Michael Schmidt – da “Choosing a Guest. Selected Poems 1972-1987” (Traduzione di Chiara De Luca)

 SchmidtMichael Schmidt è nato in Messico nel 1947. Ha studiato al Wadham College di Oxford. È Professore di Poesia alla Glasgow University, dove è Responsabile del Programma di Scrittura Creativa. Nel 1969 è uno dei fondatori della casa editrice Carcanet Press Limited, di cui è direttore editoriale. Nel 1972 ha fondato la “PN Review“, una delle più importanti e autorevoli riviste letterarie nel panorama della letteratura di lingua inglese. Poeta, narratore, curatore di antologie, traduttore, critico e storico letterario, è membro della Royal Society of Literature. Nel 2006 gli è stato assegnato un O.B.E. (Officer of the Order of the British Empire) per i servizi resi alla poesia.

Michael Schmidt 
Da Choosing a Guest. Selected Poems 1972-1987 [Scegliendo un ospite. Poesie scelte 1972-1897]
traduzione dall’inglese di Chiara De Luca  





schmidt 01Underwater, this is the cathedral sea.
Diving, our bubbles rise as prayers are said to do,
bursting into our natural atmosphere.
It occupies, from this perspective,
the position of a heaven.

The ceiling is silver, the air
deep green translucency.
The worshippers pray quietly, wave their fins.
You can see the colour of their prayer
in the throat: scarlet, some, and some

fine-scaled vermilion; others pass tight-lipped
with moustaches trailing and long paunches,
though they are wafer-thin seen sideways,
or only the whiskers show. Further down,
timorous sea-spiders lock their doors, shy fish

disappear into their tenements,
an eel pulls in its serpent tail.
Deep is wild, with beasts one meets
more usually in dreams. Here a giant octopus
drags in its arms. We meet it.

We are hungry in the upper air;
you fire the sea-spear at the imagined heart,
releasing a storm cloud of ink.
The animal grabs stone in slow motion,
pulls far under a ledge and piles loose rock

as if to hide might be enough.
Your second shot does for it.
We come aboveboard then,
with our eight-armed dinner and no hunger left,
pursued by black nimbus from the death we made.



schmidt 02
Sott’acqua, ecco la cattedrale del mare.
Immersione, bolle si levano come preghiere,
scoppiando nella nostra atmosfera naturale.
Occupa, da questa prospettiva,
la posizione di un cielo.

Il soffitto è argenteo, l’aria
profonda verde trasparenza.
I fedeli pregano quieti, ondulando le pinne.
Della loro preghiera puoi vedere il colore
lungo la gola: scarlatto, alcuni, e alcuni

vermiglio finemente squamato; altri passano a labbra
strette con code a mustacchio e ventri allungati,
sebbene visti di lato siano sottili come wafer
o ne spuntino i barbi soltanto. Più a fondo,
pavidi ragni di mare chiudono la porta, timidi pesci

svaniscono nelle loro dimore,
un’anguilla v’insinua la coda serpentina.
L’abisso è selvaggio, con mostri che incontri
più spesso nei sogni. Qui un enorme polpo
trascina  tentacoli. Li incontriamo.

Siamo affamati dell’aria in superficie;
spari l’arpione nel cuore immaginario,
liberando una nube di tempesta d’inchiostro.
L’animale si aggrappa alla pietra con grande lentezza,
si spinge sotto una sporgenza e ammucchia pietre sciolte


come se nascondersi bastasse.
Il tuo secondo colpo spetta a lui.
Veniamo poi alla luce del sole,
con la nostra cena a otto portate e niente più fame,
inseguiti dai nembi neri di morte che abbiamo creato.




The Judas Fish
schmidt 03I wake to this bewilderment: my porthole
gone under, the sea flows too high tonight.
It trickles in. It is not rain but the wind lifts
and leaves it hovering.
Moments pass without the sky. I share
a water-dark that is a sound
intimately chilling, like a voice that whispers
out of the world a charm into a dream.

Through the porthole, gentle bleeding from the sea
will be tomorrow a salt web across the floor.
I light my lamp against the starless voice.
It is my face that looks me in the eye.

I cup my hands, look closer, through the face
into a shallow pool of light. A fish
might take my porthole for a luminous fish-eye,
or a night diver spot it in the distance as a coin,

antique, the frail imperial face on alloyed gold,
wide-eyed, not negotiable,
gazing into the marches around empire.
Looking out, indeed, there’s not much to see,

no diver, no near fish, nothing to possess,
though there is a strange possessiveness
in water, as in sunlight, determining the shadows.
Water casts shadows of a curious kind,
swirling just inches from the eyes—
an impulse to undo the latch,
gingerly invite oblivion in,
let the driving current touch and have its way.

