L’aristocrazia del Genio nel ventre di Grub Street: Richard Savage e la satira del sangue

Nota e traduzione di Sarah Talita Silvestri

 

Un bastardo fittizio probabilmente e un outsider, precursore di sensibilità più moderne, un uomo che scelse la poesia come la sola prova di una nobiltà di sangue urlata e deplorata. Un personaggio che vive il proprio tempo e la propria vita come un dramma, talmente consapevole del reale da apparire un marziano, talmente cruento e viscerale da dichiarare guerra al mondo intero.

Richard Savage (Londra, 1697 – Bristol, 1743) non è stato solo un poeta, ma una delle figure più magnetiche e controverse del Settecento inglese. La sua vita, segnata dalla pretesa mai provata di essere il figlio illegittimo della Contessa di Macclesfield, lo ha reso un vero mistero biografico.

Sosteneva che la madre lo avesse abbandonato fin dalla nascita e che avesse tentato attivamente di ostacolarlo, persino cercando di farlo deportare nelle piantagioni americane. Gran parte della sua energia fu spesa nel cercare di costringerla a riconoscerlo, usando spesso la satira e le sue opere come strumenti di pressione pubblica. Non avendo mezzi di sussistenza, si dedicò alla professione di scrittore a Londra, frequentando gli ambienti di “Grub Street”, vivendo in povertà e stringendo amicizie con figure come Alexander Pope, suo grande sostenitore e mentore, e Samuel Johnson, suo ancestrale biografo.

Sconosciuto al pubblico italiano, mente insaziabile, audace e fascinosa del suo tempo, Savage è un poeta scomodo, con una ferita sanguinante – sociale, biografica, morale – da cui prende forma una satira tesa, ossessiva, attraversata da un bisogno quasi fisico di verità.

Rocambolesca esistenza fatta di povertà, colpi di scena e tragedia: progenitori ignoti,  coinvolto in un assassinio e condannato alla pena capitale, poi evitata, fino alla morte nel 1743 dentro alla prigione di Bristol, dove era stato rinchiuso per debiti.

Una satira rabbiosa la sua, usata anche per estorcere protezione e sussidi, una genialità camaleontica alimentata dalla profonda conoscenza di tutti i livelli della società, dai “bassifondi degli indigenti fino ai salotti di Lord Tyrconnel”.

Un bastardo orgoglioso di esserlo: nessuna pietà, nessuna commiserazione. Trasforma la sua condizione in elemento di superiorità creativa, vigore intellettuale che si contrappone alla fiacchezza della prole legittima, sottolinea Tracy (The Artificial Bastard: A Biography of Richard Savage, 1953).

L’autore sostiene di non essere “il frutto malaticcio di una debole legittimità” (no sickly fruit of faint compliance), ma di essere stato coniato “nella zecca della natura con estasi” (stampt in nature’s mint of extasy).

Savage trasforma lo stigma sociale in un’aristocrazia del genio, nessuna stirpe ereditata da vantare, ma l’autenticità e il “crudo vigore” (raw vigour) del bastardo che “si accende dall’interno” (kindling from within), privo di ogni vuota convenzionalità.

The Authors of the Town (1725), di cui proponiamo la traduzione di alcune strofe, rappresenta uno dei momenti di massima lucidità critica dell’autore sulla condizione dei letterati nella Londra del suo tempo (la celebre Grub Street).

Secondo Clarence Tracy (The Poetical Works of Richard Savage, 1962), l’opera costituiva il nucleo di un progetto più ambizioso mai portato a termine, le “Epistles upon Authors“.

Tradurre oggi il poema di Richard Savage non è solo un’operazione di recupero archeologico, ma un atto di estrema attualità. La satira cruenta colpisce il cuore della degradazione della scrittura in tutti gli ambiti, un tema che risuona potentemente nell’oggi popolato da libelli e “scribacchini”, palpabile nella nostra “Grub street”, abitata anch’essa da dame lascive,  scrivani prezzolati, poeti d’occasione, scribi famelici, come corvi necrofagi, potenti superbi.

