Per celebrare i 115 anni dalla nascita di Odisseas Elitis — nato il 2 novembre 1911 a Iraklio di Creta da una famiglia di imprenditori — si cede fin troppo spesso alla scorciatoia del cliché: il poeta dell’Egeo, l’esteta della luce mediterranea. Un’immagine rassicurante che rischia però di disinnescare la carica eversiva, la severità morale e l’intransigenza critica con cui l’autore ha attraversato il secolo breve.
La traiettoria di Elitis — al secolo Odisseas Alepudelis — racconta una vita trascorsa a difendere l’autenticità dell’esperienza. Trasferitosi ad Atene nel 1914, intraprende gli studi di Legge nel 1930 per poi abbandonarli in favore della vocazione letteraria. L’esordio sulla rivista «Ta Nea Gràmmata» e la raccolta Orientamenti (1940) lo impongono subito tra i protagonisti della sua generazione, ma è l’impatto con la storia a temprare il suo sguardo: tra il 1940 e il 1941 combatte sul fronte albanese, dove rischia di morire per una grave forma di tifo. Nel dopoguerra affianca alla scrittura poetica l’attività di traduttore, giornalista e pittore, per poi soggiornare a Parigi dal 1948 al 1952 stringendo legami con i maestri del Surrealismo. Rientrato in patria assume incarichi direttivi in prestigiose istituzioni culturali, fino alla consacrazione col poema Dignum est (1959), reso celebre dalla musica di Mikis Theodorakis. Tra viaggi e un secondo periodo parigino (1969-1971), riprende a pubblicare con ritmo serrato fino al Premio Nobel per la Letteratura nel 1979 — secondo poeta greco dopo Seferis — prima della scomparsa ad Atene nel 1996.
Nel saggio Prima di tutto la poesia (contenuto, assieme a quelli che seguiranno, nel volume “Il metodo del dunque”, Donzelli, 2011), Elitis lancia un vero e proprio capo d’accusa contro la presunta razionalità moderna, denunciando come sia l’assenza di fantasia a rendere l’uomo un «invalido della realtà»; «e dicano pure quel che vogliono gli uomini pratici, quelli che un giorno se ne andranno dalla vita senza averla neppure balbettata, due volte analfabeti». Questa “invalidità” nasce da una frattura drammatica tra il sapere teorico e la percezione concreta: l’istruzione formale, quando diventa puro intellettualismo, isola l’uomo dal mondo reale. Con amarezza e sarcasmo, il poeta chiede infatti:
Che razza di “poesia” vuoi che sia la tua vita, quando anche la ragazza che hai baciato e la stradina buia dove l’hai baciata e la musica che ti arrivava da lontano quando l’hai baciata, le devi cercare su un vocabolario?
(Da Avanti adagio, ne “Il metodo del dunque”, Donzelli, 2011, p. 150)
Per ricucire questo strappo non servono pose intellettuali o spiegazioni teoriche. L’esperienza poetica non tollera sovrastrutture metalinguistiche:
L’incanto non lo comprendi con la spiegazione dell’incanto, figuriamoci poi con la descrizione della spiegazione dell’incanto. O canti o taci. Non dici: quello che faccio è un canto. Guai! Se lo sapessero gli uccelli, ci tirerebbero sassate – anzi, scusate, il loro sterco.
(Da Esca per nessuno, ne “Il metodo del dunque”, p. 88)
C’è in questa presa di posizione un netto rifiuto della vanitas letteraria, che richiede al contrario un approccio che non ammette sconti.
La verità emerge alla perfezione come statua appena scolpita solo attraverso l’acqua pura della solitudine. E la solitudine della scrittura è tra le più grandi. Al contrario di quanti si sforzano per tutta la vita di “costruirsi” un’identità letteraria, io cerco di distruggerla in ogni momento.
(Da Prima di tutto la poesia, ne “Il metodo del dunque”, p. 16)
Questa solitudine non è una fuga dal mondo, ma una specie di trincea interiore. In Via privata, Elitis ammette scettico che «le cose che mi piacciono sono anche la mia solitudine, nessuno si avvicina». Una distanza protettiva che si traduce in una precisa cartografia dell’anima:
In mezzo a un’umanità complessata, sovraccarica dei peccati di vecchi e nuovi dogmi, ho eretto i miei cinquanta metri quadrati e aspetto, con due invisibili auricolari alle orecchie come un telegrafista autodidatta e consapevole del fatto che è soprattutto in questi viaggi “sul posto” che si possono avere le più impreviste e sconvolgenti avventure.
(Da Avanti adagio, ne “Il metodo del dunque”, p. 145)
È da questo raggio d’azione che si attiva la dinamica dei «vasi comunicanti», principio fondamentale secondo cui l’esigenza di rigore nell’arte deve corrispondere a un’uguale severità nell’esistenza quotidiana. Elitis osserva che «è importante che circoli il mistero in tutti e due gli spazi, con la stessa evidenza plausibile». Rifiutando qualsiasi separazione tra estetica ed etica, il poeta arriva a stabilire un’equivalenza spietata: se non capisci la differenza tra un verso che funziona e un altro che non funziona, «se non lo tieni presente in politica, in amore, come anche nei tuoi scritti, sei perduto» (“Avanti adagio”).
In un’epoca saturata da logiche utilitaristiche, il poeta avverte il peso di un’estraneità profonda: «mi sento inutile e senza tetto. Ormai tutto è occupato, persino le stelle» (“Il metodo del dunque”). Ma è proprio in questo scenario di apparente resa che la poesia riafferma il suo valore di resistenza. Nel discorso tenuto all’Accademia di Stoccolma nel 1979, Elitis spoglia la bellezza da ogni artificio per restituirle la sua trasparenza originaria:
Certo, l’enigma esiste, esiste il mistero. Ma il mistero non è una messa in scena che si avvantaggia dei giochi di luci e ombre semplicemente per impressionarci. È qualcosa che continua ad essere mistero anche in piena luce.
(Da Discorso tenuto all’Accademia di Stoccolma, ne “Il metodo del dunque”, p. 104)
La lezione che ci consegna Odisseas Elitis risiede proprio in questo sguardo: una poesia che affronta la realtà a viso aperto per ricordarci che, di fronte all’omologazione del mondo moderno, la parola poetica resta «l’unico luogo in cui la forza del numero non ha potere» (ivi, p. 107).
Francesca Selim
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