«L’ago del mondo in me» — Ospite: Giancarlo Pontiggia

Dialoghi di poetica a cura di Silvia Patrizio

 

 

 

 

Io penso effettivamente con la penna, perché la mia testa spesso
non sa nulla di ciò che la mia mano scrive.
Wittgenstein, Pensieri diversi

 

 

 

 

S.P. Wittgenstein, nei Pensieri diversi da cui trae ispirazione questa nostra chiacchierata, si mostra interessato a cogliere, quasi a sorprendere, il momento in cui «il pensiero (…) lavora per arrivare alla luce». Mi piace immaginare che l’àncora per questa risalita sia il verso. Nella stessa opera, Wittgenstein precisa: «credo di aver riassunto la mia posizione nei confronti della filosofia quando ho detto che la filosofia andrebbe scritta soltanto come composizione poetica» specificando ulteriormente che «il lavoro filosofico è propriamente… un lavoro su se stessi. Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose. (E su cosa si pretende da esse)». Qual è la tua posizione nei confronti di una concezione della poesia come sguardo euristico in cui alla riflessione ‘filosofica’, in un senso molto ampio e composito del termine, si intrecciano indagine estetica e formale? Recuperando l’etimologia greca della parola, che si appoggia al verbo poiêin (fare), può la poesia divenire esercizio di sguardo critico su di sé e, di conseguenza, sul proprio modo di guardare alla realtà? Portando all’estremo limite queste riflessioni, il sé resiste alla poesia?

G.P. La domanda che mi pongo da almeno vent’anni, e da cui sono scaturiti i miei due ultimi libri di poesia, è fino a che punto la poesia possa caricarsi di pensiero senza perdere il proprio statuto di poesia. Certo da Hölderlin in poi la poesia che ha veramente contato negli ultimi due secoli non ha potuto fare a meno di esporsi ai tormenti del pensiero, così come la filosofia ha abbandonato ogni velleità sistematica per addentrarsi in sentieri incerti, a volte disperanti, dando la sensazione di voler gareggiare con la poesia sui grandi temi dell’oscurità e dell’indicibile. E dunque senza più la paura di contraddirsi, e assumendo a volte toni oracolari, da sibilla delfica, come nelle celebri pagine finali del Tractatus. La sensazione che provo ogni volta che mi accosto agli scritti di Wittgenstein è quella di un gioco paradossale, volto a demolire ogni aspettativa del lettore, a sbaragliare ogni sua certezza. Come se la sua famosa chiarezza reggesse soltanto dentro il perimetro di un pensiero astratto, e all’improvviso il filosofo sentisse tutta la pressione di quella vita che era stata espulsa dal suo sistema. E qui immagino che Wittgenstein pensasse alla poesia come a una forza intuitiva che salta i passaggi, e si trova d’un balzo nel cuore di una qualche verità, benché sospesa, irrelata, comunque inesprimibile. Il che contrasterebbe violentemente con l’idea di fondo dalla quale era partito, e cioè che occorresse tracciare un limite al pensiero. Come recita la sua proposizione più nota, «su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». E la poesia, nel Novecento, non ha fatto altro che muoversi verso l’indicibile, sostare tra le rive del taciuto. Confesso di non amare nessuna di queste pratiche, proprio perché condotte sul piano di una radicalità teorica che dimentica le leggi semplici della vita. C’è una poesia, nel mio ultimo libro, che vorrebbe ripristinare il patto originario fra io e mondo, io e linguaggio, pur essendo ben consapevole dell’impossibilità teorica di una tale affermazione. Ma la forza della poesia sta proprio nella capacità di scardinare le convinzioni della logica: il mondo, mi sentirei di dire, non è tutto ciò che accade, e il pensiero non è soltanto l’immagine logica dei fatti. C’è insomma nella poesia, che pure non può fare a meno delle forze della logica come di quelle del pensiero fisico-matematico, un’adesione profonda alle misteriose ragioni del sentire, una tensione verso l’invisibile che non ha bisogno di essere provata: è, prima di ogni dire, prima di ogni confutazione, proprio come l’amore, come la gioia interiore che ti prende all’improvviso, quando senti l’empito della vita che ti invade, e ti chiama. Semplicemente, ti chiama.