Scrive Ivano Ferrari (Transitori e risorti, Crocetti Editore 2026): «…la poesia non concilia più il canto con la geometria, soccombe perché mancano le condizioni e i poeti si smarriscono davanti a incroci incompiuti e ai fallimenti dei miti, oggi si tratta solo di tatuarsi la pelle di sbadigli».

Savage nel Settecento denunciava bardi arrivisti e poeti giocondi tediosi e prolissi di rime sonnacchiose, monotoni come campane dell’estremo saluto.

La satira muore quando impostori indossano allori, dice l’autore, che rivendica la verità del genio poetico, libero da vincoli e convenzioni sociali, da ridicole blandizie e con vigore mette a nudo la vacuità di una gran parte della produzione contemporanea, sterilità suggellata con la citazione di Giovenale in apertura al suo poema:

 

Stulta est clementia cum tot ubique
Vatibus occurras pariturae parcere chartae.

 È stolta clemenza, in questo brulicare di poeti,
graziare carte destinate al macero.

 (Giovenale, Satira I, 17-18)

 

 

Sarah Talita Silvestri

 

 

 

*        *        *

 

 

Gli artisti della città (1725)
Agli autori della passione universale

 

 

Le arti lucenti, abusate come gemme, assiepano le loro crepe;
la medicina ha i suoi impostori, e stranezze offuscano le leggi.
Abili a mescere la verità dei fatti all’ombra,
e il cupo sofista ottenebra la Parola di Dio.
Il genio del raziocinio per la causa religiosa,
corrotto dalla superstizione, genera cecità.
L’arte del libero pensiero (la più alta meta dell’uomo!),
nelle menti pensanti a metà, diventa loro stessa infamia.
I colori male accostati diventano volgari e spenti;
i violini stridono quando rozze zampe muovono l’arco.
La distorsione attenua il fuoco temprato dell’opera;
poetastri martellano ripetutamente la lira.
Il gesto disdegna la posa, e l’eloquenza la vana cantilena;
la passione giace assassinata da un omuncolo insensato.
Degradiamo l’ingegno se lodiamo la volgarità,
e la satira muore quando impostori indossano allori.

 

VOI, alle cui opere viene concesso il meritato oblio,
i cui nomi, ancorché spesso pubblicati, restano ignoti;
non muovo guerra ai deboli, privi di fama:
il mio cimento è il frivolo potente e superbo,
con usato ingegno, invisibile mentre assale,
chiosa senza eco e invettiva ignorata
o nota, sappiate che apprezzo il vostro biasimo:
poiché la lode di uno stolto è condanna per il sapiente.
Se dunque il mio lavoro suscita la vostra cortese malizia,
la vostra censura è per me come il plauso del savio.

 

VOI, che delineate con veemenza la nostra brama di fama,
questa pantomima di versi reclama la vostra protezione.
Il mio biasimo, come il vostro, aspira alla crescita:
voi reclutate il nemico per agire da amico.
cortesi eppur mordaci, reiterate i nostri falli;
audaci i vostri pensieri, sinuoso il vostro verso.
Intenso, terso, vibrante; decoroso e onesto;
equanime nella lode, privo di austera malinconia.

 

“Fermatevi!”, urlano i critici: “i tuoi versi son fallaci,
satira era il tuo ambito, ora incalzi la lode soltanto!”.
Oh profondi, è vero! Il mio elogio è un dileggio;
incolti alla bellezza, eruditi agli errori!
La mia satira è come un panegirico,
il giusto plauso copre di sarcasmo il vostro spleen.

 

Il mio furore merita offesa e ignoranza?
Dovrei dichiarare guerra al mondo intero?
La satira non si inchina a siffatte follie,
e al valore – sottomesso o facoltoso – rendo onore.

