Francesco Terzago – La casa degli animali planetari

Arte e poesia di Francesco Terzago, a cura di Massimo D'Arcangelo

 

a S.

 

La casa degli animali planetari
ha un duplice recinto di metallo
e gli oscuranti impediscono
di guardare tra le maglie. La passiflora
ha distribuito le sue uova arancioni
come asteroidi nella ferita, nell’ustione
dei teli di plastica spessa. Tra le barriere,
due barriere, crescono piante:
rovi e ailanto, e inula viscosa, e ancora
giovani ulivi e fichi
che superano il margine fino
a ricadere con le loro fronde
verso di noi. Sentiamo i pappagalli,
i merli indiani e altri segnali.
Il nostro sentiero non dà
modo di accedere alla casa
degli animali planetari. Non c’è
una fessura da cui siano visibili
sagome colorate od ombre di morte.
Sentiamo ciò che si muove all’interno,
che ci sta seguendo. Sono gli altri viventi.
E noi stavamo facendo altrettanto
prima di arrivare a così poca distanza.
Condotti in quel luogo
dalla combinazione dei richiami,
dai fischi, dai canti. C’è un duplice
schermo spento. Quello
che stiamo esplorando noi
e quello dall’altra parte:
sono i teli di plastica spessa.
I nostri movimenti
e i loro movimenti
sono riprodotti in verità o imitazioni
sulla superficie che non può
restituirli né trasmetterli.

 

*

 

Il sentiero prosegue
in altre direzioni. Attraversa campi
e prati bassi; la vite cresce protetta
nei tubi di plastica arancione.
Vediamo pioppi, salici rossi
e qualche rosa canina. L’acqua
impaludata è celeste, silicea –
come sarebbe restituita
da una fotografia digitale.
Ci chiniamo su di lei ma
non compaiono i nostri riflessi
in quella integrità. Davanti a noi
è il nuoto intermittente degli avannotti,
i loro balzi che, come campanelle
d’acciaio, popolano l’intera sequenza
degli istanti. Coloro che viaggiano
nel tempo si esprimono con forme
che non possiamo comprendere:
noi non siamo stati per loro
i loro compagni.

 

*

 

bianche
sono le ossa di un cane.
Il muso – ciò che resta del suo muso,
è rivolto all’elettrodotto.
L’immagine ci ha raggiunto
più a valle, dove il sentiero
si fatica a seguirlo nella
flora riparia, nelle canne palustri che si chiudono
su di noi in un arco gotico mormorante.
Il cordoncino del sacchetto
della spazzatura si è allentato
così calabroni e vespe entrano ed escono
con traiettorie meccaniche.
Una corona di verdi turioni emerge
dalla cenere bagnata,
dalla pellicola dell’incendio,
a circondare il reliquario
dove prospera la fauna cadaverica,
la vita di un singolo corpo risarcita
nelle parti mobili della catena alimentare.
Una piccola radura di cenere
nel tempio provvisorio della vegetazione;
sfiori con le dita la menta selvatica
sollevando il balsamo.

 

*

 

Scavando piccole buche
di loro rimane l’erba, stanno sotto
– in una trapunta di plastica –
i conigli americani, e muschio
con macchie di licheni azzurri;
oppure nel cestello di acciaio inox
delle lavatrici accatastate
in un meandro morto del fiume
lungo le quali scendono e salgono
le liane della vitalba. Anche lì dentro
mettono foglie e qualche frammento
di guaina e cavo elettrico per abbellire,
e pelle sintetica di portafogli
e vestiti, e carta presa da documenti
d’identità maculati;
con il corpo e la bocca mescolano
i materiali al pelo così
da ottenere una casa. Scelgono
le lavatrici più distanti dall’acqua,
possibilmente all’ombra di salici
e pioppi, magari con una rampa di calcinacci
che ne faciliti l’ingresso dietro a qualche ortica,
nei cumuli di roba che i furgoni lasciano
attorno al brecciato dopo essersi mossi
nel brulichio della tenebra a fari spenti.
E poco gli importa, ai conigli americani,
se in quella zona ci sia il viavai della gente
e che con il tempo, sulla ghiaia, si estenda
uno svolazzo metallico: cioè le stagnole
e il poliaccoppiato delle sigarette.
Le feste estive con falò e petardi
e impianti e amplificazione e bassi,
invece, li schiacciano giù,
nel punto più profondo
delle loro architetture, come fa il volo
radente degli elicotteri nelle ore laccate.
Comunque prosperano. E quasi
hai la delusione che quando
ti fai vicino, loro continuino
a masticare. Forse dovresti annunciarti,
picchiettare sulla bottiglia termica
con una chiave, farle emettere suoni
ritmati di un tenue gong,
di una campana rituale. Se i conigli
americani saltano, le poche volte
che saltano, è per una somiglianza
con la materia in quei racconti
che si trasmettono generazione dopo generazione:
la somiglianza, si diceva, della nostra forma
modellata dai fanali, un ventaglio di ombre erette
che copre ogni distanza, tagliente: venatoria.

 

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Francesco Terzago (1986) vive alla Spezia. Come ricercatore borsista ha collaborato alla realizzazione del MULTI, Museo Multimediale della Lingua Italiana (2022-23). Negli anni riviste accademiche e periodici di ampia diffusione hanno citato la sua produzione, come: La Lettura (Corriere della Sera), L’Espresso, ed Enciclopedia Treccani. È stato nella classifica di qualità dell’Indiscreto con Ciberneti (Samuele Editore, 2022) e nella Selezione del Premio Strega Poesia 2023. Con Caratteri (Vydia Editore, 2019) vince l’Elena Violani Landi dell’Università di Bologna – opera prima. Poesie tratte da questa raccolta compaiono in Oltrelontano. Poesia come paesaggio, progetto di Laura Pugno per Rai Radio 3 (2021). I suoi versi sono presenti in periodici come: Nuovi Argomenti (Mondadori), ItalianPoetry Review (Columbia University/Società Editrice Fiorentina) e ALEA, rivista indipendente di antropologia culturale. E attraversano numerose antologie come: Poesia dell’Italia Contemporanea (Il Saggiatore, 2023), Mappa immaginaria della poesia italiana (Il Saggiatore, 2021), Ultima *Definizione del sempre (Ultima), Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90 Vol. 2 (Interno Poesia), Generazione entrante (Ladolfi Editore), Poeti della lontananza (Marco Saya Edizioni). È stato il primo a tradurre in Occidente, dal cinese, le poesie di Ren Hang. Questo materiale è disponibile sul suo sito, francescoterzago.it ed è stato utilizzato dalla Fondazione Pecci (Prato – 2020) per la mostra: Ren Hang – Nudi. Fa parte del comitato redazionale Poesia180, progetto antologico per le scuole prodotto con il patrocinio di Billy Collins (2021-). È membro dei Mitilanti (2015-), collettivo della Spezia.

 

Massimo D’Arcangelo (Martina Franca, 1982), vive nella Riserva Naturale dell’Alto Merse, in Toscana. Redattore di Atelier Poesia. Ha pubblicato Intatto. Ecopoesia/ Intact. Ecopoetry (La Vita Felice, 2017), con Anne Elvey e Helen Moore; Voce del verso animale. Poesie antispeciste per ragazze e ragazzi (Pietre Vive, 2023), con Teodora Mastrototaro. Ha curato la prima edizione italiana in volume del racconto Stickeen. Storia di un cane, di John Muir (La Vita Felice, 2022). Suoi lavori sono reperibili online e su riviste nazionali e internazionali a tema ecologico.