Segue è una raccolta inedita di Gino Scartaghiande, che ringraziamo per aver estrapolato per la rivista Atelier una rosa di poesie, riportate qui di seguito.
Scartaghiande, con la pubblicazione della sua raccolta del 1977, Sonetti d’amore per King Kong, ha compartecipato alla svolta, a un profondo cambiamento della poesia italiana, situato poco dopo la metà del Novecento.
Il titolo della raccolta inedita qui presente in stralcio palesa una mutua referenza tra i testi in successione, un discorso conchiuso tra le poesie, proprio come avviene per le composizioni musicali in cui l’inizio di un movimento non può essere disgiunto dall’ascolto del precedente (e viceversa). Si tratta di una scelta ben precisa, che denota non solo la padronanza della totalità dei testi ma anche la volontà di instaurare con il lettore un rapporto di durata più lunga e non frammentato come, talvolta, accade nella fruizione di poesia.
Latamente prosaico si presenta il tono di queste poesie, tra l’allocuzione a un interlocutore non palesato, densa di riferimenti letterari, e una certa inclinazione confessionale (se si allude, con tale definizione, alla sua interpretazione più politica o, quanto meno, ricca di rimandi sociali).
Tipico di Scartaghiande è l’uso sorvegliatissimo del linguaggio con una dosatura accurata di metafore, similitudini e immagini talvolta scenografiche (lo vediamo anche da precedenti opere, alcune delle quali molto audaci per il tempo in cui sono state pubblicate) attraverso cui l’autore opera una astoricizzazione del dettato mirante a una contestuale ristoricizzazione sociologica più che cronologico-sistematica: il luogo abitato dall’io e dalla sua società è innanzitutto interiore ma risente di una forte tensione verso l’esterno, la vita, la fattualità, l’esperienza e, soprattutto, verso gli altri.
Il sonno e l’inquietudine, la vita e la morte, la consapevolezza e l’ignoranza, il sesso e il pudore: siamo davanti a una poesia ricca non tanto di contrapposizioni quanto di difficili convivenze concettuali (sembra quasi che il dubbio amletico qui riviva in un atteggiamento linguistico prosaico) e di temibili connivenze tra antipodi etici e comportamentali. Come ha detto Derrida, “la coerenza nella contraddizione esprime la forza di un desiderio”.
La caverna platonica che ingabbia la visione degli uomini, illudendoli di una grandezza inesistente, e la grotta incisa e storicizzata di Lascaux diventano “niente” a confronto di una contemporaneità frenetica in cui sembra già di aver visto ogni cosa, a scapito del diritto di ciascun individuo alla meraviglia.
Un percorso segnato nell’inconscio, che conduce a un’ammissione dolorosa ma necessaria: “Chi entra nel cuore / non ha più nulla da dire”. Ed è lo stesso nulla che scomparendo nell’impossibilità di scomparire veramente, sembra riavvolgere la vita in un eterno ritorno – per dirla con Nietzsche – cosmologico, corale e non più solo privato.
Gisella Blanco
* * *
Da Segue
Quando il sonno mi inquieta
telefono agli astri siderali,
e supplico di spegnere
tanta stupefacente ignoranza.
Non dormo più, o incredibile
Palinuro, ogni grano di sabbia
è un raggio di sole risvegliante.
E le membra si sono ossidate
a questa luce smeraldina che
le ricopre. È più vivo il bronzo
d’arte che supera i secoli;
è più un otre fresco di speranza
la virtù. Come quando dormivamo
insieme compiendo sacrifici.
Come quando raggiungevo per poco
il freddo dei rami, e consumavo
la lenta fornace del cuore.
Ci si risveglia avari di superbia.
Intorno alle case, con lo squadro del sole,
si commisura, si rapporta quella vana
tensione, che ci faceva barcollare.
*
Amore, dove ti sei perduto?
In quale universo di bugia
la mia voce non può più
raggiungerti?
Sempre rimanda qualcosa
che non si oppone, il suo
fiato lieve, e non forma oggetti,
quando sbiadisce la consistenza
del vero, e gli angeli si stringono
tristi nelle loro ali, intrise
di freddo. Quale risveglio
sarebbe per te, al mattino,
il tocco del mio dolore;
oppure un raggio, se pietre
potessi porre, a lastricare la via
del tuo ritorno. Come da sotto
stelle opalescenti, far sì che la tua
ombra, risalga.
*
Sappi che ho vinto amore.
Non ho perso. È proprio
dove l’agnello si svena
che sorge questa dolce distrazione
del morire. Oh quanto dolce!
Non posso credere che le mie aste
siano arrugginite; né che per poco
io possa non alleviare
il tuo purgatorio. L’estate
è finita e non ho più fuoco.
*
Tutto passa una stagione sull’altra
pellicola che regge soltanto un po’
quel che veramente accade.
Si rompono argini, s’apre un teatro
di potenze celesti, cui anche tu
collaboravi, facendo o non facendo.
Sono chiare le nostre azioni lassù.
O muovono neri turbini come tuoni,
o le aste abbandonate, e gli elmi,
se nessuna obbedienza è stata,
e tutta la tua vita si ravvolge,
in una quieta scomparsa di nulla.
* * *
Gino Scartaghiande (Cava de’ Tirreni, 1951), vive e lavora tra Roma e Salerno. Laureato in medicina, nel 1977 ha pubblicato Sonetti d’amore per King-Kong (Cooperativa Scrittori, Roma-Milano) a cui sono seguiti altri titoli quali Bambù (Antonio Rotundo, Roma 1988); Oggetto e Circostanza (Il Labirinto, Roma 2016 – Premio Nazionale Frascati Poesia Antonio Seccareccia), Cavallucci marini (Il Labirinto, Roma 2022), Inco- vertendo (Battello stampatore, Trieste 2022). Sullo scorcio degli anni Settanta è stato tra i collaboratori di Prato pagano e tra i fon- datori di Braci (1980-1984). Intenso il suo sodalizio d’arte e di vita con poeti e artisti operanti a Roma; tra gli altri, oltre a quelli gravitanti attorno alle due riviste sopra citate, è stato legato da profonda amicizia con Elio Pagliarani, Amelia Rosselli, Giovanna Bemporad, Giovanna Sicari, Paola Febbraro, e, fuori di Roma, con gli artisti e i poeti cosentini di Inonija, rivista ideata da Angelo Fasano. Sue poesie sono state tradotte in più lingue.
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© Fotografia di Dino Ignani.


