Luigi Cannone, “Ottave” (puntoacapo, 2025) — Anteprima editoriale

 

Luigi Cannone, nato nel 1965, città dove vive e lavora, ha pubblicato le raccolte “Larghe chiazze chiare” (Joker, 2008), “Le cose come sono” (puntoacapo, 2011), “La resa” (ivi, 2014), “Estremi d’amore” (I fiori del torchio, 2015), “Il campo di nessuno” (Contatti, 2015) e “Ancora meno” (puntoacapo, 2021).
Singole poesie e scelte antologiche sono state pubblicate su numerose riviste e blog letterari.

 

 

*        *        *

 

 

 

 

*        *        *

 

Dalla prefazione di Daniele Ciacci:

 

Considerando l’incipit di questo meraviglioso libro di Luigi Cannone, e il suo Così fu (I, v. 1) che riecheggia manzoniane memorie, il lettore non potrà che dirsi lanciato in una nuova esperienza, in una nuova realtà.
Infatti, già dal primo verso della prima ottava la poesia di Cannone, con i suoi intarsi allitterativi di sibilanti e rotacismi, mette in chiara luce che il lettore non dovrà affrontare una semplice rappresentazione mimetica nella dimensione letteraria, quanto una vera e proprio avventura in un universo diverso. E, a mio parere, un lettore che voglia approcciare una lettura attenta e verticale dell’opera non potrà che scontrarsi con quella che è la “fisica” della nuova dimensione che l’autore sta esplorando. Infatti, laddove Così fu, ed è certissimo il mutarsi (I, v. 1) individua perfettamente il cambiamento, forse è invece meno visibile il passaggio a una dimensione esterna (quella della morte? Quella della non-vita?) che ha però le sue leggi e le sue meccaniche, la sua fisica e la sua chimica. […]

 

 

*        *        *

 

 

I

 

Così fu, ed è certissimo il mutarsi
del cielo e tutto dovrà essere qui
fino a quest’ora, sotto mille soli,
secondo la forma d’ogni destino.
Chiunque tu sia è l’inverno che cova
il luminoso giorno che ti addenta
e ti prego per l’anima del mondo
di non lasciare buio sullo sfondo.

 

 

*

 

 

II

 

Succede ancora di sentire in sogno
l’attesa d’un qualcosa tra la gente,
di traversare il mare o la fortuna,
d’essere morti e non saper più niente.
Il sogno è immaginarci in questa vita
come affondando il sasso nello stagno,
breve la luce che buio poi stringe,
lunga la notte che il giorno dipinge.

 

 

*

 

 

III

 

Fu allora che tutto diventò adesso,
l’esatto vacillare della foglia
dall’alto d’un qualcosa che rimane
e pure il suo guastarsi tra le dita.
In qualche punto vagano gli istanti
che ci hanno accompagnati qua vicino
e ci accompagneranno e sono stati
le foglie già cadute sopra i prati.

 

 

 

*

 

 

IV

 

Non so dire che questo luogo stanco
e d’apparenza il filo che mi lega
alla sua fine e che mi lascia vivo,
attorcigliato attorno a quel che appare.
In mezzo batte l’uomo la sua corsa,
privato un po’ di tutto e un po’ di nulla
per ordinarie estati e questo inverno,
sottratto e a volte aggiunto a un tempo eterno.

 

 

 

*

 

 

V

 

Così accade un trascinarsi perenne
e inappagato, un’altra morte, un caso
intorno alla memoria ed al rimorso,
inutile se vuoi come le pieghe
d’ogni vita al nostro stringere vano.
Ci hanno lasciati qui, le mani nude
e gli occhi dilatati nell’attesa
d’un presente, d’un infinita resa.

 

 

 

*        *        *

 

 

© Fotografia di proprietà dell’autore.