Altissima come soffitti scavalcati di cieli: 30 anni fa ci lasciava Claudia Ruggeri

Nota di Sarah Talita Silvestri

 

lascio pareti chiare
per le tue questioni
di preghiera. mi tolgo
dal dettaglio di questi
ultimi versi; gira
e rigira tutto il barbàglio,
tutta la verità sta qua.

 

Il 27 ottobre del 1996, nel cuore della notte, dopo essersi confessata nella chiesa di San Lazzaro a Lecce, Claudia Ruggeri (Napoli, 30 agosto 1967 – Lecce, 27 ottobre 1996) si getta nel vuoto dal sesto piano di casa: decide così di andare incontro a quel bianco temuto lungo tutta un’esistenza, nel suo perpetuo desiderio del ritorno gravitazionale, che non dev’essere letto come una resa, ma il compimento paradossale di un’altezza poetica altrimenti insostenibile.

 

Due mesi dopo la scomparsa dell’autrice viene pubblicato inferno minore, dedicato a Franco Fortini, nel numero monografico della rivista leccese «L’Incantiere», seguito nel 2007 dalla ripubblicazione anconitana per peQuod a cura di Mario Desiati, la quale accoglieva anche una prima selezione di inediti. Negli ultimi mesi della sua vita, infatti, la poetessa lavorava intensamente a una seconda raccolta, il cui titolo originale conservato nel dattiloscritto recita la formula programmatica: )e pagine del Travaso. Qui per riudire la pazzesca evenienza del dattilo.

 

L’edizione curata da Annalucia Cudazzo per Musicaos Editore si impone oggi come un passaggio imprescindibile: un apporto analitico e filologico di esemplare minuzia che ha il merito di aver ricomposto la tessitura complessa dei testi, offrendo una silloge unitaria che ha finalmente riunito il dittico delle opere[1].

 

Sebbene in una lettera inedita conservata presso il Fondo «Claudia Ruggeri» dell’Archivio Vieusseux avesse confidato di avvertirsi «tra quelli che non sono più leggeri, ed hanno completamente abolito nei loro sogni la funzione del volo»[2], a trent’anni dalla sua scomparsa, la poetessa ci appare in una ideale apoteosi. La sua figura si erge come una Torre all’inverso[3], mossa da un perentorio slancio ascetico e restituita all’anabasi:

«altissima / come i soffitti scavalcati di cieli».

 

In lei agisce, ancora oggi, una voce cardinale che obbedisce senza riserva a quel «richiamo disanimale», a cui non è dato opporre resistenza: quella dizione assoluta che Franco Fortini delinea «stile tirannico».

 

Esiste un’incomprensione di fondo su cui riflettere, ancora oggi drammaticamente attuale, che ha segnato la ricezione critica di Claudia Ruggeri e che la curatrice Annalucia Cudazzo non manca di evidenziare nei suoi studi. È la stessa poetessa a darne testimonianza in una dolorosa e densissima lettera personale indirizzata all’artista Luisa Elia: in quelle pagine, Ruggeri sfoga la propria rabbia non soltanto per la ‘bocciatura’ di Franco Fortini, ma per la litania di riserve che la critica del tempo continuava a muovere al suo stile[4].

 

Le accuse a lei rivolte componevano il repertorio tipico del paternalismo letterario: la presunta immaturità dovuta alla giovane età, la mancanza di «materia vissuta» su cui fondare la dictio poetica, una supposta ed erronea mancanza di preparazione teorica e, soprattutto, l’imputazione capitale di un’assenza di labor limae. Secondo i custodi del canone, i suoi versi avrebbero necessitato di pialla e cesello, di un’opera di smussamento che riconducesse il magma espressivo all’ordine pacato della forma misurata e bene equilibrata.

 

Inattuabile per una visionaria incontenibile, troppo il vuoto da colmare: nessuna mansuetudine ma solo l’equilibrio di un esistere incandescente, lontano dal pacificare ogni condizionale di impossibilità. La sua parola non è un manufatto da levigare, ma una scheggia scaturita da un lamento, folle per la grandiosità, un cavallo che si impenna sulla sponda dell’abisso, una «mandragora murata», irrefrenabile slavina che conduce il lettore sulla soglia di un’ebbra ipnosi.

