Sono forse parole che gli danno la caccia, la danno a Sergio Daniele Donati come l’hanno data a Jabès, che sentiva le parole quali incandescenze a cui chi scrive è condannato, similmente all’insetto che si lascia bruciare dalla vampa.
La parola della poesia non è quella della vita («Per vivere si tratta di trovare altri sensi per la parola, di proporgliene mille» scrive Jabès), la parola della poesia inchioda – a una ricerca, soprattutto -, è un aguzzino, quel verbo, e forse per questo i grandi poeti di origine ebraica hanno dovuto provare lo strazio – doppiamente: subire e resistere, da dentro e da fuori, per farsi miniaturisti di una parola accerchiata dal silenzio.
Ecco: il silenzio, la cattedrale di Jabès.
E la notte, sua e di Paul Celan.
I due lari maggiori di Donati, assieme alle Scritture.
Donati conosce le sacche del silenzio, il suo «maestro burbero»: dovute – per un lato – alla Storia (quella Storia), ma – dall’altro – connaturate all’esperienza del linguaggio che si inceppa (la sua balbuzie). Donati sa e se ne nutre, non rinunciando mai a una presenza, piena, assertiva (che dunque afferma e, tramite l’apertura all’altro, riporta a sé). Il suo silenzio è molto denso, parlante. Lì si annida la potenza e la voce che chiede conto del suo essere nel mondo (così l’epigrafe iniziale dal libro dei RE). Donati il silenzio lo lambisce, non lo intrama ai versi, mai li satura (come Celan) perché Donati sente esplodere dentro di sé la «parola, tiranna» che lo attraversa e lo costringe a farsi parlare e a scarcerare l’urlo della vita che preme e addolora, si palesa e muore: «Considera delle stelle / l’urlo ancestrale. / Non deve essere facile, / esplodere nel nulla / e al nulla tornare» (in ‘Tacevo’).
In Amèn, sua raccolta uscita a inizio 2024 per Il Leggio Editrice nella collana Radici diretta da Gabriela Fantato (118 pp, 15 euro), Donati fa mostra di sparire per poter accasare il diritto di mostrarsi, perché si dia asilo a quella risata a crepapelle, l’urlo del suo sterno, il fischio di poiana dei suoi occhi di «eterno figlio ribelle / incapace di rispondere / al silenzio col Silenzio eterno / di chi volta lo sguardo» (in ‘Costa’). Donati si attesta per darsi il permesso di raccogliere la parola altrui, aggirare la falsa modestia che impedisce il volo che gli appartiene e prendere posto in quel «vasel», con i sodali che invece sente affini e con cui dialogherà. In questo movimento, si svela allora il verso sovrano, sotto all’omero candido dell’oblio.
La raccolta poetica consta di tre sezioni, nella prima si assiste all’investitura che darà appunto diritto di parola, pur zoppa e incespicante, la parola singolare del poeta («È ora di divenire petalo di nuovo / e non sentire più rimpianto / per la voce di un maestro / morto troppo giovane / per completare l’opera»). Ucciso il padre, la sua figura, se ne prende il posto: «È ora d’essere Altro, d’abbracciare / altro, di cambiare nome / e lasciare che tornino / nei miei occhi / striature verde muschio / perse in un’infanzia tradita» (È singolare che la poesia abbia per titolo ‘L’ora del ritiro’).
Nella seconda sezione, più debole, vi è una sospensione, un momento preparatorio in cui la vita si dà. E lampi, versi con andamento aforistico, echi e ripetizioni di altri componimenti che accasano un senso talvolta ribaltato. In ‘Appari’, per esempio, il poeta rivolto a un tu femminile, a cui imputa il cantare un «canto di ritiro / che è finzione», lo accusa di apparire «fingendo l’evanescenza», e chiosa «Non io che, al contrario tuo, / scompaio dicendo e taccio / là dove la parola regina / impone prolungato silenzio». No, Donati canta, a suo modo e ritmo, intona i salmi «Canto e poi taccio / – e poi canto ancora – / perché è così che si forgia / la promessa» (in ‘Canto’). Promessa raccolta in ‘Amèn’, poesia immediatamente successiva, che chiude la sezione ma apre la terza dedicata al dialogo con i maestri, gli amici, i numi tutelari, dal già citato Celan a Kavafis, Rilke, Schiller, Catullo, Ungaretti fino a Cohen (una quantità).
