(Ashraf Fayadh, via Instagram)

Rimbaud Vuelve a Casa #2: «Être palestinien», poesie di Ashraf Fayad

Traduzioni a cura di Giovanni di Benedetto

Ashraf Fayad è nato a Gaza nel 1980. Ha lasciato la sua terra natale per stabilirsi in Arabia Saudita. Nel 2014, in seguito alla pubblicazione della sua prima raccolta di poesia, è arrestato a Beyrouth con l’accusa di blasfemia e apostasia ed è condannato alla pena capitale. In seguito, grazie ad una campagna internazionale di solidarietà in suo sostegno, la pena è ridotta ad otto anni di prigione e ottocento frustrate.
In Francia sono state pubblicate due raccolte: Instructions à l’intérieur (Le Temps des cerises, 2015) et Je vis des moments difficiles (Maison de la poésie Rhône-Alpes, 2019). In italiano, nella traduzione di Gassid Mohammed, nel 2016 é apparso Le istruzioni sono all’interno (Terra d’ulivi edizioni) e nel 2019, nella traduzione di Sana Darghmouni, Epicrisi (Di Felice Edizioni). La poesia Être palestinien è stata pubblicata in Anthologie de la poèsie palestinienne (Points, 2022) nella traduzione del poeta Abdellatif Laâbi. Nello spirito dell’Internazionale Surrealista a cui aderisce Rimbaud Vuelve a Casa, la poesia di Ashraf Fayad è azione e destino, sintesi tra Marx e Rimbaud, prassi essenziale per la trasformazione del mondo.

 

*        *        *

 

Être sans pays
Veut nécessairement dire être palestinien
Être palestinien
Ne signifie qu’une chose :
Que tout le monde entier est ton pays
Mais le monde n’arrive pas à assimiler ce fait
Comme tant d’autres te concernant :
T’habituer à la mort
Ravaler aisément ta douleur
Tout perdre
T’abstenir de pleurer
Devenir extensible, transparent et obscur
Faisant écran à la lumière
Ne pouvant être vu à l’œil nu
Ni au microscope
Ni au télescope
Sentir que tu es rejeté par le monde entier
Que la revendication de tes droites humaines
Est un grand luxe
Qui ne saurait t’être garanti
Parler toutes les langues du monde
Et les idiomes les plus difficiles de certains peuples
Revêtir toutes les couleurs
Et adopter toutes les coutumes
T’entraîner à toutes les formes de mort
Et pratiquer toutes les formes de vie
T’attacher au ciel alors que le ciel te rejette
A la terre alors qu’elle fait de même
(seul l’oxygène t’accepte à des conditions
Draconiennes
T’obligeant à supporter gaz asphyxiants
Et remugles divers)
Te laisser tanner par le soleil, geler par la glace
Fondre dans l’eau
T’évaporer et te reconstituer de nouveau
Porter les particularités biologiques
Que tu as en commun avec les humains
Tomber dans les égouts, puis être recyclé
Rester inébranlable malgré cela
Alors que les fragments de ton corps
Sont près de fusionner
Plonger jusqu’au fond puis émerger
Sur le toit de la couche atmosphérique
Te laisser attirer par les arbres et les pierres
Avaler par le sable
Te désagréger et te reconstituer sous une forme
Qui fait perdre ta troublante singularité
Balancer entre toutes les possibilités
Devenir un symbole, puis un prophète, un dieu
Un adorateur et un adoré
Un saint, un impur, un irréfléchi
Un vertébré, un mammifère
Ramper sur le ventre et le dos
Recouvrer l’usage de tes membres
Puis les perdre
Sombrer dans l’oubli
Revenir pour monter la force aveuglante
De ta présence
Retrouver ton équilibre et le perdre derechef
T’agiter, t’ensauvager et te civiliser
Devenir président d’un pays qui n’est pas le tien
Et pourquoi pas toi sur un trône
Etoile resplendissante, étoile chue
Galaxie, astre sans reliefs
Météore destructeur, arme nucléaire
Et vulgaire déchet
Être emprisonné, pourchassé et marginalisé
Devenir un axe, un centre
Pour la rotation de la Terre
Une mer, un océan
Te noyer
Te noyer
Te noyer
Te noyer
Te noyer
Et te perdre
Puis revenir et assurer ta présence
Te transporter d’une condition à une autre
Devenir orateur et auditeur
Être frappé de cécité, surdité, sénilité,
De handicap mental
T’en remettre
Puis régresser de nouveau
Imposer ton intelligence au reste des créatures
Jouir de ton pouvoir, trébucher et bafouiller
Dégueuler une histoire éparpillée
Ruminer une mémoire absurde
Te répandre telle une dangereuse épidémie
Proclamer ta sortie du texte
Et ton retour à la table du dialogue…
Sur ton identité perdue
(on te demandera de combattre
En faveur de personnes auxquelles rien t’attache
Sinon ton appartenance à la section des mammifères
La branche des vertébrés, le règne des animaux
L’usage de l’oxygène comme moyen de rester vivant)
Ne pas mourir
Rejeter la vie
Qui t’attrape de nuit
Comme un fantôme
Comme l’air
Hoqueter, rugir, gémir, crier et hurler
Braire, japper et miauler
Parler les langues des vivants et des morts
De ceux qui restent suspendus entre la vie et la mort
T’entendre à la perfection
Avec les rochers, les poissons, le vent
L’espace extérieur, le noyau terrestre
Le centre inconnu de l’univers
Et revenir, inconnu, lointain, extrémiste
Modéré, excessif en tout
Te retrouver en fin de compte
Impossible comme le néant
Occulte comme Satan
Vivant…comme Dieu !

