Maria Luisa Vezzali, “Lo spettro di casa” (Puntoacapo, 2025)

Nota di Gisella Blanco

 

“Home sweet hell” recita l’esergo di Burns citato all’inizio da Maria Luisa Vezzali nella sua opera poetica Lo spettro di casa (dal 2023 al 1977 e ritorno), edita da Puntoacapo e con una postfazione di Vincenzo Bagnoli.
Si tratta di un’opera – e ultimamente non ce ne sono molte così – che sin dall’inizio ingaggia il lettore in un serrato confronto sia intellettuale che emotivo con il testo. Un confronto che ha a che vedere con il corpo, gli spazi, i tempi, il tempo.

L’architettura dell’opera, ben lungi dall’essere una semplice raccolta come specifica Bagnoli, sembra volersi approssimare a un’opera-mondo, in cui il mondo è quello specifico milieu di riferimento dell’autrice, nata a Bologna nel ’64, e cioè gli ultimi decenni del secolo breve italiano che molto continua a relazionarsi con i tempi odierni.

Un romanzo di formazione in versi, se si considera però il rigore dell’autrice a concepire poesia senza cedere alla mera prosa, finanche nelle parti più vicine tipograficamente a quest’ultima, dove tuttavia il verso ipermetro non smarrisce l’identità – benché volutamente non canonica – della poesia né quei verticalismi d’immagine che consentono al lettore il privilegio di sentirsi spiazzato.
Le tre sezioni in cui il libro è suddiviso e le fotografie a corredo rappresentano il solido architrave di un disegno ampio, che giunge ben oltre la singola e personale esperienza dell’autrice: una tripartizione di età – bambina ragazza donna – ciascuna delle quali si immerge nella storia con il corpo di donna, quasi a volerla scandire con la propria corporeità.

Nella sezione “Il buco nel tempo (ovvero lo spettro e la ragazza)”, la bambina di non più di tredici anni si relaziona alla casa di famiglia fatta di “elementi”, di “circostanti” e di “suoni” nonché di tutte quelle visioni (“lo spettro alla finestra/risponde – Corri, corri –”) che i più giovani scorgono, perturbando e demistificando l’abitudine alla realtà che ancora non possiedono, tra la suggestione e il sogno, tra la profezia e la paura. Il linguaggio, nella triangolazione con le strutture oggettuali e il corpo, non regredisce mai all’età a cui dà voce, ma sa mantenere l’identità dell’io nella compresenza di un tempo largo, diacronico, in cui continuare a vivere l’esperienza del passato nel presente, una ricognizione prepolitica.

Nella sezione “La finestra sul cortile (ovvero la ragazza e la città)”, la ragazza che già vive gli anni dell’adolescenza, invece, si rapporta alla città, come se la crescita nel fisico inerisse anche a un necessario allargamento di margini e orizzonti psico-relazionali. Appare Bologna con gli Anni di Piombo, le rivolte giovanili e la strage. Una città piena di aneddoti con la “pelle collettiva” che inizia a invadere il corpo metropolitano e quello umano. Ossessioni, traumi, vezzi e percezioni sono gli strumenti urbani e architettonici che costruiscono una dimensione corale, “pubblica”, come suggerisce Bagnoli, per decifrare l’emergere e il consolidarsi di una coscienza storico-politica.

Nell’ultima sezione, “Nell’anno abbacinante (ovvero lo spettro ed io)”, la donna che parla in prima persona, infine, si relazione con il periodo della pandemia Covid e del lockdown in cui è la più drastica e spesso incompresa solitudine a diventare un sentimento, un modo di essere collettivo, pubblico, iperpolitico. E qui, non a caso, il verso si allunga come a volersi dilatare in un monologo joyciano, come a prendere più spazio possibile e dire più cose che riesce.

In tutto il libro, la nominazione delle cose in relazione con il corpo nella sua interezza e le singole parti di esso rappresentano dei veri e propri ideologemi con un carattere di marcata e frontale intersoggettività, nonché una spiccata volontà di interdialogicità, posture espressive ma anche atteggiamenti concettuali che rendono questa poesia – per altro esteticamente molto diversa tra le tre sezioni – parallela ma lontana da quella confessional.

Per comprendere le sottili e spesso plurivoche interrelazioni tra corpo e casa/oggetti/città/universo come macrocosmo/microcosmo appare necessario – ma è uno sforzo ermeneutico sempre stimolante – conoscerne i rispettivi linguaggi: un architesto di parole per l’individuo, un archi-contesto di forme luci suoni e sensazioni per gli oggetti e le situazioni, ready made dotati quasi di un quid di soggettività, di una volontarietà eteroindotta (dall’autore ma anche dal lettore che “sente”) eppure capace di prospettare percorsi, di costruire discorsi, di ricreare procedure esistenziali che da un lato chiariscono chi siamo e, dall’altro, ipotizzano dove stiamo andando, senza lesinare, oltretutto, quel tipico simbolismo connaturato alla poesia che non vuole rinunciare a se stessa.

