© Fotografia di Dino Ignani

Alberto Pellegatta, “Piccola estate” (Guanda, 2025)

Nota di Massimo D'Arcangelo

 

Prima della presa del gelo, della vita che rallenta, c’è un periodo dell’anno nel quale il tempo si concede.
Veranillo di ricordi: sottende l’ustione, la piccola estate che anticipa la resa. Il poeta si apre alle pagine di un libro che lentamente porta alla luce. Scava, allunga il passo all’ignoto, attenta la vita con l’inchiostro. Gli amori sovvertono ogni ordine, gli uccelli in volo sono inseguiti dal cielo, Milano – Barcellona. Così, Alberto Pellegatta si presenta ai suoi lettori dopo un lungo intervallo che riporta – con voce rarefatta e precisa – ad Ipotesi di felicità. Da quel momento in avanti, il tono e gli eventi narrati si discostano solo lievemente, ma acquisiscono un valore autentico e rigenerativo, proprio di chi è capace di raccontare la propria esistenza rinnovandone costantemente il significato.
Per Pellegatta, la memoria è un paesaggio interiore intimo e sovversivo: un lungo tratto che scorre in parallelo all’ellissi della vita capace di resistere al male e alle difficoltà, spesso insormontabili, che la società ci impone quotidianamente.
In Piccola estate è sempre lui, Alberto – l’uomo – che sa sorprenderci nel racconto di strade calpestate all’infinito fino a perdersi e dell’incontro di anime attraversate e sognate. Un ruolo decisivo è affidato alle presenze scomparse o distanti, richiamate attraverso la memoria in ricordi – scene ordinarie – capaci di restituire alla narrazione una risonanza affettiva strutturante. Queste figure si impongono per apparizioni improvvise e archetipi universali: momenti rivelatori, tra lirico e sperimentale, in cui il vissuto individuale si intreccia con la storia culturale collettiva, dando forza a una voce poetica capace di coniugare intimità e testimonianza.
In questo spazio, Alberto Pellegatta sembra indicare, a chi è in ascolto, che la poesia non custodisce soltanto ciò che resta, ma illumina ciò che, pur svanendo, continua a parlare tra sottintesi, evidenze ed epigrammi di una stagione della vita che ci accomuna.

 

 

Massimo D’Arcangelo

 

 

 

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Incontravo Giovanni Raboni accompagnando mia madre da Peck. Quando è morto e siamo tornati da Peck ti è sembrato di vederlo seduto in disparte. Ora che anche tu non ci sei più, quando passo da via Spadari, entro a bermi un caffè e vi vedo insieme, ti indica dove ho sbagliato nel mio ultimo libro e tu accampi per me qualche ragione. Potessi fermarmi un momento con voi e dirti, senza entusiasmo, che fortuna è stata avere te e non altri. Tanto poi tornando a casa in tram, mi sembrerà di sentirti pronunciare le fermate come in Erba.
Vado, sui vetri acquosi non distinguo più le forme, vorrei sbagliare stazione, entrare in qualche androne, salire le scale fino ai sottotetti, girare in un corridoio e ritrovarti. Una ragazza però mi sorride dal sedile di fronte – le hai detto tu qualcosa o è come quel coniglio che mia sorella giura di aver visto al cimitero?

 

 

 

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Quando è scoppiata la guerra ero in Spagna
tu cucinavi canticchiando, efficiente nel vizio.
Era complice il marzo numerato.

Il punto è proprio non essere se stessi.
Amante del sonno ma deciso nella veglia
insicuro nella mischia, tenace nella frode.
Smettila di pensare in francese.

Se si avverassero i sogni parlerei spagnolo
dalla nascita e tu saresti ancora viva.

 

 

 

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Il cielo salta dietro agli uccelli
che grattano l’alba nei porti
come le radioline dei vecchi.

Ammirate la spinta che molti mulini concedono
sotto testo

se riscrivo come i cani rileccano i cuccioli

la parola di cui il silenzio si è fatto un’idea
dorme e mi chiama e il mio nome scappa e si squama.

 

 

 

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CANZONE

 

I platani più feroci ricalcati a penna
il rosso degli errori
i ventilatori.
Le foglie diventate gonne
i rami gomiti
un’amicizia tra animali.

Il punto è ciò che manca, sottratto
e non esplicito generatore di forme
cervello distribuito in grilli
che inietta acque reflue
nei tuoi aggettivi intonati.

Parola che sei nei cieli pericolante
moltiplichi i pesci strizzando gli occhi.

 

 

 

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POLIPI CONCENTRICI

                                  per Nanni Valentini

 

Cielo impigliato in una recinzione
le debolezze ringhiano a un punto
di forza per tornare al nulla materno

amore componibile cacciatore di frane
seguendo i segni di trascinamento
scopro se passa un fiume o un serpente
un morso sotto il tuorlo che lievita.

Oggi a Creta, « durante i lavori per la costruzione di
un nuovo aeroporto, è stato scoperto un monumento
circolare » dei tuoi: la madre che allatta un piccolo di
minotauro con la coda arrotolata – cucito nella coscia
del padre – inventore del melo e della birra.

La terra imbizzarrita e discorsiva
smalta paesi che si mordono la coda.
Il tuo amore fiammeggiante
da cui si estrae inchiostro

sulle pareti svolazzanti che distendi
sui resti romani ricoperti da alluvioni
complice l’azzurro delle arance.

 

 

 

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Alberto Pellegatta è nato a Milano nel 1978. Scrive d’arte e collabora come critico con quotidiani e riviste. Suoi versi sono presenti in diverse antologie. Nel 2002 ha esordito con Mattinata larga. Ha pubblicato inoltre L’ombra della salute (Mondadori, 2011) e Ipotesi di felicità (Mondadori, 2017). Ha vinto diversi premi, tra cui il Premio Biennale Cetona, il Premio Antonio Fogazzaro e il Premio Amici di Milano.