 

 

S.P. Come si tratteggia, nella tua poetica, il limite poroso tra esperienza privata e universalità del linguaggio? Se poesia è ‘messa in forma’, in che rapporto sta il gesto poetico col magmatico coagularsi dell’esperienza, personale e collettiva? Questo confine di difficile definizione influenza in qualche modo la tua concezione della scrittura?

G.P. C’è qualcosa di profondamente tuo che non puoi tradire. Immagini prime, che scorrono davanti a te come icone sacre. Irrazionali, forse, nel senso che sono prelogiche, che sfuggono a una definizione, e che però battono con la forza del vento, o dell’acqua, o della luce. Vengono prima di te, e conoscendole hai conosciuto la vita, nella sua forma pura, perché originaria, non ancora sovrastata dai meccanismi del pensiero sociale. Respingerle, solo perché non puoi dartene una ragione, sarebbe un tradimento. È questo il patto cui si deve fedeltà. Quelle immagini ti parlano da lontano, e non chiedono altro che essere riconosciute nella loro forza intransitiva. Poi c’è l’uomo, con tutti i suoi riti, le sue costruzioni, le sue storie che pretendono di essere chiamate Storia. E c’è il mondo della natura, che sembra stare là fuori, e invece è già dentro di noi, e ci muove, e smuove. Quelle immagini prime che sono solo mie, possono tradursi in esperienza estetica, che è una delle esperienze della vita sociale, proprio perché sfidano la resistenza della lingua, si fanno parola, assumono una forma. Non sarebbero altro che una costellazione di enigmi irrelati se non ci fosse la parola che le rende, appunto, universali, cioè linguistiche. E dentro la lingua c’è una storia, c’è una tradizione, modelli, forme che ci precedono, e in cui la nostra esperienza del mondo si travasa, trovando il suo compimento.

 

 

S.P. «La realtà non è tenace, non è forte, ha bisogno della nostra protezione», denuncia Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo. Personalmente ritengo che, se esiste possibilità di protezione, questa si realizzi soltanto affinando uno sguardo attento, capace di non dissimulare, che attraversa e fa suo il coraggio della testimonianza. Come ti poni nei confronti del rapporto tra poesia e realtà? Esiste, dal tuo punto di vista, una qualche forma di potere del linguaggio poetico sulla realtà?

G.P. Che cos’è realtà? Sono nato e cresciuto in un’epoca in cui la Storia – quella con la S maiuscola – teneva prigioniero il mondo, sottomettendolo alla sua logica. E non parlo solo del marxismo, che pretendeva di essere un metodo scientifico di ordinamento della realtà sociale e naturale, mentre era solo una delle tante utopie infondate che aleggiano sul mondo, con effetti più o meno sinistri, dai tempi di Platone. Questa Storia irrompe nel catino della nostra modernità, e non ha più niente a che fare con la storia precedente. Per questo può negare se stessa, riscrivendosi e re-ideologizzandosi a ogni soffio di vento: e non lo fanno solo i bucrocrati neocapitalisti e neocomunisti di Pechino, lo fanno anche i progressisti della Cancel culture. Lo fanno i tecnici dei ministeri, che vorrebbero propinarci una neo-lingua che nessuno vuole, ma che nel giro di pochi mesi occupa i banchi di scuola e le sedi dei giornali. E penso a ciò che ha scritto Simone Weil nelle sue stupefacenti Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale. Eravamo nel 1934. Il mondo non aveva ancora conosciuto i Guardiani di tutte le future rivoluzioni. Ma quella ragazza aveva già intuito quale gigantesca macchina di oppressione sociale e di falsificazione della realtà si stesse organizzando in ogni angolo del mondo. E come il pensiero avesse sempre meno la possibilità di afferrare qualcosa. E che là «dove le opinioni irragionevoli prendono il posto delle idee, la forza può tutto». Quella forza determina oggi l’immagine del reale che sovrasta le nostre vite. Come potrebbe la poesia esercitare un qualche potere su questo grande apparato di falsificazione della vita e della storia? Può invece liberare le energie del nostro spirito. La forza della poesia sta nella libertà del suo sguardo: una libertà che ambisce alla luce, non teme di scendere nel buio delle cose, né di affidarsi alle correnti dell’immaginazione. E la libertà non è possibile se non nella solitudine, nel raccoglimento interiore, nel tempo che non è più tempo, perché li raccoglie tutti, il tempo che era e quello che non è ancora, eppure è qui, in te che lo pensi, e lo vedi, e lo senti.