 

In primis, che io esamini l’impero dell’idiozia,
mentre indugio tra distese prosaiche;
se penne imparziali tracciano annali di storia,
sfregiano altre verità con dicerie riservate.
Spuntano opinioni, recensioni, memoriali brutali,
le cronache di ere decadenti archiviano menzogne.
Ogni principe morto è avvelenato dal morso,
nessun regnante muore di morte naturale.
Eredi aspiranti al trono ordiscono delitti perfetti,
padre, fratello, progenie, consorte fanno da fato.
In un regno remoto nacque un’infida alleanza,
anello o missiva svelano illeciti intrighi:
qualche conte se la spassa con qualche regina,
un tal dei tali suadente insidia alla sua pace;
la regina sospettosa incarna l’arte della vendetta,
avvelena con effluvi flagranti i guanti rivali.
Regine e cortigiane tramano piani ignominiosi,
e garzoni eunuchi del re diventano duchi.
Un monaco impostore edulcora i miracoli,
faide prorompono da santuari profanati.

 

Così trionfa la maldicenza sulla gloria dei morti,
e menti ingenue tracannano favole surreali;
da fatti fittizi erompe un riflesso mendace,
e la memoria coltiva il pregiudizio.
Poi gli scrittori di polemiche smerciano licenze,
come avvocati cavillosi si nutrono di alterchi.
Se Hancock sperimenta i benefici dell’acqua fredda,
un suo emulo risponde con il trattato sulla birra calda.
Se viene divulgato il metodo dell’inoculazione –
(che argina la marea dell’infezione) –
ecco i pamphlettisti inveire ancora contro l’innovazione:
lasciate fare alla natura: morire è naturale.

 

Se la sapienza venuta dal cielo, scrutando la natura,
attraverso la percezione, affina la fede,
l’inganno dei prelati ostacola la rivelazione,
e di oscuro mistero nobilita il proprio impiego.

 

Se la rovina si abbatte sull’autorità di uno statista,
scribacchini, come vermi, ne logorano la nobiltà infetta.
Mentre un misero fuorilegge attende la ghigliottina,
scribi famelici, come corvi necrofagi, gracchiano.
Nel loro cupo piumaggio cova l’inganno,
l’oltraggio sopravvive alla morte del trasgressore;
dalle sue infime parole suggono il fiato dell’addio,
e si ingozzano dell’esecrabile ricordo dopo la morte.

 

Ignobili così, nessuna satira li correggerebbe,
qui la follia diventa oltraggio spietato.
Uno sfregio tale appesta la gloria di un popolo,
e vizi diversi meritano diverse infamie.

 

Rinuncio ai pamphlet: trasvolo nella visione.
Desisto dalla meschina distesa della prosa.
Mi affretto nel firmamento della Musa,
tra danze prosodiche e rime alternate.
Fluttua la mente in circuiti calibrati,
vortica l’intelletto di frivolezze inattese.
I poeti sono folli – sia pure: ma folli anche voi,
critici pedanti, che incalzate quei matti.
Vi affannate in sterili postille sui classici,
parziali nel giudizio come nel plauso;
più è astruso, più asserite che sia grandioso,
il delirio di Omero una sublime allegoria.
Ma se un moderno sfidasse un antico,
l’ardore diventa follia per uno spirito così savio.

 

Una flemma senza fiamma sostiene i vostri scialbi elogi;
quando declamate, mancate il bersaglio.
Se non ispirati, sembrate come minimo posseduti:
ribollite d’ira e rigettate la vostra indolenza.
Nessun derelitto in Parlamento è più clamoroso di voi,
nessuna donna avvizzita più stizzosa o più altera;
nessuna dama di città, agghindata a festa,
più vanesia dei suoi gioielli  – pegno di cortigiana!
Boriosi come giudici, quando la giustizia è un affare,
o come quei lord la cui colpa venne saldata con un titolo.

 

Nota il cauto Cinna, che simula la vampa della poesia:
grezzi i suoi colori, torbido l’intento.
Cinna, il tuo talento non va a nozze con la Musa;
non abusare troppo del tuo illustre ruolo.
Talmente erudito, Cinna, da asfissiare tutto ciò che scrive,
eppur sogghigna con perfidia dell’altrui talento.
Replica all’istante se un’opera ottiene il plauso:
“anche il sole ha le sue macchie” –  ed ecco un errore a caso.
Così una zitella focosa, gravida illegittima,
per salvare l’onore con una panacea abortisce.
Avida di lode, con le labbra esangui d’invidia,
spettegola apertamente su ogni fallo verginale.

