Io penso effettivamente con la penna, perché la mia testa spesso
non sa nulla di ciò che la mia mano scrive.
Wittgenstein, Pensieri diversi
S.P. Wittgenstein, nei Pensieri diversi da cui trae ispirazione questa nostra chiacchierata, si mostra interessato a cogliere, quasi a sorprendere, il momento in cui «il pensiero (…) lavora per arrivare alla luce». Mi piace immaginare che l’àncora per questa risalita sia il verso. Nella stessa opera, Wittgenstein precisa: «credo di aver riassunto la mia posizione nei confronti della filosofia quando ho detto che la filosofia andrebbe scritta soltanto come composizione poetica» specificando ulteriormente che «il lavoro filosofico è propriamente… un lavoro su se stessi. Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose. (E su cosa si pretende da esse)». Qual è la tua posizione nei confronti di una concezione della poesia come sguardo euristico in cui alla riflessione ‘filosofica’, in un senso molto ampio e composito del termine, si intrecciano indagine estetica e formale? Recuperando l’etimologia greca della parola, che si appoggia al verbo poiêin (fare), può la poesia divenire esercizio di sguardo critico su di sé e, di conseguenza, sul proprio modo di guardare alla realtà? Portando all’estremo limite queste riflessioni, il sé resiste alla poesia?
F.C. Non so sinceramente rispondere a Wittgenstein, ma nell’ultimo libro di Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia, ho rintracciato una consonanza con questo discorso. C’è una scena in cui Cavazzoni e Celati sono dispersi per il delta del Po e vengono raccattati da uno sconosciuto viandante del luogo, un trattorista che espone la sua visione del mondo in una breve e folgorante battuta: «quello che c’è, si vede che doveva esserci». I due accostano subito la frase al pensiero di Hegel, a dimostrazione che «la filosofia è sparsa ovunque, e ognuno ne ha una sua variante». Mi piace pensare che la parola «filosofia» possa essere sostituita, in questo caso, anche dalla parola «poesia».
Ultimamente ti scrivo solo
poesie di buonanotte,
prolungo il congedo mentre
ti spiego che la filosofia
non è più cosa mia e dimentico
il pane masticato,
dimentico ogni piccolo precetto,
la farina, il sale del concetto,
ogni giorno lascio indietro un pezzo
e non mi nego alla facile
paura di subire tutto.
Abbi pazienza e, che peccato,
ormai che il sole è alto, la luna
già disfatta, mi infilo un libro in tasca
e ammicco a qualche gatta,
passeggio lento e serio,
e sorrido mentre penso che
ti penso e che anche oggi
è con te che parlo.
S.P. Come si tratteggia, nella tua poetica, il limite poroso tra esperienza privata e universalità del linguaggio? Se poesia è ‘messa in forma’, in che rapporto sta il gesto poetico col magmatico coagularsi dell’esperienza, personale e collettiva? Questo confine di difficile definizione influenza in qualche modo la tua concezione della scrittura?
F.C. Credo che in poesia conti il «piccolo fatto vero», ma anche qualcos’altro, qualcosa di intangibile e continuamente sfuggente. D’accordo, in poesia non si può mentire, ma al tempo stesso la poesia è vicina più a una realtà interiore che a una realtà fattuale. La realtà interiore degli avvenimenti si presta più facilmente a una rimodulazione in senso poematico, drammaturgico, narrativo o cinematografico dell’esperienza. E soprattutto la realtà interiore (chiamo così qualcosa a cui non so dare un nome migliore) coinvolge tutto il non-detto che è parte dell’esistenza, il radicalmente-altro-da-sé che interroga e talvolta rende inquieti o cogitabondi. Il mistero, insomma. Certo, non penso che tutto ciò che accade a chi scrive possa automaticamente tramutarsi in materia per il soggetto poetico, che coincide e al tempo stesso non coincide con la biografia personale del poeta. Ma ora sto dicendo banalità. Un’ultima cosa sul linguaggio: la lingua è lo strumento della poesia, chiaramente, ma soltanto una lingua personale, declinata anche nella sua piena medietà, una lingua insomma precisa e dettagliata può in qualche misura divenire universale, travalicare gli angusti confini di una biografia privata per divenire altro. Come quando, per spiegare l’accoglienza favorevole ricevuta da Amarcord persino in Giappone, Fellini disse che lui si era limitato a raccontare i suoi specifici, spudorati ricordi. Si era limitato a «raccontare la neve».
