© Fotografia di Dino Ignani

Alessandro Fo, “Luci e eclissi” (Einaudi, 2026) — Anteprima editoriale

 

In Luci e eclissi Alessandro Fo attraversa il tempo della vita con uno sguardo insieme partecipe e vigile, capace di posarsi sulle grandi ferite del presente e sui minimi accadimenti quotidiani. Nascita e perdita, memoria privata e dolore collettivo, amicizia, carcere, malattia, guerra, vecchiaia: ogni esperienza è colta come una zona di passaggio, in cui la luce non cancella l’ombra ma la interroga, la attraversa, la rende pensabile.

Queste poesie nascono spesso da incontri reali, da voci ascoltate, da immagini trattenute per un istante prima di svanire. Il verso, sempre mosso, limpido e discorsivo, accoglie il racconto senza rinunciare alla densità lirica, facendo della poesia uno spazio di responsabilità e di cura: un luogo in cui ciò che rischia di eclissarsi – persone, vite marginali, piccoli gesti, affetti perduti – trova ancora parola e memoria.

Un libro civile e intimo insieme, sorretto da una profonda fedeltà all’umano, aperto senza difese al presente. Un’opera che non cerca consolazioni facili, e proprio per questo sa offrire, a chi legge, una forma rara e necessaria di luce.

 

 

 

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Carcere e nuvole

 

Parlavo delle nuvole. I reclusi
ascoltavano assorti le poesie
di vari autori che avevo raccolto.
Erano i versi
a prendere le forme
che tanto spesso noi diamo alle nuvole.

«Quando verrà l’ora più grande,
                                                           l’ultima…»
(così chiudevo, coi versi piemontesi
di Nino Costa, che sono stati incisi
sotto un suo busto, accanto al Po, a Torino)
«… mi chiederanno “Che hai fatto di bello
nella tua vita?” “Me ne sono stato
‒ risponderò ‒ lì a guardare le nuvole,
le nuvole che passano nel cielo”».

Memoria di anni verdi, e nostalgia.
Torino stessa era per me una nuvola.

Uno di loro si alzò, in seconda fila:
«Quand’ero detenuto al San Giuliano,
così ogni tanto veniva mia moglie,
c’era un accordo fra noi, nel congedo:
mezz’ora, ancora, da dentro io, e lei fuori,
avremmo insieme guardato una nuvola,
pensandoci.
                       Uniti dalla nuvola,
la nuvola in comune su nel cielo».

 

 

 

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Scambi

 

Con Mauro Sambi scambiavo elettrine
(non è un errore, «elettrine», col nome
che dava loro Claudio Bondì, il regista)
su critici e poeti la cui vista
si circoscrive al proprio ombelico
senza attenzione (se non per l’amico)
né rispetto per melodie o per voci
non ancora avallate,
che crescono isolate,
                                       per i monaci
che costruiscono un mondo da soli
(scriveva Ripellino), e quella siepe
su cui le api bottinano i fiori
del salice.
                  Al sussurro – e a come suona
presso quella corona – sordi, pronti
a trattare i versi come hamburger
digrumati in fretta in un MacDonald’s,
e che pure da critici (e poeti)
tengono il grido.
                               Ma, anche in tempi bui
di mediocri bardi ed esegeti,
‒ con frase un po’ rubata a Michael Krüger
altro grande poeta (come lui) ‒
«Si fiorisce come si può nelle crepe
‒ scrive ‒ dell’asfalto, degli intonaci».

 

 

 

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Sgorbi infantili

                           «Avrei voluto trascorrervi il mio Lebensabend»
                           ANGELO MARIA RIPELLINO, Praga Magica, § 116

 

Nella casa in cui entravo da bambino
di otto anni, e sono poi cresciuto
fino all’esame di maturità,
Strada del Lauro 43, Torino
(tel. 894926),
i miei nella mia stanza consentirono
che noi piccoli ‒ Laura, mia sorella
e io, ma anche gli amici di passaggio ‒
pasticciassimo un muro con disegni
e scritte (e pure un collage di spaghetti).

Poi carta da parati, e nuove cure,
il salto in alto, scrivere canzoni,
le confidenze con Elena (Strada
del Lauro 47 ‒ perduta)
cercare una ragazza, innamorato
invano di Mariella, Piera, l’Angela
della casa di fronte…
                                        E fu Valeria,
sui 18 anni, ma finì:
                                        traslocavo.

Sono passati oramai cinquant’anni
da che, soffrendo, ho per l’ultima volta
attraversato, uscendo, quella porta.

E ricevo oggi una ‘elettrina’
dai nuovi proprietari. Restaurando,
tolta la carta da parati han ritrovato
quei nostri ghirigori. Hanno indagato,
intervistando i condòmini Quori,
mi hanno rintracciato e, accluse foto,
chiedono se salvare quei disegni.
Persone eccezionali, certamente,
pur se l’‘affresco’ non vale la pena.

Molte volte, negli anni, ho vagheggiato
di cercare, da anziano, di tornare
a rivivere in quella vecchia casa.
Ora, l’invito a rivedere il muro,
prima che sia ridipinto, dal vivo,
e a visitare quegli antichi ambienti.
Così, se non potrò ormai più abitare in
Strada del Lauro 43 a Torino,
grazie alla nuova inattesa amicizia
sarà un po’ come ci vivessi anch’io.

 

 

 

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© 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino.

© Fotografia di Dino Ignani.

 

 

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Alessandro Fo (Legnano, 8 febbraio 1955), latinista presso l’Università di Siena, ha curato e tradotto per Einaudi Il ritorno di Rutilio Namaziano (1992), l’Eneide virgiliana (2012, con commento di Filomena Giannotti), di recente riproposta nei «Millenni» (2025), Le poesie di Catullo (2018) e, di Apuleio, Le metamorfosi (2010) e La favola di Amore e Psiche (2014). Ha inoltre curato varie edizioni di opere di Angelo Maria Ripellino, tra le quali quella che riunisce le tre raccolte poetiche Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde (Einaudi 2007, con Federico Lenzi, Antonio Pane e Claudio Vela). Fra le sue sillogi di versi figurano, presso Einaudi, Corpuscolo (2004), Mancanze (2014, Premio letterario Viareggio Rèpaci) e Filo spinato (2021), dalle quali è stata tratta l’antologia con testo a fronte Of Angel & Inmates. Selected Poems of Alessandro Fo, translated into English by Anthony Molino, Legas, Mineola (NY), 2025.