 

Scimmia di Teocrito, arido e vanaglorioso,
muta l’ingenuo pastore in perbenista austero.
Nel dramma, dolcemente orchestra il dolore!
In abiti puritani la sua dama mansueta.
Banale nel dire, dimesso nell’ardore,
l’arte dell’eloquenza la sua unica intenzione.

 

Germogliano scribacchini: chi ha minor plauso
con nuove tirature ottiene recensioni.
Primate di una scimmia! Che razza feconda:
nominato viceré da infimi quadrumani.
Sopra una platea di eruditi simula il gran tiranno,
e a giovani sagaci prescrive il formulario del suo verso.
Odi, epistole, traduzioni mediocri,
con prefazioni forbite che tutto legittimano.
L’arte è pattume da scuola  – Orazio e Pope stolti.
Sonetti e madrigali non esigono regole.
Milton è troppo ispido – qui ammalia il facile verso:
né basso né alto, né puro né immondo.

 

Un giovane innamorato che a diciott’anni sospira,
geme in versi sciolti, azzarda la scena tragica.
Un poeta maledetto si fa critico e inveisce in prosa,
grugnisce un pamphlet sul suo valore offeso.
Un bardo arrivista omaggia il potente di turno,
che colpirà con invettive, una volta caduto in malora.
Un poeta giocondo declama natali e riti nuziali;
un altro canta la nenia macabra dei morti,
monotona come campane dell’estremo saluto,
o rime sonnacchiose del banditore notturno.

 

Una dama decaduta, veterana d’intrighi,
scrive romanzi scandalistici – schiava di editori.
Ebbra di successo, ansima per la gloria del palco,
si strugge, si gonfia, e scrive filippiche lascive.

 

Mentre la sua Musa dipana la fiamma sulfurea,
divampa di Lussuria o arde d’Invidia divorante,
e un Demone ombroso, cingendo l’arpia disfatta,
le sospende sul capo un coagulo d’orrore;
Clio – angeli caduti travolgono la tua cetra,
ispirano i tuoi canti lievi con fuoco serafico.
Scendono lacrime, salgono gemiti devoti ai tuoi versi,
e il sangue danza nel ginepraio delle vene.
Cinta di palma, d’alloro, di mirto e vite,
Amore, Pietà, Amicizia, Musica, Sagacia e Vino
in sinfonico accordo seguono le tue ore:
vita di grazia, tu, anima stessa del canto.

 

[…]

 

 

 

*

 

 

The Authors of the Town (1725)

Inscribed to the Author of The UNIVERSAL PASSION

 

Bright Arts, abus’d, like Gems, receive their Flaws;
Physick has Quacks, and Quirks obscure the Laws.
ables to shade Historic Truths combine,
And the dark Sophist dims the Text Divine.
The Art of Reasoning in Religion’s Cause,
By Superstition’s Taint a Blindness draws.
The Art of Thinking Free (Man’s noblest Aim!)
Turns, in Half-thinking Souls, his equal Shame.
Colours, ill-mingled, coarse, and lifeless grow!
Violins squeak, when Scrapers work the Bow!
Distortion deadens Action’s temper’d Fire!
Belab’ring Poetasters thrum the Lyre!
Gesture shuns Strut, and Elocution, Cant!
Passion lies murder’d by unmeaning Rant!
Wit we debase, if Ribaldry we praise,
And Satire fades, when Slander wears the Bays.

 

YOU, to whose Scrolls a just Neglect is shewn,
Whose Names, tho’ printed oft, remain unknown;
I war not with the Weak, if wanting Fame,
The Proud, and Prosp’rous Trifler is my Game.
With usual Wit, unfelt while you assail,
Remark unanswer’d, and unheeded Rail!
Or heeded, know I can your Censure prize,
For a Fool’s Praise is Censure from the Wise;
If then my Labour your kind Malice draws,
Censure from you is from the Wise Applause.

