il dopodomani si escludono
dal consesso umano del domani l’altro, dove chiunque finisce
e viene raccontato – ma io non sono nel racconto,
non sono io la fine. C’è della guarigione in questo,
la fronte come una saponetta squadrata, e lucida,
lucida, senza spigoli, cieca: vi scivola sopra
una cosa per volta. Non traspare
assolutamente nulla.

*

Prima era solo col cuore di mio padre, che è infarcito di colesterolo.
Lo vedevo nitido al centro dell’assedio, colpito al segnale di
quella forza invisibile di minuscole palline di grasso,
una sassaiola, l’esplosione, come fosse stato sempre
ripieno di tritolo per quel momento. Bum, e succedeva, e mi sembrava
di sentire la voce di mia madre dalla stanza accanto come di un’oca
a cui strappassero il fegato a vivo – il fegato di mia madre
non è un fegato da farci il fois-gras – chiamare il mio nome
e sentirlo diventare una cosa nuova, come le dita e gli organi dei bambini
di Chernobyl dopo l’incidente. Ora capita anche col mio, adesso esplode
e non puoi farci niente. Sto giacendo a letto sul fianco sinistro
e lui ha detto Leggiamo ancora un po’? perché nel centro dell’orgasmo
ha letto nei miei bulbi lanciati all’indietro il pensiero
Volevo ancora leggere e adesso sta spegnendo l’abat-jour perché
abbiamo letto ancora e adesso basta e dirà Buonanotte
per due o tre volte, svegliandosi dal sonno, perché lui parla nel sonno,
nell’ansia di non avermi salutata, io ho pensato ai miei fianchi
che continuano a gonfiarsi, e poco dopo, e non ha nulla
a che vedere un pensiero con un altro neppure in senso
figurato, Adesso esplodo, e gli scompaio nel letto senza che
se ne accorga, tra la seconda e la terza buonanotte, alla terza
non rispondo più e mi crede addormentata e invece qualche organo
qui dentro si è fatto fuori, ci ha presi in ostaggio
e ci ha lanciati in aria. Il mio cervello come un grande cavolfiore
gettato per terra, lascia praline bianche nelle fessure
tra le piastrelle. Un dolore lancinante mi trafigge dalla gola e me ne parto
per il mondo degli uccelli. Devo concentrarmi,
da domani dovrei frequentare una nutrizionista, ma di quelle
brave, una che non mi guardi dall’alto della sua ossatura sottile mentre la mia
è di quelle che ingrassa, una che mi trovi una soluzione senza
tergiversare troppo attorno al problema e non mi chieda mai
di fare sport. Lui mi chiedeva di fare sport, poi si è
rassegnato, ma oggi alla tv nel servizio da Kabul due bambini
nella neve senza guanti, la cosa più importante adesso è domandarsi
dove alloggi la giornalista in questi giorni, quanto è pronto
a spendere il giornale per darle una sistemazione, con o senza
colazione soprattutto, basta pensare sempre al cibo, chissà se è davvero
una brava giornalista anche se chiama tutti per nome, più soffrono
più li chiama soltanto per nome, come se fossero cuccioli
anche i vecchi, le vecchie, più soffrono più li chiama per nome e forse
anche per diminutivo, tutti Hammoudi, mio piccolo Mohammed,
gli zii afghani li ha battezzati così e loro la guardano perplessi
convinti di non aver capito, e le zie afghane se le stanno davanti di spalle
forse le richiama coi bacetti, come gattini. Devo assolutamente
dimagrire, non si può sempre leggere dopo aver fatto l’amore, dovremmo
farne un’eccezione, da brava, non stai esplodendo, se ti addormenti
arrivi a domani, le bombe sono disinnescate, per oggi nel mondo
nessuno muore più.

*

Vuoi risorgere solo perché sei ghiotta di arance e di dolci
alla cannella. Autodenuncia. Scegli dunque un momento
in cui fare la muta. Nella laguna di Venezia, mi hanno detto,
una specie marina, seppur dotata di chele,
passa una vita intera assorbita nello studio
della sua risurrezione – l’istante perfetto
in cui trasmigrare. Le moleche sono creature
spaventose, ovvero provano paura. Una corrente putrida
di acque industriali le separa dal passo
verso la morte o l’eternità, non devono
sbagliare. Sono saporite cucinate al vapore o
immerse nell’olio, non fanno quel rumore
crocchiante dei loro compagni. Si mangiano solo quelle
che hanno scelto il momento sbagliato per passare
dall’aldiqua all’aldilà. I granchi non hanno orologi, taccuini
o calendari, non imparano mai a scrivere
probabilmente. La prima volta che hai dormito con un uomo
ti ha chiesto “Sei venuta?” e tu non hai capito. Venuta dove,
hai pensato. Hai detto sì, ed era
no. Voglio rinascere
in quel momento esatto, e rispondergli ridendo addosso
a quel dentino rotto, da mezza mandorla tostata
che affacciava su ogni cosa. Dirgli Io vengo,
io vado sempre dappertutto, ma non ho bisogno
dell’accompagnatore.