La poesia di Sergio Daniele Donati è tutta cucita nelle dicotomie che ne formano l’ossatura: il silenzio e l’urlo (veri leitmotiv); il privilegio (l’elezione di un popolo) e la zoppia (l’inadeguatezza, l’inciampo della lingua) – che poi sono condizione l’uno dell’altra («Consideravo un privilegio / quella ferita sulla coscia […] Pochi sanno però / che cominciò allora la mia zoppia», in ‘Iakov’); la generazione (brama e volontà di nascita e rinascenza, in un tratto egolatrico di cui si è detto) e la regressione (la tensione al dileguare, là dove inizia il canto: «Là, risiede ancor muto / il canto che verrà cantato / nel giorno dell’evanescenza» in ‘Pugnale di luce’); la parola tiranna e lo sguardo ebete (il tentativo di farsi sghembi e stracciare il velo); la parola propria e l’altrui.
Donati, riconoscendosi, aspira all’Alterità, a quell’altare, al tutto in cui si nasconde il divino – essere altro, nella natura, muschio, elemento silvano. «Dove sta Colui / che non si nomina?» chiede nella seconda sezione «Io credo si celi tra rami e radici / e foglie della quercia, / a dare sostegno la notte / al mono-tono dell’assiolo / dietro il quale egli nasconde / il suo sorriso afono» (in ‘Colui che non si nomina’). E di chi è il sorriso afono, chiedi tu?
Lì, in quel rifugio molto esposto dove dover essere qualcosa di più, si può, forse, trovare un senso minimo alla bellezza e all’orrore. La bellezza che non manca tra gli slanci del poeta e l’orrore di un peso che travalica l’individuo e si fa Storia e destino, un destino fatto anche di una tonalità gialla, così diversa dalle varie campiture d’azzurri che qui si slargano: gialla di stella, gialla di paura («Ho paura / e da “quei campi” sono uscito, / vivo e non ancora nato; / anche io» – in ‘Paura’).
Ecco, Donati si inserisce in un solco e modula la sua parola secondo il sedimento personale che l’umano – travalicando l’eredità genetica e transgenerazionale – può ancora originare e disperdere. Con in più uno strumento, grande, la forbice ironica. Così ne ‘Il Merlo’, in dialogo con Pessoa, dove la predilezione del maestro per ciò che è passato si muta in una risata condivisa tra il poeta milanese e il merlo, il merlo che canta, il merlo che «sa che di eterno in questo mio scrivere / c’è solo la ripetizione / della stessa promessa».
Rossella Pretto
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Sergio Daniele Donati, nato a Milano nel 1966, ove ancora risiede. Ha pubblicato per Il Leggio editore la raccolta poetica Amén (2024). Ha pubblicato per Divergenze edizioni il romanzo «Tutto tranne l’amore» (2023). Ha pubblicato per Ensemble edizioni la silloge «Il canto della Moabita» (2021). Ha pubblicato per Mimesis edizioni (Collana dei Taccuini del Silenzio) il saggio «E mi coprii i volti al soffio del Silenzio» (2018).
Sue poesie sono apparse nelle antologie «Pasti caldi giù all’ospizio» (Transeuropa edizioni, 2023 — a cura di Francesco Addeo) e «Riflessi. Rassegna critica alla poesia contemporanea» (Edizioni progetto cultura, 2023 — a cura di Patrizia Baglione) e «Ogni sguardo su Milano» (Chiare voci ed., 2024). Sue poesie edite e inedite e note critiche alla sua opera sono state ospitate da numerose pagine letterarie e quotidiani (Morel – voci dall’isola, Salerno news 24, Emme24.it, Poetarum Silva, LucaniaArt Magazine, Pelagos Letteratura, Bibliovorax, JoiMag e altre).
È stato intervistato da Luisa Cozzi nella puntata del 7.12.2023 di Poetando e delle sue poesie si parla tra l’altro su Poètica. Alcuni Poeti Viventi. È autore di numerose pre e postfazioni a raccolte di poesia contemporanea e collabora con numerose riviste letterarie. Fondatore caporedattore e curatore della pagina Le parole di Fedro, ivi propone alcuni dei suoi percorsi nel linguaggio poetico e narrativo, con particolare accento su un approccio, anche laboratoriale, al dialogo poetico.
Avvocato milanese, si occupa di diritto commerciale e di tutela dei minori. Studioso di meditazione ebraica ed estremo orientale, insegna cultura e meditazione ebraica in associazioni e scuole di formazione e tiene seminari sul valore simbolico dell’alfabeto ebraico.
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