La cifra poetica di Natura di Roberto Cescon, opera uscita nel 2023 per le edizioni Stampa 2009, va colta in un senso di frastornata meraviglia e di deferenza incredula al cospetto dell’enormità del passato geologico del pianeta, oltre che della sproporzione tra la lunghezza del processo che ha portato acque e terre emerse ad assestarsi nella configurazione attuale e l’esiguità di ciascuna esistenza individuale, viziata da un destino di impermanenza e perciò irrilevante nell’insieme di un disegno cosmico che l’autore deliberatamente evita di domandarsi se predisposto dal caso o da una qualche volontà trascendente. Nella trama lenta e scandita della versificazione si spalancano baratri interroganti e stupefatti, che affacciano sull’enigma della creazione e delle sue sterminate manifestazioni, ora minime e ora grandiose; e lo sguardo spazia sull’oscura distesa dei milioni di anni, che in un indefinito momento della propria evoluzione ha assistito all’emergere delle elementari specie viventi, e quindi dell’unica fra esse oggi attestata dotata di intelligenza e in grado di riprodurre il reale mediante l’esercizio del pensiero, oltre che di chiedersi se le proprie rappresentazioni mentali corrispondano ai dati oggettivi. Infaticabili le stagioni si succedono; la ruota del loro alternarsi è indipendente dalla nostra capacità di osservarla, di trasporla nello specchio dei nostri pensieri per quella infinitesima frazione di eternità in cui si condensa il rapido consumarsi degli anni umani, poiché è “un baleno se pensi / il tempo che non vedi”. Centrale nel testo è la riflessione sul mistero del tempo, assimilato al concetto greco dell’Aion e contrapposto al Cronos: la fuggevolezza rovinosa dell’attimo è una voce che si spegne nel buio (Mindfulness), ma la vita dell’universo procede secondo un movimento in circolo: passato e futuro sono intercambiabili e si risolvono in sistole e diastole di un comune respiro, il prima e il dopo quali noi li percepiamo non sono che i diversi nomi che diamo a uno stesso presente. Se siamo tutti “ombre / già state nel futuro”, quello che sarà è in realtà avvenuto innumerevoli altre volte, e il già accaduto coincide con ciò che dovrà essere: l’acqua del fiume eracliteo in cui ci bagniamo è stata mare e nuvola, e torna all’infinito ai due stati che sono all’inizio e insieme alla fine del proprio ciclo, secondo il ritmo incessante della metamorfosi. In ogni esistenza tutte quelle precedenti sono racchiuse e quelle che verranno sono anticipate, e lo stesso “flusso antichissimo” percorre impersonale le generazioni, in modo simile a quanto può evincersi dalla riflessione di un pensatore come R. W. Emerson, che teorizzò che il mondo fosse una proiezione della nostra anima e che in ogni individuo si ripetesse la storia universale. In natura opera una forza che si cristallizza in miriadi di esseri ma che preesiste ad essi, in base al postulato che “la vita là fuori / viene prima delle forme”; le molecole che oggi compongono i nostri corpi appartennero ad altri prima di noi: sono le stesse che in altre ere scorrevano nel sangue dei torrenti e forgiavano lo scheletro di montagne poi scomparse, che fluttuavano negli oceani primordiali quando ancora i batteri non erano comparsi, e che continueranno ad essere plasmate e combinate in nuove forme dal travaglio che ridisegna la crosta terrestre anche dopo che la nostra individualità si sarà dissolta. Organico e inorganico si compenetrano: le pietre si fanno “ossa” e queste a loro volta “sabbia” che genera ancora “corpi e foglie”, in quel demiurgico gioco che senza posa mescola la materia, ripetendo giorno dopo giorno la genesi e modellando la cera del mondo su un calco che non è mai definitivo. Intuizioni che emergono in particolare dalla prima sezione della raccolta, dal titolo Dentro, fuori, in cui cadono, o si scoprono illusorie in quanto dettate dalla limitata prospettiva umana, le dicotomie tra qui e altrove, tra mio e altrui, tra la mente che percepisce e l’oggetto delle sue percezioni, e quindi tra la rielaborazione immaginativa delle sensazioni e gli stimoli esterni: “Albero, lo dico e appare / nella mente di chi ascolta”. La tesi fondamentale che attraversa in filigrana Natura può ricondursi all’intuizione che “tutto è in tutto”, risalente a Nicolò Cusano, ma che trova singolari riscontri in diverse tradizioni sapienziali, in particolare in quella brahmanica e in quella presocratica, come anche nel fenomeno dell’entanglement quantistico, risultato delle sperimentazioni più innovative della fisica moderna, all’interno di una poetica che trae linfa dalle correnti del pensiero più alto e impegnato.
