C’è un caso, nella poesia italiana del Novecento, di un’opera nata due volte: la prima nel silenzio imposto da un ambiente culturale ostile, la seconda nel riconoscimento postumo di chi ha saputo aspettare. Ancestrale di Goliarda Sapienza, pubblicato per la prima volta nel 2013 da La Vita Felice e riproposto nel 2025 da Einaudi a cura di Angelo Pellegrino con postfazione di Maria Grazia Calandrone, appartiene a questa categoria di testi che hanno dovuto guadagnarsi il diritto di esistere.
La raccolta, scritta prevalentemente negli anni Cinquanta nel decennio successivo alla morte della madre Maria Giudice (febbraio 1953), rimase inedita per oltre mezzo secolo. Pellegrino racconta nell’introduzione come il manoscritto fosse stato sottoposto al giudizio di Mario Alicata, autorità della politica culturale del Partito Comunista Italiano, che liquidò i versi con una frase tanto breve quanto rivelatrice: «Non avrei mai creduto che la figlia di Maria Giudice potesse scrivere poesie come una qualsiasi figlia di famiglia borghese». In quella sentenza si condensa tutto il pregiudizio ideologico di un’epoca in cui l’intimismo lirico veniva considerato incompatibile con l’estetica del realismo socialista. Non a caso Giancarlo Pajetta diceva di Proust che «si legge e poi si chiude nel cassetto». Il rifiuto di Alicata non è un semplice aneddoto biografico: è la chiave per comprendere il valore storico di questi testi, nati da una voce che scandagliava l’io fino alle radici più oscure invece di celebrare la collettività.
La poesia di Sapienza nasce da un evento preciso: la morte della madre, in un febbraio gelido del 1953. Tornata a casa dopo il funerale, la giovane scrittrice trovò il vuoto, e da quel vuoto sgorgarono i versi. È una nascita letteraria segnata dalla violenza originaria del lutto, non come tema fra i tanti ma come condizione dell’esistenza. Lo dichiarano i primi versi della raccolta, quel testo senza titolo che si apre come una confessione: «Vedi non ho parole eppure resto / a te accanto. Non ho voce eppure / muovo le labbra». L’iterazione del «non ho… eppure» costruisce una dialettica tra mancanza e resistenza che attraversa l’intero libro: il soggetto lirico sopravvive alla privazione della parola e tuttavia persevera nell’atto di guardare, di restare accanto.
La poesia dedicata alla madre rifiuta ogni consolazione. Non cerca nella morte la pace, ma la carne, il corpo fisico della genitrice: «Nessuno m’aspetterà / in quel letto di terra». La ripetizione ossessiva del «Nessuno», cinque volte nel testo, costruisce un vuoto grammaticale che corrisponde al vuoto affettivo. Il corpo materno viene descritto con immagini di forza fisica, «spossato da parti tremendi», che appartengono all’esperienza carnale della maternità e non alla trasfigurazione spirituale tipica dell’elegia funebre tradizionale: la poeta piange non un’anima ma un corpo, e in questo pianto materialistico si rivela tutta la sua formazione intellettuale.
Sul piano linguistico, Pellegrino osserva come la scrittura di Sapienza sia caratterizzata da «una particolare prosa quasi senza aggettivi», dalla preferenza per i verbi all’infinito e da una sintassi scarna che nega ogni ornamento. Non è una scelta ingenua, ma una posizione estetica deliberata, distante tanto dal preziosismo ermetico quanto dalla magniloquenza neorealista. La riduzione aggettivale produce un effetto di densità quasi fisica: «l’albero / il pane / il coltello e la forbice», elenco tratto da Un giorno dubitai, dove il dubbio non produce astrazione ma rivela il mondo nella sua concretezza. Anche l’uso dell’infinito, in sintagmi come «Separare congiungere» o «spargere all’aria / racchiudere nel pugno», sottrae l’azione alla contingenza biografica proiettandola in una dimensione universale: un’eternità oscura, non consolatoria.
Il titolo della raccolta, scelto dopo aver scartato le varianti «Informazione biologica» e «I luoghi ancestrali della memoria», va oltre il riferimento geografico alla Sicilia. È, come scrive Pellegrino, «l’eternità della passione», la radice dell’essere che precede ogni costruzione ideologica: un manifesto estetico che afferma la priorità delle emozioni primarie contro ogni dogma, tanto marxista quanto fascista.
Il paesaggio che abita questi versi è tellurico, mai cartolina folklorica: la lava, il vulcano, una luna ricorrente e ambivalente, luce ingannevole e predatrice, «una faccia grande di luna / e due soldi per occhi». Sapienza attinge al repertorio simbolico della cultura popolare siciliana e lo innesta in una lirica personale senza che risulti forzato. Anche il mare, presente ma mai rasserenante, ricorda per certi versi quello montaliano (non a caso compare una breve dedica A Montale giovane), ma qui la minaccia è più fisica, più carnale.