Yet it is a driven current at the pane.
It has claimed as many histories as time
and planted them in beds of sand and coral,
in thicket weeds, in feeding of its fish;

its fluid memory retains suspended
elements of mountains, ships and mariners
unredeemable as salt in blood, but present:
the dead are tasted like rich sediment

flooding secret latitudes.
It subsides, my porthole fills
with ine!ectual constellations, welcome, identifiable—
although before they came back I believe

a fish pulsed into view in the dwindling water
with thirty silver scales upon its side
and a Judas eye trained on me, focusing.
I slipped the latch then. It was starlight that came in. 



Il pesce Giuda [1]
schmidt 04
Mi sveglia questo sconcerto: il mio portello
sprofondato, il mare scorre troppo alto stanotte.
Goccia dentro. Non è pioggia ma il vento la leva
e la lascia aleggiare.
Istanti passano privi di cielo. Condivido
un buio d’acqua che è suono
raggelante dentro, come una voce che mormora
dal mondo un incantesimo in un sogno.

Dal portello, un lieve sanguinare dal mare
domani sarà ragnatela salata sul pavimento.
Accendo la lampada contro la voce destellata.
È il mio volto che mi guarda negli occhi.

Metto a coppa le mani, guardo più da vicino, dal volto
a una pozza poco profonda di luce. Un pesce potrebbe
scambiare il mio portello per un vivido occhio di pesce,  [2]
o un tuffatore notturno in distanza per una moneta,

antica, il fragile volto imperiale sulla lega d’oro,
occhi spalancati, non negoziabile,
fissando le frontiere attorno all’impero.
A guardar bene, certo, non c’è molto da vedere,

nessun tuffatore, né pesce nei pressi, nulla da possedere,
sebbene una possessività singolare vi sia
in acqua come alla luce del sole, a determinare le ombre.
L’acqua getta ombre di una specie curiosa,
mulinanti a un soffio dagli occhi –
un impulso ad aprire il chiavistello,
a invitare con cautela l’oblio a entrare,
lasciare che tocchi la rapida corrente e si soddisfi.

Ancora è moderata la corrente contro il vetro.
Ha reclamato tante storie quanto il tempo
per piantarle in aiuole di sabbia e corallo,
in alghe fitte, nell’alimento dei suoi pesci;

la sua memoria fluida trattiene sospesi
elementi di montagne, navi e marinai
irredimibili come sale nel sangue, ma presenti:
i morti si gustano come ricco sedimento

debordanti latitudini segrete.
Si abbassa, il mio portello si colma
d’ineluttabili costellazioni, benvenuto, indefinibile –
sebbene prima che tornino mi sembri

che un pesce pulsi in vista nell’acqua calante
con minuscole scaglie d’argento sul fianco
e un occhio di Giuda che mi punta, mettendomi a fuoco.
Feci scivolare il chiavistello. Era luce di stelle che entrava.

[1] Il Juda’s fish (lett. Pesce di Giuda) è una particolare specie di pesci che per la loro attitudine predatoria vengono utilizzati per ridurre la  sovrappopopolazione di altre specie. Di qui il nome di “traditori” del mondo ittico.

[2] Il “fish-eye” (lett. Occhio di pesce) è un tipo di obiettivo grandangolare. Sebbene in italiano si utilizzi il termine inglese, qui ho voluto giocare come il poeta sul suo significato etimologico.



The Diving Bell

 schmidt 05

They slam the hatch. The oxygen begins.
The bell’s raised up, the steel arm swings us out,
the cable sings. We are released and plunge,
a bubble weightier than sea water,
fathoming currents of sea light
like the pendant world the tempter saw,
but no gold chain fastens us,
no god reels us down bright steps and shafts
into the water’s evening, towards midnight.

What is it about depth attracts us and we go
further than daylight can into the sea,
beyond the dwindling colours of known fish?
Our bell falls more gently into dark than light.
Reaching seabed, it rolls on its side.
Should the cable break now
we are home here as in Hell.

We sit still. We peer into a total pitch.
It slowly lives. Bright things
bearing their own light advance star eyes
to the rim of our portholes.
With uninvented voice they kiss the panes.
They taste of air. We light the lamps
causing along the beds of furred shale
births, approaching us like birds or
diffident angels we feed with pulsing light.

Under tons of water the fish bear
all movement in a gradual agony.
This is the depth from which death raises them.
Colour that never was before
glows with a crude, wounded brilliance.
We do not know these creatures:
pressure distorts their dayless world
without history because the relics live
fnding movement the way dream-creatures do—
they do not measure time, and if they touch
sharp stones, or when they mate, they burst,
a scattering cloud in their atmosphere.

