Lorenzo Orazi – Inediti

Lorenzo Orazi è nato a Macerata nel 1995. Ha conseguito con lode la laurea in Comunicazione e Didattica dell’Arte (Accademia di Brera, Milano) e in Arti Visive (Università di Bologna). Ha svolto attività di ricerca presso La Fucina di Efesto, bottega di sperimentazione sui metalli del maestro d’arte Alessandro Rametta. Ha collaborato con l’associazione
Congerie alla realizzazione del rito teatrale “La Specie Storta Terzo movimento”, di cui è stato coideatore e attore. Suoi contributi sono apparsi su Nazione Indiana, Pangea.news, AXIS mundi, Clean Rivista e Sulla Quarta Corda.

 

*          *          *

 

Non sussurra più la lingua
del fuoco, ma dalla cenere
passata al setaccio
brace viva riemerge.

Scorto il segno di meraviglia
e terrore, il gioco del primitivo
giochiamo ai bordi del temenos
nel soffio di voci lontane.

Sugli anelli di un tronco
indichiamo il tempo, la traccia
inconsistente del nostro passaggio.

Ma sul sentiero un cerbiatto
ci apparirà; di nuovo attenderemo
la neve cadere e coprire
ciò che resta della via.

 

*

 

Sebbene castrato il cielo
Ancora grava sulla terra.

Nelle spelonche cavallette e miele,
Una madre scansa un bambino:
Vox clamantis da ammutolire
Verga cruciforme da spezzare:

Come un respinto dello sposalizio
Come un ramo che non fiorisce.

Sul Verna altre grotte
Scavate nelle mani, nei piedi
Di chi si rivolge agli uccelli.

 

*

 

Sovente dimentico chi sono
quando un dio per gioco
pronuncia il mio nome.

Si è sparso il liquido seminale
e altre esistenze giacciono
incompiute. Anch’esse mi chiamano,
reclamano una forma dal buio
fumoso della castrazione.

Smargina il significato verso
ciò che non ha avuto luogo;
ribalta il sacrario
sicché ne emerga la cripta.

Giocare col magma
c’è capitato in destino,
di nuovo si tuffa il poeta
nella bocca del vulcano.

Omero, Tiresia, Edipo:
ciechi per troppo vedere,
a brontolare nei boschi
la nenia dell’indistinto.

E tu, che non mi sei lontano,
sai il torpore dell’ordine,
l’incandescenza del caos.

 

*

 

Nessuno più frequenta la terra
il suo taglio simile a vagina;
non più la lancia si scaglia
a intraprendere la copula.

Tu non dimenticare che la bocca
è una ferita, e la ferita
intende dire – tu non dimenticare.

Quando piangi per un astro
offuscato, mi domando a chi rivolgi
quel pianto. Quando la serpe
inghiotte il sole, mi domando
se prepari la lama
all’indagine delle viscere.

Dovrà pronunciarsi
la parola che genera mondi,
saranno nuovamente poste
le fondamenta della terra.

 

*

 

Ascolta nel coito arrestarsi
l’umbratile suono dei sospiri.
Scambiarsi la pelle, intrecciarsi
le ossa; salare con lacrima
l’occhio dell’altro.

Sulla nuca il sigillo
è impresso, ma non muta
il disegno tracciato nell’oro.

Lo getti qualcuno sulle labbra
della fornace – scompaia il prototipo
nel calice che ribolle.