Giulia Catricalà, “Reboot del sentire” (Fallone, 2025)

Nota di Francesco Cionfoli

 

Ragione e sentimento, anche nella più totale inconsapevolezza o nella consapevole trascuratezza dell’uomo, vivono ormai al margine di questi tempi che corrono spietati. È difficile dire, scrivere, osservare, seminare nel cuore. Più facile è programmare, innescare processi di automazione, mettere a fuoco e conservare in un processore che forse, un giorno, verrà rispolverato. Reboot del sentire (Fallone Editore), seconda silloge poetica di Giulia Catricalà – dopo La rosa sbagliata, cupa e commovente trasposizione in versi di un dolore immortale, pubblicata sempre con lo stesso editore – procede per antitesi sensoriali collocate su poli temporali altrettanto antitetici: il naturale e l’artificiale, il tradizionale e il contemporaneo, la memoria e il tempo attuale. Dodici poesie, così come vuole la linea editoriale con la collana Il leone alato che dà sempre più voce a piccoli tesori poetici, allineate sulla continua oscillazione tra i poli attraverso il linguaggio della moderna tecnologia, del funzionamento delle macchine, di una vita in perenne connessione virtuale ma disconnessa dal reale. E il lessico demistifica la realtà rappresentata, è un ponte che teletrasporta in un tempo lontano e inarrivabile.

 

 

Connessioni, sincronie,
reel di paradisi tropicali.
Mia nonna svanisce tra i fornelli
assorta – col piglio fermo
di chi conosce un mestiere antico – []
La cerco – lo sguardo alienato:
è un glitch in grembiule,
un frame di un’altra epoca.

 

 

 

Ha ancora un valore inestimabile la memoria. La si scruta – a fasi alterne – con fedele precisione. Serve a dare al presente gli ultimi esemplari in via d’estinzione, i puri che hanno generato figli già contaminati dall’aggressione sociale. Tuttavia, l’io poetico – la nipote o un «lei» generico – rappresenta la resistenza spaesata in un mondo artificiale il cui suono sordo è riprodotto, da lontano, da assonanze sorprendenti.

 

 

Era in bulk
di emozioni. []
Camminava e si vedeva camminare
sentiva lo sdrucciolio del passo
dissolta, sparita, in debug.
Sua madre è diventata un’influencer
suo padre lavora in un’agenzia
di viaggi interstellari.
Lei renderizza la normalità
uccidendo le zanzare,
questo scatto tellurico e primitivo.

 

 

 

Se volta a ritroso, la memoria è un oggetto d’epoca non più funzionale, proiettata in avanti – rivolta ad un “tu” a metà tra un io sdoppiato e un figlio del futuro – preannuncia già la sparizione della carta, della trascrizione del sentimento, dell’osservazione partecipante alla vita. Poeti, pittori, antropologi saranno inutili. Basteranno scienziati che producano «bisturi quantici/ – innesti cerebrali -/ pronti a disconnettere il male» e informatici che aggiornino, di volta in volta, i dispositivi con cui «Potrai tradurre i pixel galoppanti/ di un sorriso – lo script dell’addio».

I versi della Catricalà si rivelano sarcastici e brutali, profondamente veri quando dichiarano l’impossibilità del dire e dello scrivere dell’oggi, se non con le parole che ne siano chiaro riflesso. Anche il titolo della raccolta – Reboot del sentire – allude a un nuovo inizio la cui percezione esistenziale, tuttavia, risuona disturbata e stridente. Il sentire continua a essere «straniato», e il «mezzo inquinato»: un canale, tra i pochi, per ragionare a mente libera, per percepire in modo incondizionato, per provare ancora a dare forma al sogno risulta – paradossalmente – la discesa nell’irrazionale, l’evasione alcolica in compagnia di amici nel cuore pulsante e fatiscente di Roma. Occorre premunirsi, perché poi arriva la notte. E la notte, più che consigli, porta fardelli e percezioni veramente sfocate da cui faticosamente se ne viene fuori. Mentre nella testa rimbomba l’automazione lancinante di una quotidianità innaturale.

 

 

Prima del sonno
il pensiero si sgrana
è un rosario di ricordi compressi
e lampi arcangelici.
Nel rumore bianco dei server
setaccio le lenzuola
porto avanti un negoziato impossibile
con la luna.

 

 

 

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© Fotografia di proprietà dell’autrice.