We rest on their bed. We are awake and naming—
as Darwin did in the unknown fossil worlds
or Dante from the pit
carrying his shadow in the maze.

We will be reeled up inch by inch from here
until we break back into the day
with words to show, these words—and they are true;
every coast we tried before was wrong,
we left the map then for untaken courses.
Home, in parched bright air, we’ll sketch
a chart that’s real and unbelievable.



La campana subacquea

Sbattono il portello. Inizia l’ossigenazione.
Sollevano la campana, il braccio d’acciaio ci dondola fuori,
il cavo canta. Siamo liberi e ci tuffiamo,
un gorgoglio più greve dell’acqua del mare,
correnti sondanti di luce marina
come il mondo sospeso che vide il tentatore,
ma nessuna catena d’oro c’imprigiona,
nessun dio ci spinge giù per luminose trombe e gradini
nella sera dell’acqua, verso la mezzanotte.

Cosa degli abissi ci attrae e andiamo
più in là di quanto non possa la luce nel mare,
oltre gli evanescenti colori dei pesci conosciuti?
La nostra campana cade più dolcemente della luce nel buio.
Raggiungendo il letto del mare, rotola sul fianco.
Se il cavo si spezzasse ora
saremmo a casa qui come all’Inferno.

Sediamo in silenzio. Sbirciamo in un pozzo assoluto.
Lentamente vive. Cose luminose
brillando di luce propria avvicinano occhi
stellati al bordo dei nostri portelli.
Con voce autentica baciano i vetri.
Sanno d’aria. Accendiamo le lampade
inducendo lungo i banchi di gusci villosi
nascite, in avvicinamento come uccelli oppure
angeli diffidenti che nutriamo di luce pulsante.

Sotto tonnellate d’acqua il pesce porta
tutto il moto a una graduale agonia.
Questo è l’abisso da cui la morte li solleva.
Colori mai prima esistiti
rilucono di cruda brillantezza ferita.
Non conosciamo queste creature:
la pressione ne distorce il mondo privo di giorno
senza storia perché le loro reliquie vivono
trovando il moto come le creature del sogno –
il tempo non lo misurano, e se toccano
pietre affilate, o si accoppiano, esplodono,
una luce si diffonde nella loro atmosfera.

Riposiamo sul loro letto. Siamo svegli e nominiamo –
come Darwin fece nei fossili mondi sconosciuti
o Dante dal pozzo
portando la sua ombra nel labirinto.
Spanna a spanna si riavvolgerà la corda
fino a farci irrompere di nuovo nel giorno
con parole a mostrare, queste parole – e sono vere;
ogni costa che tentammo prima era sbagliata,
lasciammo poi la mappa per rotte non battute.
Casa, nella riarsa aria luminosa, abbozzeremo
una carta che è inconcepibile e reale.

Michael Schmidt è nato in Messico nel 1947. Ha studiato al Wadham College di Oxford. È Professore di Poesia alla Glasgow University, dove è Responsabile del Programma di Scrittura Creativa. Nel 1969 è uno dei fondatori della casa editrice Carcanet Press Limited, di cui è direttore editoriale. Nel 1972 ha fondato la “PN Review“, una delle più importanti e autorevoli riviste letterarie nel panorama della letteratura di lingua inglese. Poeta, narratore, curatore di antologie, traduttore, critico e storico letterario, è membro della Royal Society of Literature. Nel 2006 gli è stato assegnato un O.B.E. (Officer of the Order of the British Empire) per i servizi resi alla poesia.

Fotografia di proprietà dell’autore.

Chiara De Luca traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese. Ha fondato e dirige Kolibris, casa editrice indipendente consacrata alla traduzione e diffusione della poesia straniera contemporanea. Ha pubblicato la pièce teatrale Duetti (Ozzano dell’Emilia, Perdisa) e i romanzi La Collezionista (Rimini, Fara, 2005) e La mina (stra)vagante (Ibid., 2006). In poesia sono stati pubblicati i poemetti La notte salva (2008) e Il soffio del silenzio (2009) e le raccolte di poesia La corolla del ricordo (Ferrara, Kolibris 2009, 2010) e Animali prima del diluvio (Ibid., 2010). Ha creato il sito http://poetrytranslation.net. dedicato alla traduzione poetica al bilinguismo e alla letteratura della migrazione e a sua firma sono traduzioni di una quarantina di raccolte poetiche.

Per Atelier ha tradotto poesie di
Steffen Mensching
Conceiçao Lima

e una selezione di suoi testi tratti da  Alfabeto dell’invisibile sono stati pubblicati nell’Aprile 2015