 

 

S.P. Per convocare un altro interessante pensatore del secolo scorso, c’è un passaggio di Essere e tempo in cui Heidegger utilizza il termine cura per descrivere il modo in cui l’essere umano si relaziona al mondo, agli altri esseri e a se stesso. L’aver cura è il modo in cui l’uomo, in una modalità di esserci che Heidegger definisce ‘autentica’, si fa carico del proprio essere e del suo rapporto col mondo. Esiste, secondo te, una relazione tra poesia e cura? Eventualmente, quale accezione restituisci a questo termine nel suo rapporto col fare poetico?

G.P. Il concetto di cura è nella mia poesia fin dalle origini, o almeno fin da quando mi capitò, al ginnasio, di leggere le Epistulae ad Lucilium di Seneca, una della letture decisive della mia vita. E prima ancora l’Epistola a Meneceo di Epicuro, dove egualmente si parlava della salute dell’anima, e della necessità che ciascuno di noi si prendesse cura di sé. Un tema che è di tutta la filosofia morale di età ellenistica e imperiale, e che giunge forse al suo culmine con i libri A se stesso che Marco Aurelio volle scrivere, in greco, negli ultimi anni della sua vita. Nello spostare quel tema, così costituzionalmente filosofico, all’ambito della poesia, non facevo in fondo altro che riconnettermi alla grande lezione del canzoniere petrarchesco, che è un libro tutto raccolto in se stesso e sul principio senecano del secum morari.

 

 

S.P. Tornando a parlare di ‘messa in forma’, come concepisci il rapporto tra poesia e altre arti? Questo tema ha toccato la tua ricerca? Pensi possa esistere un linguaggio inclusivo che non imponga confini all’espressione ma, al contrario, lavori sulla ridefinizione stessa del limite?

G.P. La poesia è parola: una parola nuda, severa, essenziale, che va messa al riparo da inutili ibridazioni. Si possono dare connubi, contaminazioni, com’è naturale che sia, e come la storia insegna. Ma il nocciolo profondo del poetico risiede nella capacità della parola di mantenere intatta la sua unità di senso e di suono, di immaginazione e di intelletto.

 

 

S.P. Per concludere, vorrei proporti un’altra stimolante provocazione che Wittgenstein lascia alle pagine dei suoi Pensieri diversi: «io non devo essere nient’altro che lo specchio nel quale il mio lettore veda il proprio pensiero con tutte le sue deformità e riesca poi, grazie a tale aiuto, a metterlo a posto». A quale ipotetico rapporto col lettore senti di acconsentire attraverso la tua poetica?

G.P. Si scrive sempre per qualcuno. Ma senza rinunciare alle forze della solitudine, le uniche in grado di garantire la nostra libertà di visione e di pensiero. Nel guscio della nostra interiorità tutto si semplifica, e si fa essenziale. Le immagini maturano come un frutto, si nutrono di tempo. Per questo la poesia è così intransigente, e così estranea a ogni forma di ideologia. Il lettore si colloca dentro questo flusso di pensieri e di immagini: deve sentirne l’inesorabilità e la vitalità, la sua misteriosa immediatezza.

 

 

Nota. Il titolo della rubrica è la rivisitazione di un verso tratto alla poesia La partenza, di Franco Fortini.

 

 

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CINQUE POESIE

 

 

 

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1

Sono solo un modesto
ascoltatore del mondo,
porgo orecchi al vento
delle cose che battono

che ritornano con la semplice
domanda: chi sei? da dove
vieni? Risalgo
una corrente che altri

già hanno percorso, guardo
le rive, il cielo, gli occhi
dei nuotatori, che si perdono
vincono sopravanzano

con alte bracciate; penso
ai vostri numi, leggeri
e fruscianti, che abitano
in stanze troppo remote

ormai, e alle loro
case, che dipingo in versi
ombrosi e privi di suono
tra un’estate e un autunno

del millennio che già finisce
sul pianeta che dicono Terra
tra le vie del giorno e della notte
e i loro numeri lucenti

tra i boschi del cielo
e il loro grande nero.

