Nata nel 1936 ad Avellaneda da immigrati ebrei russi, Alejandra Pizarnik trascorre un’infanzia segnata da una profonda estraneità, acuita da un’asma cronica e da una balbuzie che la spingono precocemente verso il silenzio e la letteratura. Dopo aver tentato studi di lettere e filosofia a Buenos Aires ed essersi dedicata alla pittura, trova la sua vera dimensione a Parigi tra il 1960 e il 1964; qui, lavorando come traduttrice e critica, entra nel cuore del panorama intellettuale dell’epoca, stringendo legami indissolubili con autori come Julio Cortázar e Octavio Paz, che scriverà la prefazione al suo capolavoro “L’albero di Diana”. Senza esitazioni Alejandra ha scelto il salto e non la tregua. Non c’è retorica nel suo abisso, solo geometria del disastro. Il suo ritorno in Argentina segna l’inizio di una fase di isolamento e tormento psichico sempre più acuto. La sua poesia si fa scarna, ossessionata dalla ricerca di una parola che possa dire l’indicibile, mentre la sua vita privata è travolta dalla depressione e dall’uso di psicofarmaci. Questa parabola tragica si interrompe bruscamente il 25 settembre 1972 quando, approfittando di un permesso dal centro psichiatrico dove era ricoverata, Alejandra decide di porre fine alla sua esistenza con un’overdose di barbiturici, lasciando nel suo studio gli ultimi, enigmatici versi di un addio che l’avrebbe resa un’icona assoluta della letteratura del Novecento. Ogni suo verso è un chiodo conficcato nel cranio della realtà, dilacerato scarto di timbro tra la vita che pulsa e la morte che sorveglia. Leggerla è accogliere la vertigine di chi ha trasformato la propria biografia in un sacrificio rituale. Sul bianco della pagina che, per dirla con Blanchot, suggerisce lo spazio del dicibile. La verità sorge così, violenta e disarmata, dalle ceneri del senso.
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Da «El infierno musical» (1971)
una prosa poetica di Alejandra Pizarnik tradotta da Giovanni Ibello
Se vedessi un cane morto morirei di orfandad, pensando alle carezze ricevute. I cani sono come la morte: vogliono le ossa. I cani mangiano le ossa. Quanto alla morte, indubbiamente si diverte a intagliarli a forma di portapenne, cucchiaini, tagliacarte, forchette e posacenere. Sì, la morte intaglia le ossa quant’è vero che il silenzio è d’oro e la parola argento. Sì, il male della vita è che la vita non è quello che crediamo, ma nemmeno il contrario.
Rimasugli. Per noi restano le ossa degli animali, quelle degli uomini. Dove una volta un ragazzo e una ragazza facevano l’amore, ora ci sono ceneri e chiazze di sangue, atomi di unghie e riccioli di pube e una candela adunca usata per fini oscuri e macchie di sperma sulla mota, teste di gallo e il disegno di una casa divelta sulla rena e pezzi di carta profumati che un tempo furono lettere d’amore e la sfera della veggente in frantumi, e putrefatti lillà e teste mozzate sui cuscini come anime impotenti tra gli asfodeli e tavole crepate e scarpe logore e vestiti nel guado e gatti malati e occhi ostaggio della mano volta al silenzio e mani di anelli e spuma nera che graffia lo specchio del nulla e una bambina che strozza nel sonno la sua colomba preferita e pepite d’oro-onice, sonanti come lutto di zingari, violini sulle rive del mar Morto e un cuore che batte per l’inganno della rosa, che si schiude per tradire e un bimbo che si rivolge al corvo e piange, e l’inspiradora si traveste per suonare segrete melodie sotto una pioggia che assaporo come tregua. Nessuno ci sente ed è per questo che preghiamo, ma guarda! Con occhi d’ascia lo zingaro-marmocchio decapita la bambina della colomba.
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© Fotografia di dominio pubblico anteriore al 1972. Fonte: Wikimedia Commons.