 

La tormentata tragicità che permea da cima a fondo Claudia Ruggeri, «donna dell’anno 1000», è il dramma che abita l’esilio, l’«idem perduto», una condizione in cui la parola poetica si sottrae per essenza, come diletto fuggiasco, logoro di cuoio, tranello con cui si addestrano i falchi. Sulle pagine della Ruggeri i versi sono isoipse cartografiche come i petali di una rosa, linee curve mosse da una cenofobia tremenda; la poesia, «una benvenuta dismisura», la preda evasa che braccata si allontana.

 

La sola verità è una detonazione: dentro questo suo genio ‘aristocratico’, vicino ai neoterici e ai professionisti del trobar clus, nel midollo dell’angoscia di una scrittura che «condanna alla molla», avviene l’anabasi, si riduce lo scarto tra «la leva che divina e l’afrore o la Macchia del logoro». Quest’ekpýrosis scompagina inevitabilmente la sintassi, svincola la punteggiatura da qualsiasi controllo e squaderna il foglio bianco in un’imponente architettura di macerie e splendori.

 

Se inferno minore circoscrive l’immensità claustrofobica della pena immanente, nelle )e pagine del travaso l’operazione poetica si compie nel suo atto più radicale e cruento. Ma che cosa compie, in fondo, questo «travaso»? Una spietata trasfusione di sangue. La poetessa usa se stessa come materia prima, operando una dissezione in diretta della propria anima. Travasa se stessa, il dissanguamento volontario di un’esistenza che non accetta mediazioni, l’atto brutale e sacrificale di chi offre il proprio corpo alla voracità dell’atto poetico.

 

Incastrata sulla pagina bianca «nella terra nulla dove la rosa/ è un fungo e non si addice ai prati» in una pugna cruenta, in un travaglio ininterrotto che trasforma la scrittura in una ferita, Claudia Ruggeri è la donna viva per eccellenza che abita con forza titanica e quasi disumana quel «Carnevale abominevole» dell’esistenza.

 

Dentro ogni singolo verso, l’autrice riesce a stipare l’indicibile:

«(tieni t’ho fatto il pieno di tutto quanto/ è muto»

 

Quello che si vede è un soldato armato fino ai denti, una figura combattente ingaggiata in una lotta corpo a corpo contro il vuoto, contro il biancore insostenibile della pagina, della vita: l’ipertrofia formale e l’ipercitazionismo – Dante, Neruda, Ciro di Pers, D’Annunzio, Warren, Bene, Bonnefoy, Beckett, Montale, passi profetici e la fitta trama di richiami al Cantico dei Cantici – sono l’espressione di una quête erotica ed esistenziale inappagabile. L’incantesimo esoterico, la solennità liturgica, l’audacia lessicale e la ferocia della carne: tutto nero su bianco, sacro e profano indissolubilmente.

 

A trent’anni dal suo congedo Claudia Ruggeri è una mandragora e il suo lamento una cometa che, nell’atto stesso di consumarsi, continua a illuminare l’abisso che viviamo, guidandoci su quella strada ardua di cui parla Meister Eckhart: «Se dobbiamo giungere al fondo di Dio, nella sua parte più intima, bisogna che giungiamo prima al nostro fondo, nella nostra parte più intima, in pura umiltà. I maestri dicono che le stelle riversano tutta la loro potenza nel fondo della terra, nella natura e nell’elemento della terra, e producono là l’oro più puro».[5]

 

Di fronte alla ridondanza e alla baldanza quotidiana, questa poetessa è discesa fino al punto più intimo e riposto dell’umano, laddove pochi osano giungere, lasciandoci in eredità il suo lascito più autentico:

«IO SONO IL VETRO, IL VARCO, IO SONO
IL VOSTRO POETA DI FONDO»[6]

 

 

 

Sarah Talita Silvestri

 

 

 

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Lettera al Matto sul senso dei nostri incontri

il logoro (mode d’emploi)[7]

 

“E tu non prendi ch’io t’adori a sdegno in un volto
che festi a tua sembianza
più che in tela dipinto o sculto legno”

Ciro di Pers

 

se ti dico cammina non è perché presuma
di parlarti: alla montagna, alla malìa
di milioni di lame, arrivarono a migliaia
cose nude si sparirono bestie, alla neve
al malozio della trappola, tutto
s’esiliava a quel richiamo disanimale.
ma chi nega che in tanta sepoltura
sia avvenuto al pendio un biancore vero
o lo strano brillio che ti destina se la passi,
e pur e pur non sfondi
alla tagliola che non scatta, e più
non si stravolge l’inerzia della lettera, ne anche
tiene lo sporco della suola; si noda
tutta al Trucco che l’immàcola, s’allenta,
a tratti s’allaccia cose che muoiono,
solo scali, cose già sganciate…

