Iole Toini – Inediti. «E tu? Tu balbetti e non-trovi-il-nome. Farfugli, straparli e pensi: più di così niente»

Commento critico di Sarah Talita Silvestri

 

Il nome di Iole Toini è quello che traluce e non trova ragione d’essere, che non può esistere, se non nella poesia e nella natura, è una sferzata sulle vette innevate di pendii percorsi, calpestati per bisogno di sfamare uno spirito parlante, un’anima creatrice che si rispecchia nell’altitudine e sorvola. Il nome di Iole Toini è un albero fluttuante a un metro da terra con le radici in cielo e le fronde negli abissi.

E vola in bocca uno scudiscio di bellezza: verità e morte, un cosmo abbacinante che si nutre dell’essenziale – del miracolo del piccolo che viene detto perché incontenibile – il troppo che necessita della sola parola vitale partorita da un atto ineluttabile. Come dice Marina Ivanovna Cvetaeva: «Qual è dunque la differenza tra l’opera d’arte e l’opera di natura – tra un poema e un albero? Nessuna. Eppure, per chissà quali strade – di fatica, di miracolo – esiste. Sum! Vuol dire che l’artista è la terra che partorisce, e che partorisce tutto. Per la gloria di Dio?».

Una forza cosmogonica che trova consolazione nella simploche, in un ritmo che implode ed esplode nell’attaccamento, nell’unione, nella somiglianza eckartiana tendente all’abolizione della disunione.

Con la voce di Iole il verso evolve nell’anima del mondo, attraverso quel movimento di rinascita aristotelica: «Per quanto secco fosse il legno che si può mettere nel fuoco, non brucerebbe se non potesse ricevere l’uguaglianza con il fuoco. Il fuoco desidera nascere nel legno, in modo che ci sia un solo fuoco e che possa permanere».

Qui il coraggio e la paura possono camminare per mano e ricevere l’uno dall’altra il vigore del completamento, l’anelito a “stravedere”, oltrepassare il limes con l’audacia dell’esser femmina di Iole, in una rocambolesca evasione fra il soffitto e il fitto del cuore, nello spazio evanescente di un’immagine oltre un vetro bagnato, che è il “poco” ed è anche tutto quello che c’è in poesia.

 

 

Sarah Talita Silvestri

 

 

 

Dico amo l’albero – ed è vero.
Dico l’albero vola con il mio amore – ed è vero.
Dico la mia bocca sale nell’albero – è vero.
Dico la bocca è bocca – ed è due.
Dico i colpi aprono l’albero – è due.
Dico due è nel volo – è vero.
Dico cade il cielo nel volo – ed è due.
Dico volo nella mia morte – è due.
Dico due muore in due – ed è vero.
Dico tutto muore in due – ed è vero.
Dico tu sei nell’albero e io sono l’albero
e l’albero è un unico vuoto
e ha il coraggio della tristezza
e ha il coraggio della solitudine
e il coraggio della bellezza e la bellezza
luccica nella paura – è la paura di saperlo
dire che due fa il vero poi muore.

 

*

 

Quanto è poco il corpo, poco il fiato, poco l’essersi vicini quando si ha paura. E’ poco il modo di chiamarsi, di scambiarsi il piatto più buono. E’ poco aprire una lettera, lasciarsi avvolgere dalla sua coperta calda. È poco il coraggio di andare via, poco il coraggio di restare. E’ poco guardare la pioggia, sentire addosso il suo sapore estivo. Poco le mani la nuca un fremito. È poco leggere. È poco scrivere. Poco sfiorare confondersi tremare. Poco sbagliare. Poco chiedere scusa. Poco cadere sulla soglia di una bocca. Poco la neve la luce la luce.

 

Ma chi sa volare?
Gli alberi sanno volare.
E l’erba sa volare.
E vola via la neve.
E vola in bocca uno scudiscio di bellezza.
E il volo è cosa di luce.
E la luce entra nelle ossa.
E entra nella carne.
E la carne diventa di luce.
E il respiro e il coraggio di restare diventano di luce.
E la luce è tutta la bellezza del mondo.
E respira tutte le cose.
E tutto è di luce.
E tutte le cose piccole e grandi sono di luce.
Soprattutto le piccole.

 

*

 

Fiori. Distrattissimi fiori. Fiori fatti e finiti sulla scarpata, in mezzo ai cespugli.
Accesi come fari, avanzano a fuochi incrociati. Un pericolo per chi li guarda.

E tu? Tu balbetti e non-trovi-il-nome. Farfugli, straparli e pensi: più di così niente.
E invece – a farti piccola – li senti odorare di un mondo che non si vede, che si insinua nelle radici e viaggia per tutta te che pensi: più di così quanto? Rispondono: c’è altro – altri alti, qui – i corpi ceri – le bocche degli annegati – sui muri rotti – sui vessilli dei falsi templi – righe rosse sui crani – lingue arrotate alle catene – corpi di tutti, di nessuno – riversi nelle strade – a concimare bellezza – che urla – dice guarda, questi sono i fiori – questa la loro altitudine – ti avvicina – ti sorpassa – chiede che tu esista, dicono fatti fiore, spara.

 

*

 

Vedo, ma vorrei stravedere. Una donna al tavolino di un bar. L’uomo le sfiora le dita. Si guardano come la fronda che asseconda suo malgrado il bianco del vento. Le mani tendono lo spazio che si fa denso come quando il cielo si frattura e tutto sembra sdoppiarsi e cadere in bagliori veri e immaginari.

C’è il rumore del traffico e ci sono un uomo e una donna avvolti da un silenzio che li rende perenni e intangibili. Un duplice piano si muove fra loro e il resto, in sovrapposizione, sfumato. Un doppio che si scinde. Non per lo spazio. Per presentimento. La sensazione che altro da lì sciolga il tempo. E con lui, ogni vincolo.

È una città, è Parigi, Montmartre. Si intuisce la presenza di un grande albero, un’onda scura che si sposta con l’aria. La luce attraverso le fronde raggiunge a tratti le mani della donna, scivola sulle mani dell’uomo quando lui si avvicina. Le bocche sono immobili. Solo gli occhi cadono dall’una all’altro cercando la forma di una parola che annega prima di essere detta.

Improvviso un autocarro li nasconde alla vista. Quando la vetrata riappare, i due non ci sono più e il pensiero li rincorre, in una stanza nuda di colori, capace di renderli vivi nel loro stare inerti, ammalati di se stessi, mentre l’animale li accoglie e muta nella dimensione della luce, soli davanti al vero di un fatto tanto invisibile quanto persistente e doloroso. È un racconto fitto di canto – di silenzio. Si apre nella stanza, fra il soffitto e il fitto del cuore della donna che scandisce suoni come un uccello liberato con il cuore dell’uomo che le si avvolge attorno. Ma al di qua c’è solo una vetrata e una donna e un uomo e altro non so.

 

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© Foto di proprietà dell’autrice.