Antonio Lillo – Inediti

Antonio Lillo (1977) vive e lavora a Locorotondo dove è direttore editoriale di Pietre Vive Editore.

 

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MAHLERIANA

 

1.

Non siamo responsabili di non essere lui.
(Montale)

Siamo sospesi in una stanza chiusa
ma vicini nella luce che ci scioglie nel suo rosso d’uovo.
Siamo qui arruolati come ad un bivacco
in questo lento fuoco estivo
alimentato dal dolore
dove lui è legato al suo respiratore
ed io impotente ad uno dei miei libri
sonnecchiamo nello sfiato leggero
della pompa artificiale
che ha preso il posto ormai delle cicale.
Lo osservo sbirciarmi commosso
nelle finte da flamengo
in cui mima un sonno dolce e affaticato
col suo occhio spalancato e muto
arreso al suo destino di mortale
e sopraffatto da quello che verrà.
E sfioro incapace di conforto
il polso rinsecchito e il viso scosso
le dita ormai di sale. Per distrarlo
prendo un libro uno dei tanti
che fanno peso ormai fra le coperte
nelle ore in cui lo assisto.
E leggo – ed è la prima volta in cui mi scopro
col pudore di un figlio che ha studiato
al padre di tutt’altro innamorato –
una poesia sui pomodori.
È tale la sorpresa che lo investe al mio vociare
che l’osservo irrigidirsi e poi provare a sollevarsi
nello sforzo di capire le parole.
Vuole coglierle dal cesto e con le dita svelte
agganciarle al fil di ferro in ciuffi
preparati per l’inverno. In quell’arancio aspro
nella mia voce stanca
l’ho visto uscire un’ultima volta dalla stanza…

 

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2.

Chissà se quel che dorme in queste ore mio padre
è ciò che chiamano «il sonno dei giusti», la sua prova generale
o più semplicemente un’impietosa legge naturale
dove il più debole si annulla per fare posto ad altri.

Giusto, allora, è chi dà spazio liberando il posto.
Ma giusto è anche il male, se mi aiuta a distaccarmi
dal dormiente. Lo guardo riposare. Le guance ruvide
scavate, i denti spinti in fuori a rosicchiare innaturali

il labbro tumido, piegato dagli spasmi muscolari,
la gola esclusa al cibo ma pronta sempre a esprimere
i guaiti da bestiola in trappola, gli ansimi serrati
della stretta. Macchie sul pigiama ovunque, le vene

che si spezzano. Soltanto attraverso il suo dolore
mi lascio perdonare alla Natura il suo prossimo finire
il suo morire, il suo svuotarmi nel trasloco ingiusto
da cui non tornerà né in altra forma, né in questa.

 

*

 

3.

Ecco mi commuovo
di fronte allo stupore di mio padre
che si osserva morire
fissandosi per ore gli arti ossuti
estraneo ormai al suo nome.
Li rigira nello sguardo muto
la bocca amareggiata
li studia nel loro assottigliarsi
li vede perdersi di grasso e peso
e poi scavarsi le fosse nella pelle
le bocche senza un grido da cui
riemergeranno le voci
di ogni morto che lo scava.
Poi di volta in volta verso me
si volta pieno di veleno se al confronto
ancora troppo gli assomiglio
troppo a lui compagno, troppo figlio
persino qui in magrezza e malattia
noi due scarnificati
e uniti ai suoi occhi inquisitivi
nei polsi alle caviglie
che non ci lasciano sperare
altro di buono
che una punta secca di coltello
per bucarci il collo.
Di entrambi noi saranno
le giunture a parlare
cigolanti e secche, le
clavicole che spingono sul vuoto.

 

*

 

4.

All’alba mi addormento al posto di mio padre.
Lui è steso in un lettino a fianco.
Ieri ha fatto testamento.
Lui non dorme. Io sono stanco.