In un contesto storico-politico e sociale nel quale non sono più possibili orizzonti di progettualità e l’atto del desiderio è...
Andrew Marvell (Winestead, 1621 – Londra, 1678) è uno dei poeti più enigmatici della scuola seicentesca dei Metafisici inglesi....
Per capire la natura interna di Synagoga bisognerebbe muoversi verso latitudini rigorosamente sub specie artis. In questa mediazione tra fughe...
“Una poesia apolide” L’ingiustizia del mondo e la delicatezza nei versi di Paul Celan Non v’è un altro poeta...
Nessuno scriverebbe poesie se il problema della poesia fosse quello di farsi capire. Eugenio Montale Nel febbraio del 1950...
“Umorismo? Nel dolore? C’è pure un po’ di sale nelle lacrime.” – questo direbbe Marguette Yourcenar in Fuochi; e questo...
La poesia, prima orale e poi scritta, nasce in tutte le civiltà come forma d’arte strettamente connessa alla sfera sacrale,...
Recensione comparsa sul bimestrale di poesia “Il sarto di Ulm” (Macabor, dir. Bonifacio Vincenzi) Laura Di Corcia, In tutte...
La pubblicazione dell’opera completa della poetessa olandese M. Vasalis (Ensemble, 2020) rappresenta il bilancio di un’esistenza intera in versi, il...
Fabio Franzin "Corpo dea realtà - corpo della realtà"(Puntacapo editore)
Lettura di Piergiorgio Viti
Esco di casa dopo aver visto lo struggente “Sorry we missed you” di Ken Loach e mi torna in mente “Corpo dea realtà - Corpo della realtà” (Puntoacapo editore) dell’ottimo Fabio Franzin, letto meno di un mese fa. Il libro, già vincitore del V premio Fortini, e il film sembrano viaggiare su binari paralleli: la precarietà esistenziale e la disgregazione dei rapporti umani, schiacciate entrambe dalle coercitive regole del mondo del lavoro. Sì, quel lavoro che logora, consuma, che sembra in grado di annullare persino la vita stessa dell’autore veneto, classe 1963, poeta-operaio come lo fu, a suo tempo, Luigi Di Ruscio, il quale per anni lavorò in una fabbrica di chiodi in Norvegia. La dura condizione lavorativa, già ampiamente trattata da Franzin nelle precedenti sillogi, come per esempio in “Fabrica” (a quando una ristampa?) assume sempre di più i connotati di un Purgatorio dove la natura umana è continuamente violata. Alla crisi economica, sociale, antropologica non si può che opporre però una sterile resistenza, per cui “Scrivere è cancellare”: al poeta rimangono soltanto le parole, le poche parole “per resistere/, per rimanere a galla nel fondale della storia.”. Paradigma di questa strenua resistenza è il testo “Partigiano della terra”, tra i più notevoli; in una vasta area in cui sorge il centro commerciale di Marcon, l’autore nota l’unica casa contadina rimasta; il “partigiano della terra” , fra mega supermarket, outlet, parcheggi e rotonde, mai arresosi al cancro della speculazione, è lì che continua a vivere la sua vita semplice, arcaica, tuttavia forse per questo più autentica. La condizione da “sopravvissuto” fa dire a Franzin, in una chiusa-manifesto pregna di umana compassione, che “mi sento fratello/ di quest’ultimo partigiano della terra”.










