Elina Sventsytska è una poetessa ucraina. Laureata in Filologia all’Università Nazionale di Donetsk, è una rinomata ricercatrice nel campo della teoria letteraria. Scrive prosa in russo e poesia in ucraino.
È autrice di 9 libri di poesia e prosa, pubblicati dalle più prestigiose case editrici in Ucraina. Le poesie e i racconti sono stati tradotti in polacco, inglese, danese, lituano, russo e italiano. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il primo premio nazionale “Pianeta del Poeta” (2008), il premio nazionale di M. Vološin (Ucraina, 2019), il terzo premio del Concorso internazionale di prosa breve “Senza confini” (Barcellona, Spagna, 2018). Le poesie in italiano sono state pubblicate sulle riviste “ClanDestino”, “LibriCK”, “Gradiva”, “Inverso”, “L’ombra delle parole”. I racconti sono state pubblicate sulle riviste “Nido di gazza”, “Racconticon”.
* * *
È terra di pace. I bianchi gigli
fioriscono sul verde stelo denso,
grandi come pezzi di plastica.
Cadono le ombre sulle pietre bianche,
quasi fossero rigide cornici.
Sventolano sui vecchi parapetti
cappelli enormi ed abiti pesanti.
Il sentore di polvere si fonde
a fragranze di pane e di incenso
che fluttuano leggermente via.
È terra di pace. I lunghi viali
di cipressi si perdono nel vuoto,
guidando lo sguardo verso il mare.
Un vecchio, sulla lucida terrazza,
sbuccia piano un’arancia, fa un sorriso.
Sfrecciano accanto logore vetture,
con nastri viola stretti sul volante
che ondeggiano nel vento della sera,
quali ali di uccelli ormai feriti.
Stridono i motori tra le curve,
portando i passeggeri della vita
laggiù, dove sbiadisce l’orizzonte.
È terra di pace. Al bar della piazza
i vecchi sbattono le carte sul tavolo,
tra l’ombra che consuma il pomeriggio.
Resta incompiuto un gioco di parole,
mentre l’aria rinfresca il movimento
e l’ultimo bicchiere si fa vuoto.
Rintocca una campana da lontano,
un suono lento che divide il tempo,
e un gatto nero sale sulla ringhiera.
È terra di pace. Bianchi lenzuoli
oscillano tra i vicoli del borgo,
come fantasmi appesi a un filo.
Scolora il sole sopra i tetti rossi,
spegnendo il giorno in un sospiro stanco,
e la luce si arrende alla penombra.
Nella penombra scende la sera
tra i ceri accesi lungo le finestre,
mentre la banda suona una marcia.
I santi passano sulle spalle,
ma la cera che cade sulla pietra lascia
una scia che il buio si riprende.
*
quisquilie e castronerie, tutto inutile e superfluo…
all’alba, alle quattro del mattino, un ronzio interrompe il sonno,
un suono basso e sordo, che giunge dallo spazio,
vischioso, avvolgente come acqua ghiacciata.
come se da qualche parte oltre l’orizzonte, tra le nubi,
ci fosse un enorme tritacarne che macina.
non si può sfuggirgli: il ronzio invade le giunture,
trasforma le ossa in tubi cavi.
qualcosa di freddo spazza via ciò che rimane della vita,
si stende sulla città come un telone grigio,
sotto il quale non resta spazio per respirare.
viene voglia di richiudersi come una lumaca,
diventare sempre più piccoli.
forse è la folla, là lontano,
che si muove come carne macinata?
forse si sono alzati all’improvviso,
lasciando il tè sui tavoli?
o è il tempo stesso che si sbriciola
nei sandali dei bambini dimenticati?
l’aria sa di tram, la vita scorre come un tram,
le ruote battono – sempre più veloce.
è il ronzio della coscienza che non dorme.
in esso risuona tutto ciò che abbiamo taciuto,
tutto ciò che non abbiamo osato guardare.
il ronzio cresce, entra nei sogni dei bambini,
sostituisce la voce della madre.
entra nel grembo materno,
dove si impara a non muoversi,
a non chiedere luce.
diventano sassolini sulla riva,
dove non c’è nulla –
tranne questo ronzio.
* * *
© Fotografia di proprietà dell’autrice.