Una espressività bivoca, quella di Maria Luisa Vezzali, per dirla con Bachtin, ampiamente citato da Bagnoli, che si esprime anche attraverso le citazioni musicali e le ibridazioni esplicite o implicite con la scrittura di altre poetesse angloamericane dei nostri tempi come Jorie Graham (citata in un esergo), Anne Carson, Hannah Sullivan, tra cui spicca Adrienne Rich, di cui l’autrice è anche stimatissima traduttrice.
Una chiusa dedicata a Rich richiama il celebre testo dell’autrice americana Diving into the Wreck, in cui la poetessa afferma di andare in cerca del “relitto e non la storia del relitto/ la cosa sé, non la leggenda”: una catabasi verso il senso delle cose non ideologizzato, nel rispetto di una memoria non troppo interpretata e interpretativa.

La presentificazione dell’individuo nell’esperienza concreta: ecco uno degli obiettivi della poesia di Vezzali e cioè l’abilità di andare a fondo lasciandosi alle spalle i pre-concetti, quello stesso mito che illude l’uomo di essere in grado di possedere la storia e il tempo, come spiegava De Martino.
E questa scoperta, nonché il relativo seppur arduo modo di esplorare la realtà, è sia un ottimo rivelatore della dimensione pubblica di ogni gesto privato (“il personale è politico”, diceva qualcuno), in cui individui e vissuti non sono aggregabili e generalizzabili, sia la traccia inconfondibile di un concreto passaggio sociopolitico dell’umanità dalla storia. Anche attraverso la poesia che riesce e insegna a fare a meno del superfluo.

 

 

Gisella Blanco

 

 

 

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Uno sguardo all’angolo fuori
tra gli infissi della finestra

Un gesto incerto infesta in attesa
osserva il covo dell’interno

proiettato da anni a venire
Un risucchio mammifero dal foro

Tutto quello che nasce – pensa –
produce calore

 

 

 

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Le scie di calore restano – pensa –
come funi tese tra le pareti

Si distinguono a distanza di tempo
per sottili bave sospese

L’impronta non passa con il passare
dei traslochi, degli inquilini

migra il corpo attraverso le digressioni
le periferie del linguaggio

 

 

 

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sarebbe forse più importante sanguinare attraverso
gli stati della materia transfiniti e contigui
il terreno in cui germogliamo anche senza radici che non siano
l’amore come in un enigma sinistro uno stadio larvale e non solo la pelle
gli strati squamosi e non solo la sclerosi dell’energia
per gli istanti e le tele vibrate di rosso per gli stucchi
e le sere davanti alle serie per le serie fiorite di referti
l’insofferenza e il rapimento dei libri l’autentica e primiera azione di stare
per il sentire nonostante il difficile prodigio del sentire
più importante il lavoro per negazione o esclusione
che rimanga o piuttosto evolva qualcosa
casomai sulla soglia restasse qualcosa
la coppia elettrone-lacuna al di fuori di cui OMISSIS
un odore di cui siamo il sogno a parte le mani che
possono ancora toccarsi

 

 

 

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Maria Luisa Vezzali (Bologna, 1964) insegna materie letterarie nella scuola superiore. In poesia ha pubblicato L’altra eternità (Edizioni del Laboratorio, 1987), Eleusi marina (in “Terzo quaderno italiano” a cura di F. Buffoni, Guerini e Associati, 1992), dieci nell’uno (Eidos, 2004), lineamadre (Donzelli, 2007, premio Anterem/ Montano), Forme implicite (Allemandi, 2011), Tutto questo (puntoacapo, 2018, premio don Luigi Di Liegro 2020). È giurata all’interno del premio di Bologna in Lettere. Come traduttrice, si è occupata di Adrienne Rich (Cartografie del silenzio, Crocetti 2022, e La guida nel labirinto, Crocetti 2012) e Lorand Gaspar (Conoscenza della luce, Donzelli 2006). Per Raffaelli ha curato nel 2011 un’edizione dell’Anabasi di Saint-John Perse. Fa parte dell’Associazione femminista Orlando e del collettivo di traduttrici WiT (Women in Translation), che ha prodotto Audre Lorde, D’amore e di lotta (Le Lettere, 2018).

www.marialuisavezzali.com

 

 

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© La fotografia è di Ennio D’Altri, che ringraziamo.