S.P. «La realtà non è tenace, non è forte, ha bisogno della nostra protezione», denuncia Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo. Personalmente ritengo che, se esiste possibilità di protezione, questa si realizzi soltanto affinando uno sguardo attento, capace di non dissimulare, che attraversa e fa suo il coraggio della testimonianza. Come ti poni nei confronti del rapporto tra poesia e realtà? Esiste, dal tuo punto di vista, una qualche forma di potere del linguaggio poetico sulla realtà?
F.C. Una delle mie recenti ossessioni è la scena iniziale del film Les plages d’Agnès. Si vede la regista su una spiaggia, in autunno. Tira un vento forte. Dà disposizioni ai suoi collaboratori per situare in posizioni diverse alcuni specchi e alcune cornici sulla sabbia. Varda è spesso in scena, riprende qualcosa mentre viene ripresa. Gli specchi però frangono i limiti dell’inquadratura, mostrano anche ciò che sta dietro la macchina da presa, il non inquadrabile: passanti, altri specchi, la troupe, il mare, molti e opposti orizzonti. Varda è tutta presa a sistemare gli specchi nel modo che ritiene giusto per il suo film. E se c’è un po’ di vento che ne sposta uno, ancora meglio. Le onde salgono sempre più e arrivano a trascinarsi dietro gli specchi caduti. Ecco, mi sembra che in poesia si possa fare questo, si possa stabilire un’inquadratura. Non è molto, forse, ma non è neanche poco.
Sul finestrino correva una goccia,
l’ho scambiata, voltandomi,
per un uccello che spiccava il volo
dai campi incolti di questo novembre.
Moristi, Andrea, e c’era la neve. Guarda:
ora tutto è cambiato questo clima bugiardo
che prova a nascondere l’aria di morte invernale
sotto coltri variopinte di foglie ammassate
e io mento quando dico che ancora ricordo
la tua voce che dico soave, ma che era
forse diversa, più roca, più cupa.
Andrea, moristi e di te mi rimangono
scarsi frammenti di pellicola muta
sbiadita dal tempo, come quei film
che a te piacevano tanto.
(da Tentativi di vita, 2021)
S.P. Per convocare un altro interessante pensatore del secolo scorso, c’è un passaggio di Essere e tempo in cui Heidegger utilizza il termine cura per descrivere il modo in cui l’essere umano si relaziona al mondo, agli altri esseri e a se stesso. L’aver cura è il modo in cui l’uomo, in una modalità di esserci che Heidegger definisce ‘autentica’, si fa carico del proprio essere e del suo rapporto col mondo. Esiste, secondo te, una relazione tra poesia e cura? Eventualmente, quale accezione restituisci a questo termine nel suo rapporto col fare poetico?
F.C. No, non credo. Almeno per ora.
S.P. Tornando a parlare di ‘messa in forma’, come concepisci il rapporto tra poesia e altre arti? Questo tema ha toccato la tua ricerca? Pensi possa esistere un linguaggio inclusivo che non imponga confini all’espressione ma, al contrario, lavori sulla ridefinizione stessa del limite?
F.C. Questo è un punto centrale per me. Nella mia vita c’è sempre stato il cinema, al punto che le prime cose che ho scritto sono state sceneggiature per cortometraggi. Ancora oggi scrivo e dirigo cortometraggi in maniera indipendente, per quel poco che conta. A ogni modo, la poesia mi ha visitato dopo il cinema. Si è situata accanto alla vita e accanto al cinema. Quando scrivo, sono consapevole del fatto che in me convivono forme di scrittura diverse, non senza reciproci transiti di temi, ossessioni, materiale interiore. Per quanto riguarda la ridefinizione di un possibile limite tra le forme di espressione artistica, credo che ciascuno debba e possa forzare o provare il proprio limite: tutto sta in una percezione che ciascuno deve in qualche modo costruirsi da sé. Io credo di avere una visione delle cose alquanto inclusiva, non ho mai pensato che esistessero tante verità quante le forme di espressione artistica, credo anzi che sia perlopiù una questione di punti di vista, di controllo tecnico e di talento individuale. Però la verità a cui si attinge è una, sia quando si crea sia quando si fruisce. Ed è un po’ quella realtà interiore di cui parlavo prima. Ammetto quindi senza problemi che esista un «cinema di poesia», per usare un fortunato sintagma pasoliniano, come riconosco al tempo stesso l’esistenza di una poesia cinematografica. Ma ciò vale anche per tutte le altre forme di espressione: rintraccio la poesia anche nelle arti figurative, nelle altre forme di scrittura, nella musica. Tante volte, a colpirmi è l’emozione – uso il termine senza implicazioni romantiche – che un qualsiasi linguaggio, se declinato poeticamente, è in grado di trasmettere.