 

[da Con parole remote, Guanda, 1998]

 

 

 

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2

Occhi
che danno su di un buio più remoto
del tempo che ci ospita,
prima dell’estate e del tuono, prima

del tuo nome, lettore

 

[da Bosco del tempo, Guanda, 2005]

 

 

 

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3

Pochi versi, ma veri.
Valgano per te, come per me.

Che siano limpidi – per guardare il cielo
alto –

e severi, se così è il tuo animo.

 

[da Il moto delle cose, per gentile concessione dell’Editore e dell’Autore © 2017 Mondadori Libri S.p.A., Milano]

 

 

 

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4

Poter dire «questa è una scodella»,
affondare
in una litania di nomi veri, sacri,
tendere
il cuore verso qualcosa che è dimenticato,
e riaffiora
nel suo fuoco di allora, guardare
il cielo come uno che va via, fedele
a ciò che merita fedeltà,
imparare
dal nulla da cui vengono le cose,
era questo
il suo patto con la vita:
ma l’ha mantenuto?

 

[da La materia del contendere, Garzanti, 2025]

 

 

 

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5

In un fuoco
in un fuoco che arde,
tra spighe, nel fianco, in un cuore

possente, ferito, dentro
la terra in cui si raccoglie
polvere e polvere di anni
spighe

e polvere di anni nel legno
scuro di una stanza, contro
il fianco
possente del mondo, nell’urto,
in un cuore, nell’urto, sul fianco

della terra, tra
spighe, possente, ferito
cielo e terra e ombre
che si muovono nello scuro
di una stanza, di un fianco
ferito, possente, in uno

spiraglio di mondo, in uno
spiraglio, in un fuoco

che arde

 

[da La materia del contendere, Garzanti, 2025]

 

 

 

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Giancarlo Pontiggia (1952), milanese, ha pubblicato le raccolte poetiche Con parole remote (Guanda, 1998; nuova edizione Vallecchi, 2024), Bosco del tempo (Guanda, 2005), Il moto delle cose (Mondadori, 2017), La materia del contendere (Garzanti, 2025).
Per il teatro ha scritto Stazioni (Nem, 2010) e Ades. Tetralogia del sottosuolo (Neos, 2017)
Saggi di poetica e riflessioni sulla letteratura si trovano nei volumi Esercizi di resistenza e di passione (Medusa, 2002), Lo stadio di Nemea (Moretti&Vitali, 2013), Undici dialoghi sulla poesia (La Vita Felice, 2014), Nuovi dialoghi sulla poesia (Amos, 2022), Origine (Vallecchi, 2022).
Traduce dal francese e dalle lingue classiche.

 

Silvia Patrizio nasce a Pavia nel 1981. Dopo il liceo classico si laurea in filosofia, specializzandosi successivamente in filosofie del subcontinente indiano e lingua sanscrita. ‘Smentire il bianco’ (Arcipelagoitaca, 2023), la sua prima raccolta poetica, con prefazione di Andrea De Alberti e postfazione di Davide Ferrari, vince la III edizione del premio nazionale Versante ripido (2024) e il primo premio assoluto alla XVI edizione del premio nazionale Sygla – Chiaramonte Gulfi (2024), classificandosi anche al primo posto nella sezione poesia edita del medesimo premio. La silloge ha ricevuto, inoltre, una segnalazione ai premi nazionali Lorenzo Montano 2023 e Bologna in Lettere 2023 ed è risultata tra i finalisti del premio Pagliarani 2024. Suoi testi compaiono su diversi lit-blog e riviste, sia cartacee che online, tra cui L’anello critico 2023 (Capire Edizioni, 2024); Metaphorica – Semestrale di poesia (Edizioni Efesto, 2024); GradivaInternational Journal of Italian Poetry (Olschki Edizioni, 2023); Officina Poesia Nuovi Argomenti (2023); Inverso – Giornale di poesia (2023); Universo PoesiaStrisciarossa (2023). Fa parte della redazione della rivista Atelier Online. Tutte le sue passioni stanno nei dintorni della poesia.

 

 

 

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© Foto di proprietà di Dino Ignani.