Valerio Magrelli, tre poesie da “Verso a fronte” (Stampa 2009, 2023)

Nota di Gisella Blanco

 

La poesia di Valerio Magrelli, che ha fatto il suo ingresso negli anni Ottanta con Ora serrata retinae, quindi 5 anni dopo la prima edizione dell’antologia Il Pubblico della poesia (a cura di Alfonso Berardinelli e di Franco Cordelli), si è posizionata in modo stabile nel panorama letterario italiano per la sua particolarità semiotica e semantica.
Una particolarità intanto che, in modo naturale, si stanzia in una sorta di zona di equidistanza tra il più acuto e polemico novecentismo neoavanguardistico (le avanguardie storiche sono già lontane, le incontreremo di più, per una strana occorrenza di tempi e modi di vivere, nelle poetiche a ridosso del 2000) e il cosiddetto (e forse poco identificabile) lirismo del tardo Novecento, un lirismo che transita dalla lievità espressivo-formale e fanciullesca (per richiamare Pascoli, senza però volerne abusare) di poeti come Penna, Bellezza, e poi Damiani, Sica, Cavalli, a una presa linguistica più serrata, intellettuale, ancorata a cose e fatti concreti e pungenti, come in Pasolini, Salvia, Zeichen, Frabotta, Paris, per rimanere in ambito romano. Indubbiamente la scrittura di Valerio Magrelli si è affermata – e a ragion veduta – tra le più significative in Italia, dalla fine del Secolo Breve ai giorni nostri, come è accaduto solo a pochi altri poeti.

“Quanta felicità, e quanto lontana! / Poi però mi ricordo che quel giorno di merda / zoppicavo per un’operazione, / litigai con gli organizzatori, / litigai con mia figlia.
Ma perché, allora, tanta tenerezza retrospettiva?”: leggendo Magrelli, viene subito alla mente l’ironia concreta e terragna di Gozzano. Entrambi i poeti, ciascuno nel suo tempo e con le proprie caratteristiche, innovano il linguaggio poetico e combinano con maestria i registri comunicativi, senza per altro ricorrere agli shock semantici tipici di alcune scritture come, per esempio, quella di Salvia o di Amelia Rosselli. Questo accostamento qui ipotizzato attorno alla poesia di Magrelli attiene al suo espresso ripudio del linguaggio elegante a tutti i costi (il “poetichese”), alla sua marcata indipendenza estetica, al sarcasmo palese ma sempre ben controllato verso gli aspetti della realtà più pruriginosi o più ridicoli: “Se per chiamarti devo fare un numero / tu ti trasformi in numero, / disponi i lineamenti / nella combinazione a cui rispondi”.

Valerio Magrelli, che ringraziamo molto, invia ad Atelier i tre testi presenti nell’articolo, tratti da una plaquette che sembra inaugurare un nuovo genere letterario, come chiosa Maurizio Cucchi nella prefazione: partendo da dati e occasioni di vita vissuta, infatti, il poeta romano scrive dei testi poetici affiancandoli, subito dopo, a brevi prose di commento (che qui non compaiono, rimandando alla lettura integrale del libro).
È possibile ascoltare, così, anche l’eco di Brecht, altro poeta da Magrelli citato come sua adiacenza poetica: la tensione verso i fatti storico-cronachistici di Brecht si può intravedere in Magrelli decurtata, però, di certa verve moraleggiante e didascalica, in favore di una più serafica e divertita contestazione amichevole del contemporaneo, che ha la forma della riflessione personale più che di un manifesto normativo/politico di dover essere: “La verità è come il sangue: / ci permette di vivere, / ma non dovrebbe mai venire alla luce”.