S.P. Per concludere, vorrei proporti un’altra stimolante provocazione che Wittgenstein lascia alle pagine dei suoi Pensieri diversi: «io non devo essere nient’altro che lo specchio nel quale il mio lettore veda il proprio pensiero con tutte le sue deformità e riesca poi, grazie a tale aiuto, a metterlo a posto». A quale ipotetico rapporto col lettore senti di acconsentire attraverso la tua poetica?
F.C. Si scrive sempre a qualcuno. Poi occorre essere bravi a mistificare, rimestare e diluire i tratti troppo esplicitamente biografici del tu di riferimento, per non scadere nell’aneddoto fine a sé stesso. Mi piace pensare, anche se non so se sia vero per davvero, che scrivo in poesia ciò che non sono in grado di dire a parole (nel profondo, sono più timido di quanto appaio, ma solo per le cose davvero indicibili). Per quanto riguarda il lettore, non è un problema che mi sono mai posto direttamente. È bello pensarsi letti da qualcuno, magari anche compresi da qualcuno. Ma c’è sempre e solo un unico interlocutore per ogni poesia, almeno nelle intenzioni che la muovono. Il fatto che oggi venga inserita nella filiera di produzione industriale dell’editoria è solo un incidente di percorso per la poesia: si scrive per altri motivi, più complessi. Riguardano il passato e il futuro e raramente il presente delle cose, che sfugge di continuo.
Spero di assicurarmi presto
il loculo con vista tangenziale
al cimitero poco fuori Modena.
Immagina su quanti e quali
possibili altrove potremmo insieme
retroproiettarci e forse dirci
poco o tanto soddisfatti
di quei così disfatti
avvenire nostri e quotidiani.
Certo sarà impossibile
chiedersi la mano
sorreggere il fiore poggiato
lamentarsi alla fine
dello smog postindustriale
della pioggia che sa di sale
del delirio che ci prende
qualche volta e ci scuote.
Sarà di nulla l’aria fredda
e il vapore che il cemento
sprigiona d’estate o quando
come oggi ci imbottiglia
un traffico irreale
che ritarda il tempo, dilata
le angosce, ci inchioda
e ci separa da noi.
Nota. Il titolo della rubrica è la rivisitazione di un verso tratto alla poesia La partenza, di Franco Fortini.
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Federico Carrera (Modena, 2000) è dottorando di ricerca in “Culture letterarie e filologiche” presso l’Università di Bologna, dove si è laureato in Italianistica e in Filologia Classica. Ha pubblicato le raccolte di poesia Frammenti di noia (2019) e Tentativi di vita (2021, Premio Mauro Maconi 2022). È membro del comitato scientifico del Poesia Festival di Terre dei Castelli (Modena) ed è nella redazione di «Poesia del Nostro Tempo». Scrive e dirige cortometraggi.
Silvia Patrizio nasce a Pavia nel 1981. Dopo il liceo classico si laurea in filosofia, specializzandosi successivamente in filosofie del subcontinente indiano e lingua sanscrita. ‘Smentire il bianco’ (Arcipelagoitaca, 2023), la sua prima raccolta poetica, con prefazione di Andrea De Alberti e postfazione di Davide Ferrari, vince la III edizione del premio nazionale Versante ripido (2024) e il primo premio assoluto alla XVI edizione del premio nazionale Sygla – Chiaramonte Gulfi (2024), classificandosi anche al primo posto nella sezione poesia edita del medesimo premio. La silloge ha ricevuto, inoltre, una segnalazione ai premi nazionali Lorenzo Montano 2023 e Bologna in Lettere 2023 ed è risultata tra i finalisti del premio Pagliarani 2024. Suoi testi compaiono su diversi lit-blog e riviste, sia cartacee che online, tra cui L’anello critico 2023 (Capire Edizioni, 2024); Metaphorica – Semestrale di poesia (Edizioni Efesto, 2024); Gradiva – International Journal of Italian Poetry (Olschki Edizioni, 2023); Officina Poesia Nuovi Argomenti (2023); Inverso – Giornale di poesia (2023); Universo Poesia – Strisciarossa (2023). Fa parte della redazione della rivista Atelier Online. Tutte le sue passioni stanno nei dintorni della poesia.
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© Foto di proprietà di Rebecca Anna Malagoli.