 

YOU, who delineate strong our Lust of Fame,
These mimic Lays your kind Protection claim!
My Frown, like your’s, would to Improvement tend,
You but assume the Foe, to act the Friend.
Pleasing, yet wounding, you our Faults rehearse,
Strong are your Thoughts! Inchanting rolls your Verse!
Deep, clear, and sounding! decent, yet sincere;
In Praise impartial, without Spleen severe.

 

“HOLD, Criticks cry–Erroneous are your Lays,
“Your Field was Satire, your Pursuit is Praise.”
True, you Profound!–I praise, but yet I sneer;
You’re dark to Beauties, if to Errors clear!
Know my Lampoon’s in Panegyric seen,
For just Applause turns Satire on your Spleen.

 

SHALL Ignorance and Insult claim my Rage?
Then with the World a gen’ral War I wage!
No–to some Follies Satire scorns to bend,
And Worth (or press’d, or prosp’rous) I commend.

 

FIRST, let me view what noxious Nonsense reigns,
While yet I loiter on Prosaic Plains;
If Pens impartial active Annals trace,
Others, with secret Hist’ry, Truth deface:
Views and Reviews, and wild Memoirs appear,
And Slander darkens each recorded Year.
Each Prince’s Death to Poison they apply,
No Royal Mortals sure by Nature die.
Fav’rites or Kindred artful Deaths create,
A Father, Brother, Son, or Wife is Fate.
In a past Reign was form’d a secret League,
Some Ring, or Letter, now reveals th’ Intrigue:
A certain Earl a certain Queen enjoys,
A certain Subject Fair her Peace destroys;
The jealous Queen a vengeful Art assumes,
And scents her Rival’s Gloves with dire Perfumes:
Queens, with their Ladies, work unseemly things,
And Boys grow Dukes, when Catamites to Kings.
A lying Monk on Miracles refines,
And Vengeance glares from violated Shrines.

 

THUS Slander o’er the Dead-One’s Fame prevails,
And easy Minds imbibe Romantic Tales:
Thus from feign’d Facts a false Reflection flows,
And by Tradition Superstition grows.

 

NEXT, Pamphleteers a Trade licentious drive,
Like wrangling Lawyers, they by Discord thrive.
If Hancock proves Cold Water’s Virtue clear,
His Rival prints a Treatise on Warm Beer.
If next Inoculation’s Art spreads wide,
(An Art, that mitigates Infection’s Tide)
Loud Pamphleteers ‘gainst Innovation cry,
Let Nature work — ‘Tis natural to die.

 

IF Heav’n-born Wisdom, gazing Nature thro’,
Thro’ Nature’s Optics forms Religion’s View,
Priestcraft opposes Demonstration’s Aid,
And with dark Myst’ry dignifies her Trade.

 

IF Ruin rushes o’er a Statesman’s Sway,
Scribblers, like Worms, on tainted Grandeur prey
While a poor Felon waits th’ impending Stroke,
Voracious Scribes, like hov’ring Ravens, croak.
In their dark Quills a dreary Insult lies,
Th’ Offence lives recent, tho’ th’ Offender dies;
In his last Words they suck his parting Breath,
And gorge on his loath’d Memory after Death.

 

WRETCHES, like these, no Satire wou’d chastise,
But Follies here to ruthless Insult rise;
Distinguish’d Insult taints a Nation’s Fame,
And various Vice deserves a various Shame.

 

PAMPHLETS I leave–sublime my Fancy grows!
No more she sweeps the humble Vale of Prose.
Now I trace swift the Muse’s airy Clime,
The Dance of Numbers, and the Change of Rhime!
In measur’d Rounds Imagination swims,
And the Brain whirls with new, surprizing Whims!
Poets are mad! ‘tis granted:–So are you,
Grave Critics, who those Lunatics pursue:
You labour Comments, dry on Classic Lays,
Partial alike in Censure, and in Praise;
Where most abstruse, you most assert they shine,
Where Homer raves, his Allegory’s fine!
But if a Modern with an Ancient vies,
Spirit grows Phrensy, to a Wit so wise.