 

a te a te altro ti tiene, non la parola,
per te s’alleva una tortura dentro la bara
della Figura, una condanna alla molla
maligna, al Carnevale abominevole, alla cantina
cattiva di finisterrae violenta
dove s’aduna, al molo, ogni bestiario
qualunque personaggio, alcun oggetto, per una muta
buia dell’attore, per un aumento in male, per l’alta
fantasia che mi ritorna di tanta cerimonia
incorreggibile, per una benvenuta dismisura, per
me che fui per te senz’anima
e feci un patto al malto
sul seme di un’estate
dove esplose la leva che divina;
che sbotola che lima, per te seppi, se sia l’afrore
o la Macchia del logoro, che cova sul monte
il fondo lo scatto l’inverno del falco

 

 

 

*

 

 

lamento della Sposa barocca (octapus)[8]

 

 

t’avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come i soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione
di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
che cade, se scattano vele in mille luoghi
-sentile ruvide come cadono-; anche solo
un Luglio, un insetto che infesta la sala,
solo un assetto, un raduno di teste
e di cosce (la manovra, si sa, della balera),
e la sorte di sapere che creatura
va a mollare che nuca che capelli
va a impigliare, la sorte di ricevere; amore
t’avrei dato la sorte di di sorreggere,
perché alla scadenza delle venti

 

due danze avrei adorato trenta
tre fuochi, perché esiste una Veste
di Pace se su questi soffitti si segna
il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi
ad otto tentacoli poi che ne escano le torture

 

 

 

*

 

 

“voglio una pietra della mia luna, un fossile
della mia visione[9]

 

– io ti guardavo in viso e tu sparivi
nella pietra incantata del profilo:
metonimia sineddoche dimenticanza
lapsus, la Tartaruga implicita
rientrava        si tramandava
contro qualunque disegno, come l’Amico
in codice, il bandito

 

 

(il mio diletto è bianco e vermiglio, riconoscibile
tra mille e mille. il suo capo è oro oro puro, i suoi occhi
come colombe su ruscelli d’acqua

 

“accendi le pagine della pace
e le trovate posate sulla tovaglia
animata e sulle anomale ombre
imbandite da non insensati
non insensibili non invisibili servi

 

 

 

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BIBLIOGRAFIA

 

CUDAZZO, Annalucia, Introduzione, Note ai testi e Apparati, in Claudia Ruggeri, Poesie. inferno minore e pagine del travaso, a cura di Annalucia Cudazzo, Neviano (LE), Musicaos Editore, 2018.

ECKHART, Meister, Puella surge e altre prediche, a cura di Marco Vannini, Milano, SE, 2015.

 

 

 

NOTE

 

[1] C. Ruggeri, Poesie. inferno minore – )e pagine del travaso, a cura di A. Cudazzo, Neviano (LE), Musicaos Editore, 2018.

[2] A. Cudazzo, Introduzione (in Ead., Poesie, cit., pp. IX-XXXIII).

[3] Faccio riferimento all’arcano della Torre, citato da C. Ruggeri nella poesia il Matto capovolto, contenuta in inferno minore (in Ead., Poesie, cit.).

[4] Per il contesto critico relativo alla corrispondenza tra Claudia Ruggeri e l’artista Luisa Elia, si veda A. Cudazzo, Introduzione (in Ead., Poesie, cit., p. XXVII).

[5] Meister Eckhart, Puella surge e altre prediche, a cura di M. Vannini, Milano, SE, 2015, p. 83.

[6] Tutte le citazioni virgolettate all’interno di questo testo si intendono tratte da Claudia Ruggeri, Poesie. inferno minore – )e pagine del travaso, a cura di Annalucia Cudazzo, Neviano (LE), Musicaos Editore, 2018.

[7] C. Ruggeri, inferno minore (in Ead., Poesie, cit., pp. 15-16).

[8] C. Ruggeri, inferno minore (in Ead., Poesie, cit., p. 29).

[9] C. Ruggeri, )e pagine del travaso (in Ead., Poesie, cit., p. 49).

 

 

 

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© Fotografia di dominio pubblico restaurata con AI. Fonte: Wikimedia Commons. Autore: Francesco Guadalupi (1992).