Guglielmo Aprile
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Stasera la mente, come da millenni
si protende mentre si disperde
questa luce e ogni volta lo svanire
non riesci a pensare che sia l’ultima,
lo vedi accadere per gli altri
ma non puoi crederlo per te
e chissà in questa sera, la vita là fuori
viene da prima delle forme
e non da te che la prolunghi nei futuri
decine e milioni di anni prima
un baleno se pensi
al tempo vasto che non vedi
di pietre che si fanno ossa
e poi sabbia e corpi e foglie.
Di altri sei stato il sangue, il respiro
e le voci già state
si accordano ai viventi in questi segni
e tu allora, e questa vita,
sei immortale, come la morte.
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Da quale parte il canto di due uccelli
lassù, chissà se due, indistinguibili
per me che non so distinguerli
tra i rami radi prima della primavera
e quei suoni nei miei passi
che seguono un futuro che proviene
da altri passi, in un tempo
come ora che mi tocca e non si muove
e l’improvviso frusciare delle foglie
per una biscia o altro che non indovino
come quest’odore nella voce
affiorano i pensieri
non così diversi da quei rami
o dai cinghiali nel bosco
invisibili e presenti
così è scritto all’imbocco del sentiero
e la mia lingua viene da lì
e lì finisce, mai del tutto
in un flusso antichissimo che dai muscoli
proviene e ci fa stare
in questi corpi, nei possibili futuri.
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Sono i piedi nell’acqua e l’onda nuova
arriva negli occhi e non finisce
quante parti di te
nella sabbia e nel mare antichissimo
che in un tempo vasto che non vedi
avresti visto spaccato da rocce
e poi rocce spagliate dai fiumi
sfarinare in questa sabbia
e segni a non finire
nell’aria di opere e intenzioni
si parlano da un prima che verrà
adesso, altrove
mentre il sole sposta l’ombra
attorno a te esseri antichissimi
partoriti da millenni, millenni di volte,
come tutte le altre volte sono qui
quante parti di te e di loro sono state il mare
adesso, nella luce
dove trovarti
fuori dagli occhi.
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Roberto Cescon (Pordenone, 1978) ha pubblicato “Il polittico della memoria. Aspetti macrotestuali sulla poesia di Franco Buffoni” (Pieraldo, 2005), “Disabile chi? La vulnerabilità del corpo che tace” (Mimesis, 2020), “Di tutti e di nessuno. Una poetica della specie?” (Industria & Letteratura, 2022), e le raccolte “La gravità della soglia” (Samuele, 2010), “La direzione delle cose” (Ladolfi, 2014), “Distacco del vitreo” (Amos Edizioni, 2018) e “Natura” (Stampa2009, 2023). Collabora all’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge.
Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive ad Ischia, dove si è trasferito per lavoro, dopo aver soggiornato per diversi anni a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice, 2008), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone, 2008), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle, 2015); “Il talento dell’equilibrista” (Ladolfi, 2018); “Il giardiniere cieco” (Transeuropa, 2019); “Falò di carnevale” (Fara, opera I classificata al concorso Narrapoetando 2021); “Il sentiero del polline”(Kanaga, opera I classificata al premio “Arcore” 2021); “Thanatophobia” (Progetto Cultura, opera I classificata al premio “Mangiaparole” 2021). Per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste accademiche con studi su D’Annunzio, Boccaccio, Marino, Luzi, Caproni, oltre a collaborare con blog e riviste online con interventi sulla poesia del Novecento.
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© Fotografia di Donatella D’Angelo.