L’accesa problematizzazione di Magrelli sul quotidiano (che transita tra la denuncia dell’ovvietà insita in ogni cosa e la continua stupefazione che accompagna l’umano percepire) lascia intendere come tale approccio sia oggi focale, soprattutto se posto in essere nella consapevolezza della totale, spiazzante assenza di risposte in cui ci troviamo.
Tale arte della problematizzazione ci appare, dunque, come un processo per ipotesi consustanziale a quello dell’iter dell’io letterale-letterario che, randomicamente, appare e scompare, si nasconde, parla in modo collettivo o esulta con voce propria e spaventosa, che tenta costantemente il suicidio per perseverare sulla sua sopravvivenza storico-antropologica e che, per la verità raramente tranne che in pochi casi (tra cui quello di Magrelli), per dirla con Lévinas, si auto-contingenta, si misura e si rivolge al volto dell’altro come affermazione bilaterale dello stare in vita e in società. Un mutuo riconoscimento di libertà e di una resistenza etica condivisa, anche se faticosamente, contro l’imperialismo dell’Identico.
Sostiene Lacan che “l’ideale dell’io è un organismo di difesa perpetuato dall’io per prolungare la soddisfazione del soggetto. Ma è anche la funzione più depressiva, nel senso psichiatrico del termine”.

 

[La nota continua sulla rivista cartacea di Atelier]

 

 

Gisella Blanco

 

 

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BEL PASSATO

 

Accendo il cellulare di mattina
e mi trovo davanti una serie di foto
scattate qualche anno fa durante un viaggio.
La giungla, il paradiso, mia figlia che sorride:
sento una fitta al cuore.
Quanta felicità, e quanto lontana!
Poi però mi ricordo che quel giorno di merda
zoppicavo per un’operazione,
litigai con gli organizzatori,
litigai con mia figlia.
Ma perché, allora, tanta tenerezza retrospettiva?
Perché il passato è la nostra vita senza noi,
è il tempo con la museruola,
un tempo senza il morso del presente,
bello perché passato, perché assente.
Poi il telefono suona
e dolcemente riprendo a litigare.

 

 

 

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MODULI

Per me, compilare un modulo
equivale a subire un affronto.
Sono molestie, sevizie, sono Forche Caudine;
nel pc, poi, c’è addirittura un cronometro,
tanto per aumentare l’ansia.
Non solo devi farlo, ma devi farlo in fretta,
senza confondere password, codice utente o pin.
Infine, devi anche dimostrare che tu non sei una macchina,
bensì un uomo,
e devi provarlo a una macchina.
Ma se io sono un uomo, perché mi trovo qui?

 

 

 

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LAPSUS

In Indonesia un uomo (40 anni)
è morto quando la bara della madre
gli è scivolata addosso.
Durante le esequie, la vittima
e un gruppo di abitanti del villaggio
stavano issando il corpo su una torre
funeraria, ma la scala ha ceduto
compiendo la tragedia
(segue video).

 

 

 

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Valerio Magrelli, nato a Roma nel 1957, è scrittore, traduttore e professore ordinario di Letteratura Francese all’Università Roma Tre. Ha pubblicato Ora serrata retinae (Feltrinelli, 1980), Nature e venature (Mondadori, 1987), Esercizi di tipologia (Mondadori, 1992). Le tre raccolte, arricchite da versi successivi, sono poi confluite nel volume Poesie (1980-1992) e altre poesie (Einaudi 1996). Sempre per Einaudi sono usciti Didascalie per la lettura di un giornale (1999), Disturbi del sistema binario (2006) e Il commissario Magrelli (2018). Fra i suoi lavori critici, Profilo del dada (Lucarini 1990, Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione all’opera di Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry (Einaudi 2002, L’Harmattan 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Ha diretto per Einaudi la serie trilingue della collana «Scrittori tradotti da scrittori». Tra i suoi lavori in prosa: Nel condominio di carne (Einaudi 2003 e 2024), La vicevita. Treni e viaggi in treno (Laterza 2009), Addio al calcio (Einaudi 2010), Il Sessantotto realizzato da Mediaset (Einaudi 2011), Geologia di un padre (Einaudi 2013), La vicevita (Einaudi 2019) e Sopruso: istruzioni per l’uso (Einaudi 2019). È fra gli autori di Scena padre (Einaudi 2013). Ha pubblicato per Einaudi anche tre raccolte di poesie: Il sangue amaro (2014), Le cavie (2018) ed Exfanzia (2022). Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Sempre per Einaudi, ha pubblicato nel 2022 Proust e Céline. La mente e l’odio. Collabora alle pagine culturali di «Repubblica» e tiene una rubrica sul blog «il Reportage».

 

 

 

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© Fotografia di Dino Ignani.