Clery Celeste, “Salvare il necessario” (Pietre Vive Editore, 2023) – Anteprima editoriale

Clery Celeste (Forlì, 1991) è laureata con lode in tecniche di radiologia medica e lavora presso l’unità operativa di Medicina Nucleare. È diplomata in counseling transpersonale integrato. È runologa ed esperta di tradizione sacra norrena.
La sua opera prima, edita nel 2014, è La traccia delle vene (Lietocolle-Pordenonelegge).

 

*        *        *

 

Le ore sopprimono i secondi
trafitta la ferita rimane
immobile sul letto, a volte pulsa
tenta uno spasmo.
Siamo costretti a chiuderci in casa
per avere un buio totale
che paia normale.
Chiamatelo pure come vi pare
questa alternativa sepoltura
questo ingombro di paura.

 

*

 

Non dateci in pasto agli esterni
abbiate cura dei nostri corpi
come delle parole. Non dateci
in pasto agli uccelli
che disperdono il suono
che fanno cadere dalle ali
tutti i resti migliori.

 

*

 

Ho dei buchi in testa da anni
ogni giorno scavo con le unghie
recuperare poco meno di un millimetro di carne.
Non so perché lo faccio
che sia per far passare la luce
arrivare al centro di me
estrarre tutto il buio.

 

*

 

Sto così senza di te, capovolta
nello spazio concesso
alla luce. Persino i ciclamini
chiedono perdono
per essere appassiti presto
sprecando tanta acqua
lasciando solo
un forte odore.

 

*

 

Questa cosa che mi abita dentro
io come un grumo le appartengo
la sento che respira e mi ingoia.
Sono altre le dimensioni della parola
non più mondi che io conosca
giù per la gola ancora, non ha più forma
la paura, non ha più spazio la luce
che dalla luce risale.

 

*

 

All’ora di luce che mi concedi
rispondo che parte solo da te
il tutto che viene e straripa.
Io resto fedele a me stessa
alla stasi propria del sangue rappreso
alla ferita verticale che cammina
e che sono sempre io.

 

*        *        *

 

 

*        *        *

 

Salvare il necessario di Clery Celeste fissa una nuova tappa nel percorso di crescita umana e artistica di una delle voci più forti del nostro panorama poetico. Suddivisa in quattro movimenti, l’opera traccia un lungo itinerario che comincia prima ancora del lockdown, anticipandone – specie nella sezione d’apertura – le atmosfere, il senso di claustrofobia, lo straniamento che crea un rapporto a tratti disturbante con la casa. Per poi affondare il coltello nel rapporto con l’altro, in una dimensione metamorfica che riduce i due esseri a una nudità ferina, primordiale, a una intimità alienata e ansiogena capace di smascherare l’ambiguità della famiglia come mito e trappola, simulacro e ultima difesa. Soltanto superando l’illusione è possibile maturare una nuova consapevolezza della propria libertà che, per quanto dolorosa, lascia liberi di respirare e di disporsi, nel controcanto finale, alla pietà.

 

 

In copertina: un’opera di Fabrizio Riccardi