 

*

 

Essere senza patria
Significa necessariamente essere palestinesi
Essere palestinesi
Significa soltanto una cosa:
Che il mondo intero è la tua patria
Ma il mondo non riesce ad accettare questa cosa
Come tante altre che ti riguardano:
Abituarti alla morte
Ingoiare facilmente il dolore
Perdere tutto
Astenerti dal pianto
Diventare estensibile, trasparente, oscuro
Schermando la luce
Invisibile all’occhio nudo
Al microscopio
Al telescopio
Sentire il rifiuto del mondo intero
E che la rivendicazione dei tuoi diritti umani
È un lusso
Che non può essere garantito
Parlare tutte le lingue del mondo
E gli idiomi più difficili di alcuni popoli
Indossare ogni colore
Adottare ogni usanza
Esercitarsi ad ognuna delle forme della morte
Praticare tutte le forme della vita
Legarsi al cielo quando il cielo ti respinge
Alla terra quando anch’essa ti rifiuta
(Solo l’ossigeno ti accetta a determinate condizioni
Draconiane
Costringendoti a sopportare gas asfissianti
E fetori vari)
Lasciarti abbronzare dal sole, congelare dal gelo
Fondere nell’acqua
Evaporare e ricostituirti di nuovo
Indossare le particolarità biologiche
Che condividi con gli altri esseri umani
Cadere nelle fogne, essere riciclato
Rimanere inalterato nonostante tutto
Mentre i frammenti del tuo corpo
Sono quasi pronti a fondersi
Immergersi nelle profondità e poi riemergere
Sull’ultimo degli strati dell’atmosfera
Lasciarti attirare dagli alberi e dalle pietre
Inghiottire dalla sabbia
Disgregare e ricostituire sotto una sembianza
Che ti faccia perdere la tua inquietante unicità
Oscillare tra tutte le possibilità
Diventare un simbolo, poi un profeta, un dio
Un adoratore e un adorato
Un santo, un impuro, un folle
Un vertebrato, un mammifero
Strisciare sulla pancia e sulla schiena
Recuperare l’uso degli arti
Poi perderli
Cadere nell’oblio
Ritornare per esibire la forza abbagliante
Della tua presenza
Ritrovare l’equilibrio e perderlo di nuovo
Essere agitato, selvaggio e civilizzato
Diventare presidente di un paese che non è il tuo
E perché no su un trono
Stella splendente, stella cadente
Galassia, astro privo di rilievi
Meteora distruttrice, arma nucleare
Volgare rifiuto
Essere imprigionato, inseguito e marginalizzato
Diventare un asse, un centro
Per la rotazione della Terra
Un mare, un oceano
Annegare
Annegare
Annegare
Annegare
Annegare
E perdersi
Poi ritornare e garantire la tua presenza
Lasciarti trasportare da una condizione all’altra
Diventare oratore e ascoltatore
Essere colpito da cecità, sordità, senilità,
Dalla disabilità mentale
Rimetterti
Poi regredire di nuovo
Imporre la tua intelligenza al resto delle creature
Godere del tuo potere, inciampare e balbettare
Vomitare i frammenti di una storia
Ruminare una memoria assurda
Diffonderti come un’epidemia pericolosa
Proclamare la tua uscita dal testo
E il tuo ritorno al tavolo del dialogo…
Sulla tua identità perduta
(ti chiederanno di combattere
Nel nome di persone a cui nulla ti lega
Se non la tua appartenenza alla specie dei mammiferi
Il ramo dei vertebrati, il regno degli animali
L’uso dell’ossigeno come mezzo per rimanere in vita)
Non morire
Rifiutare la vita
Che ti afferra di notte
Come un fantasma
Come l’aria
Singhiozzare, ruggire, gemere, gridare e urlare
Nitrire, abbaiare e miagolare
Parlare le lingue dei viventi e dei morti
Di coloro che restano sospesi tra la vita e la morte
Comprendere alla perfezione
Le rocce, i pesci, il vento
Lo spazio esterno, il nucleo terrestre
Il centro sconosciuto dell’universo
E ritornare, sconosciuto, lontano, estremo
Moderato, eccessivo in tutto
E ritrovarti alla fine
Impossibile come il nulla
Occulto come Satana
Vivo… come un dio!