Una delle caratteristiche più originali e coraggiose della raccolta è il trattamento del corpo: desiderante, materno, ferito, sessualmente presente, con una franchezza che non trova paralleli nella poesia italiana firmata da donne nel dopoguerra. In Con la gioia il desiderio erotico è dichiarato senza reticenze: «amarti straniero / nemico / uomo amante / nemico». La sequenza costruisce una relazione conflittuale in cui il desiderio non cancella la tensione ma la richiede, mentre il soggetto lirico rivendica una posizione attiva, quasi predatrice, che nella lirica italiana degli anni Cinquanta suona ancora oggi come una sfida. Anche l’infanzia viene raccontata senza idealizzazione: in Infanzia 2 il corpo della bambina che si risveglia alla pubertà è colto con una concretezza fisico-mitica, e l’immagine della luna che «sfila l’infanzia da sotto il cuscino» resta una delle invenzioni più felici dell’intero libro.
Ancestrale non si chiude nella sola sfera privata: vi irrompe la storia collettiva, il trauma della guerra. A Nica, dedicata alla sorellastra morta nel bombardamento di Catania dell’aprile 1942, è il testo più lungo della raccolta e forse il vertice della sua capacità di fondere lirica e testimonianza epica. Strutturato su un’iterazione anaforica che ricorda il lamento biblico («E non ci furono più giorni né notti»), il componimento non racconta la morte con distanza memoriale ma la rivive nel dettaglio fisico: «il moto / danzante delle trecce sulle spalle / tue esili». Come osserva Calandrone nella postfazione, Sapienza «non edulcora niente, vince la sua paura delle cose e delle parole, dice sempre le cose come stanno»: non c’è retorica patriottica, solo la carne, il ferro, la cenere.
La raccolta si chiude con la sezione Siciliane, poesie in dialetto catanese che restituiscono la lingua del corpo, della prima infanzia, del padre, quella lingua che la madre lombarda «civilizzata» non parlava. Una delle più belle e semplici recita: «Si putissi viririti / n’autra vota / ti vurria diri / ca ora sacciu / cu eri». La semplicità quasi infantile di questi versi è la loro grandezza: la comprensione arriva sempre in ritardo, dopo la morte di chi si sarebbe voluto capire prima.
Collocata nel contesto della poesia italiana degli anni Cinquanta, dominata dall’ermetismo post-bellico e dal neorealismo, Sapienza non appartiene a nessuna corrente pur dialogando con entrambe: condivide con gli ermetici l’attenzione alla parola scarnificata, ma dove questi cercano l’oscurità come scelta consapevole, in lei l’oscurità è esito naturale della pressione emotiva. Condivide con il neorealismo l’attenzione al corpo e alla storia collettiva, ma il suo io lirico non si dissolve mai in una tesi ideologica. I nomi che Pellegrino cita come riferimenti, Góngora, Michelangelo, Eliot, Auden, Montale, Saba, i lirici arcaici greci, disegnano una genealogia eterogenea da cui nasce comunque una voce originale e inconfondibile.
Va sottolineata anche la dimensione di genere: la poeta scrive da donna, con la coscienza di occupare una posizione anomala nel campo culturale del suo tempo, ma senza confinare la propria esperienza nella sfera domestica o nella maternità idealizzata che il sistema letterario riservava alle autrici. Rivendica invece per il soggetto lirico femminile tutte le prerogative tradizionalmente maschili: il desiderio attivo, l’odio, la capacità di guardare il mondo senza filtri consolatori. La serie di dediche a figure femminili, Nica, Franca, Letizia, Piera, Pilú, T.M., costruisce una mappa della condizione femminile in cui il dolore è denominatore comune ma si declina in modi sempre diversi.
Ancestrale è un’opera fondamentale della poesia italiana del Novecento, e lo è anche grazie alla sua marginalità storica: il fatto che questi versi siano rimasti inediti per oltre mezzo secolo, rifiutati dal sistema culturale del loro tempo, ne amplifica il valore testimoniale. La pubblicazione einaudiana del 2025, con il lavoro curatoriale di Pellegrino e la postfazione di Calandrone, restituisce finalmente a questi testi il contesto critico che meritano: un atto che ha il carattere di una restituzione non a Sapienza, che non può più riceverla, ma alla letteratura italiana, che ne aveva bisogno.
Rileggendo oggi Ancestrale colpisce soprattutto la sua modernità, non quella di chi anticipa le mode letterarie, ma quella più profonda di chi ha scavato abbastanza a fondo da toccare qualcosa di universale. Sapienza sapeva che la verità non ha ornamenti, che il dolore non si abbellisce, che la morte si guarda in faccia o non si guarda. E che la poesia, se serve a qualcosa, serve esattamente a questo: a restare accanto, muta, senza parole, eppure viva, eppure guardando.
Daniela Leone
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Daniela Leone nasce in Sicilia nel dicembre 1991. Fondatrice e Direttrice de L’Altrove, rivista dedicata alla riflessione critica sulla poesia contemporanea, ha fatto della parola e della cura editoriale il centro del proprio percorso. Scrive anche poesie, alcune delle quali apparse online, e affianca a questa pratica creativa una sensibilità grafica personale, curando gli aspetti visivi dei progetti che porta avanti. Il suo lavoro si muove all’incrocio tra letteratura e linguaggi contemporanei, con l’obiettivo di portare la poesia dove non sempre trova spazio.
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