 

PHLEGM without Fire, your flat Encomiums bear,
When you declaim, a Mark revers’d you wear;
If not inspir’d, at least possess’d you seem,
You boil with Choler, and dismiss your Phlegm.
None unprefer’d, in Parliament more loud!
No worn-out Fair more peevish, or more proud!
No City-Dame, when to the Birth-Night drawn,
More vain of Gems!–(some Female Courtier’s Pawn!)
Proud as a Judge, when Equity’s a Trade,
Or Lord, whose Guilt was with a Title paid.

 

MARK cautious Cinna mimic Poesy’s Flame,
Coarse are his Colours, and obscure his Aim!
Cinna, thy Genius weds not with the Muse;
No longer then thy well-known Parts misuse!
Cinna, thus doctor’d, stifles all he writ,
But sneers malignant at another’s Wit.
Some beauteous Piece applauded, He replies,
The Sun has Spots, and a wish’d Error spies.

 

SO some warm Lass grows pregnant e’er she marries,
Takes Physic, and for Honour’s sake miscarries;
Jealous of Praise, pale Envy taints her Lip,
And her Tongue tattles of each Virgin’s Trip.

 

THEOCRITUS’s Ape, dry, proud, and vain,
Shews the stiff Quaker for the simple Swain.
In Tragic Scenes, how soft he moves Distress?
His Lamb-like Princess in the Pure-one’s Dress:
Plain in Expression, and in Passion tame,
Propriety of Words is all his Aim.

 

SCRIBLERS grow fast–One, who gains least Applause,
(His Works reprinting) a Subscription draws.
Ape of an Ape! How is the Species grown?
Inferior Apes this Ape a Viceroy own!
O’er a learn’d Tribe, He Grand Dictator plays,
And points young Wits new Models in his Lays.
Flat Odes, Epistles, and Translations rise,
And a new Preface words it with the Wise!
Art is School Trash–Horace and Pope are Fool
Sonnets and Madrigals require no Rules.
Milton runs rough–Here plainer Lays allure!
Nor Low, nor Grand, nor Simple, nor Impure.

 

A Love-sick Youth, who sighs about Eighteen,
Whines in Blank Verse, and tries a Tragic Scene.
One Poet, damn’d, turns Critick, storms in Prose;
His railing Pamphlet his wrong’d Merit shows.
A trading Bard salutes the Lord in Place,
Whom he insults with Satire, in Disgrace.
One, jocund, sings Birth-Days, and Nuptial Rites:
One, of the Dead, a doleful Dirge recites,
Dull as deep Bells, that toll the Fun’ral’s Time,
Or drowzy Echoes from the Bell-Man’s Rhime.

 

A cast-off Dame, who of Intrigues can judge,
Writes Scandal in Romance–A Printer’s Drudge!
Flush’d with Success, for Stage-Renown she pants,
And melts, and swells, and pens luxurious Rants.

 

BUT while her Muse a sulph’rous Flame displays,
Glows strong with Lust, or burns with Envy’s Blaze!
While some black Fiend, that hugs the haggar’d Shrew,
Hangs his collected Horrors on her Brow!
Clio, descending Angels sweep thy Lyre,
Prompt thy soft Lays, and breathe Seraphic Fire.
Tears fall, Sighs rise, obedient to thy Strains,
And the Blood dances in the mazy Veins!
Crown’d with the Palm, Bays, Myrtle, and the Vine;
Love, Pity, Friendship, Music, Wit, and Wine,
In social Spirits, lead thy Hours along,
Thou Life of Loveliness, thou Soul of Song!

 

[…]

 

 

 

*        *        *

 

 

© Immagine: Incisione satirica “The Authors of Grub Street”, anonimo del Settecento. Public Domain Collections.

 

 

 

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Bibliografia

 

  • Clarence Tracy (Ed.), The Poetical Works of Richard Savage, Cambridge University Press, 1962.
  • Clarence Tracy, The Artificial Bastard: A Biography of Richard Savage, Harvard University Press, 1953.
  • Stanley V. Makower, Richard Savage: A Mystery in Biography, Hutchinson & Co., 1909.