 

*

 

Je vis des moments difficiles
Mon sommeil est aussi fantasque
Qu’une adolescente fraîchement amoureuse
Je ne traiterai pas ici
De l’état de mon cœur
Ne de mes troubles psychologiques
Pareils à des bulles d’eau après ébullition
Je suis cette partie de l’univers
Qui s’est mis à dos
L’univers
Je suis cette partie de la terre
Qui a rendu perplexe
La terre

(da Je vis des moments difficiles, 2019)

 

*

 

Vivo momenti difficili
Il mio sonno è capriccioso
Come quello di un’adolescente da poco innamorata
Non parlerò qui
Dello stato del mio cuore
Né dei miei problemi psicologici
Simili a bolle d’acqua dopo l’ebollizione
Sono quella parte dell’universo
Che si è messa contro
L’universo
Sono quella parte della terra
Che ha lasciato perplessa
La terra

 

 

 

Giovanni di Benedetto (Napoli, 1987) vive a Parigi. Laureatosi in letteratura francese all’Università degli studi di Napoli “Federico II” con una tesi sul romanzo surrealista, nel 2013 si trasferisce a Parigi ed entra a far parte del Centre de recherches sur le surréalisme dell’Università Paris 3 “Sorbonne Nouvelle” diretto dal professor Henri Béhar. Attualmente insegna l’italiano in un liceo della periferia parigina e sta portando a termine l’edizione critica degli inediti di Arturo Benedetti. Suoi articoli sono apparsi su Lankelot, Nazione Indiana, Sud – Rivista europea. Ha partecipato al numero collettivo su Roberto Bolaño dell’Atelier du Roman. Nel 2016 ha vinto il prestigioso Prix de la nouvelle organizzato dalla Sorbona, primo scrittore non francofono ad aggiudicarsi la riconoscenza.