*

Tu sei piccola e selvatica, anima mia, sembri appena nata.
Temi la morte come l’uomo delle grotte, come se insieme a te
l’avessero inventata.

Lucy è il primo ed è una donna, fino a prova contraria.
La credi una selvatica, una piccola fiammiferaia animale,
sola e gelata, bruciata dalle malattie, la vita
menomata. Eppure è tutta qui, com’è naturale,
capace di alcuni sentimenti proletari e di comporre
un personale Spring Waltz passando le dita tra le lame del salice.
Preferisce tenere corti i capelli e teme tutti i fiumi da quando uno
nella coscia le ha lasciato una larga ferita coperta di funghi.
Ha poche cose di cui parlare, hanno inventato ancora poco
questi piccoli selvaggi. Una volta ha sognato del fuoco
e ha creduto di essere morta. Così quando le nasce un figlio
le sembra una cosa normale, una gemma spuntata di traverso
al ramo, uno scarabeo dalla terra, un mal di pancia.
Ma si accorge che la fame è diversa da quando esiste
la sua. Coi denti potrebbe comporre una collanina
e incorniciare il bisonte femmina, se li è dimenticati.
Sta scoprendo qualcosa di nuovo, come uno stelo di biancospini fitti
si attorciglia arrampicandosi sinuoso dalla mammella sinistra
a una mandorla in gola che non sapeva di avere. Quando ride
o quando piange, le lacrime le cadono su un fondo nuovo
dentro al petto di velluto e di taffetà, fanno un tonfo
da lacrimare per la tenerezza. Gli insegna a camminare e ogni inciampo
è un masserello che si distacca dalla roccia, le provoca un dolore
da qualche parte che non sa nominare. Più che vivo
lo vorrebbe immortale: così inventa la scrittura.
Giorno dopo giorno, sta inventando anche la lampadina,
l’alfabeto cirillico, le tovagliette monouso, la chemioterapia,
il fornelletto elettrico per fargli il latte caldo, e comunica con le stelle
via radio. Il branco, quella massa uniforme con cui parlava in versi,
ora le appartiene meno di un’unghia spezzata. Ha nidificato
attorno agli occhi del suo bimbo con un capannello
di candeline e di apprensioni, il suo metro e trenta
è una montagna di neve, e quando il figlio dorme ordina ai lupi
e alle lucertole giganti che ancora stanno sulla terra
di tacere e di non muoversi e si trasforma in stalattite.
Misura il tempo in sbadigli e gridolini e ginocchia pelose sbucciate
e crede di avere dieci millenni per le mani. Scopre i sentimenti
uno a uno, come semini di melone se li stacca dal petto con due dita
e li apre piano tra gli incisivi, tutto accade per la prima volta.
Quando il fiume se l’è portato dentro come un tronco
non aveva inventato ancora i cerotti colorati,
i videogiochi, i lego. L’ha guardato scomparire come dentro
a un sogno, morire tutto e all’improvviso e spezzettarsi
nell’amore. Ha scoperto l’urlo quel giorno, e si è strappata
per sempre. Dove andava, in preda a cosa, non conosceva nulla
della morte, e adesso conosce soltanto una cosa, come se gli organi
le si fossero srotolati nel fiume: chiamiamola così, disperazione.
Non poteva nascere da un posto tanto profondo, la voce.
L’enormità della faccenda la sconvolge, gli esseri umili si imbarazzano
di fronte alla loro grandezza, e lei è davvero grande
nel dolore. I simili che la vedono adesso, trasfigurata
mimetizzarsi con la roccia, vociferano che deve aver fatto
un’invenzione straordinaria, della quale non vuole metterli a parte.

Adesso Lucy giace in un museo, a poca distanza
dal palazzo presidenziale, e non sono proibiti i flash attraverso
la teca di vetro che la tiene, né ai visitatori ronzarle attorno
sorseggiando aranciata. Nella sala accanto, la riproduzione in scala
con peli e pelle sintetica di un figlio che avrebbe potuto essere
quello della sua pancia. Un’insegna a tinte scure in due lingue
lo chiama “Il figlio di Lucy”, doveva essere quella la
forma – un parallelepipedo, un quadrato, un taglio di manzo,
forma di figlio di madre troglodita. Vicino
a un pannello azzurro di istruzioni alla preistoria, gli ossicini
di un piccolo che sarebbe somigliato al suo, in un ossario
quadrato. Un faretto al neon gli trafigge preciso
il cranio leggero, che ha uno screzio verdino – ma non è esattamente lui.

*

Mio nonno voleva morire nel sonno. Fu accontentato.
Chiunque voglia morire nel sonno, viene accontentato.
Io non voglio morire in alcun modo, per questo
non sarò esaudita. Si tirano dei dadi per me,
di là? Qualcuno sta mettendo a frutto la sua fantasia?