«Non parlare, ogni parola è calce alla mia tomba» | Inediti di Daniele Gigli

Nota introduttiva di Sarah Talita Silvestri

Una vertigine che va a reiterare l’indeterminatezza dell’Assoluto, «chiamalo Dio, se credi». La vita, la poesia, il sacro, una dialettica tragica, verso la nominazione. Gigli è una voce radicale, il conflitto con il poetare è estremo: non c’è possibilità di oggettivazione salvifica,  il linguaggio stesso partecipa della colpa e la tensione metafisica diventa dialogo serrato con l’assenza: qui traspare in penombra la filigrana eliotiana e la rivelazione si fa  miraggio, un’eco che viene a  dissolvere la parola, «calce alla mia tomba».

Il Tiresia di Gigli rovescia l’aura ieratica del veggente, muto in una landa desertificata a suggello di una cosmologia in negativo: il nome non salva, acuisce la vergogna ed Efialte, comune alter ego, il solo nome dell’umano fedifrago e spergiuro.

Il tempo è quello degli dei fuggiti, un tempo di privazione in cui il sacro si tiene ancora in serbo e indugia, e il poetare resta un canto senza parole, ‘un suono di cetra (Seitenspiel)’, per dirla con le parole di Heidegger. Il tempo è quello dell’impossibilità, non si scioglie il nodo gordiano tra mente e corpo, tra luce e consunzione, tra amore e dannazione. La poesia è in quest’ora il luogo della irrisolutezza, il dramma è aperto – dolorosamente, ostinatamente aperto.

La ripetizione martellante («mai via mai via mai via»; «solo e nero») costruisce una musicalità ossessiva che non è semplice enfasi, ma forma della coazione a ripetere: la poesia stessa è quel «tentare di ridire da decenni / una cosa e una cosa soltanto».

È la notte delle veglie (Leil Shimurim in ebraico), popolata da The hollow men, quella che si dipana nella sequenza La femmina e la terra: «la terra abbassa il cielo» e la ragione desiderando se stessa, scopre di desiderare un divino che si sottrae e insieme ustiona. È smisurata notte, febbre perenne, «dolore senza pelle», infamia sconfinata, «è l’universo all’ultimo respiro, / il mondo muore, il mondo si disgrana – / o non il mondo – il cuore: il sasso: io».

L’imminente passaggio da una metafisica della redenzione a una ontologia della combustione non estingue tuttavia la possibilità di un ritorno, si scava alla ricerca di ciò che si è perduto attraverso la parola, dove l’assenza di un’evidenza non è mai evidenza di un’assenza: «e dove sei, amore di una volta, dove sei?».

In questa epopteía, l’unica strada possibile per giungere al vero è sterrata, smisurata, evanida, passa attraverso la rinuncia di sé, il tramonto e lo svuotamento. È necessario prendere le distanze dall’essere monade autosussistente per guardare bene, perché forse è vero che ci si trova davvero quando ci si perde, allora sì che il mondo può essere ri-creato, annidarsi immenso nell’io.

Tra gli innumerevoli versi archiviati nei recessi dell’anima dal poeta, tra salmi, libri sapienziali e odi in pentametri giambici, un boato finale arriva «come un canto nella notte», silenzioso e potente schianto dalle altezze alle profondità dell’abisso. I versi di Gigli sono catabasi continua, si resta soli in balia di un «dio straniero che m’innalza e umilia», soli dentro a una bufera di fecondità femminea bramata e aridezza della vita.

 

 

Sarah Talita Silvestri

 

 

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LA FEMMINA E LA TERRA

 

«La ragione che desidera se stessa anche desidera il divino in forma di ragione».
Estate, finalmente, e finalmente il temporale spacca la carcassa
alla caldana, all’aria fitta e fragile come una crosta sulla pelle.
Un anno fa la brezza d’Occitania sfarfallava –
una promessa il mare, gli zingari, le tre Marie,
l’eterno infingimento di una vacanza eterna.
Amarti, amarmi, le due cose mi sembravano coincidere,
così dovute, così chiare
e non sapevo o lo sapevo, lo vedevo quando l’ombra si posava in terra,
lo vedevo che se il sole non feconda brucia,
che la luce amata è paradiso
e inferno se temuta,
e passa il tempo, passa il mondo
e quello che aspettiamo non arriva –
quello che aspettiamo non arriva.

 

 

 

*

 

 

Lo sa la foglia, quello che mi nutre mi consuma –
chiamalo Dio, se credi,
chiamalo destino, o morte o vita.

 

Questa è la terra: luogo di sfiducia e fraudolenza.
La morte ride – ancora qui?
Non eri andato nella luce certa, via da me, dalla paura? –
la morte irride e spezza ogni promessa,
l’amore-gabbia, l’amore che disserra –
tu non sai niente di dolore e sofferenza.

 

Se il corpo fosse tutta luce…
Sì, se fosse, piantala –
nessuno ascolta i tuoi lamenti e questo dire,
questo tentare di ridire da decenni
una cosa e una cosa soltanto.

 

Tiresia strizza le mammelle – non parlare, ogni parola è calce alla mia tomba,
l’avversario antico è sempre lì, rimosso, non dimenticato o vinto.

 

«Non ha mai fine la vergogna, vero?»
e guarda e ride un riso di vittoria.
Non ha mai fine, no. Noi tutta mente e niente corpo,
noi senza lenizione,
noi tutta mente superbia dannazione.

 

 

 

*

 

 

Amore amore amore
che cos’è questo dolore senza pelle, questa febbre che non passa,
amore di una volta, dove sei?

 

La notte non sa mai quando finire, non conosce la misura,
sta screanzata sul divano senza andarsene,
mai via mai via mai via neanche nel giorno.

 

Tu che piangi nel mio cuore, io che piango nel cuore di Dio, non chiedevo nient’altro…
E invece Efialte sputa dal loggione –
io lo sterile, io l’infecondo dio, quello che resta
solo e nero, solo e nero, solo e nero
a scorticarsi dove le lucertole sorridono,
nel sole che non scalda e osceno brucia,
che non scalda e brucia.

 

 

 

*

 

 

 «L’amore è qui, ti prende tra le grinfie»,
il sordo sente il cieco vede
e tutti, proprio tutti, aspettano la loro ricompensa.
Ludwig pensa alle parole che s’incartano,
io penso a dove sei, mio amore di una volta, a dove sei.

 

«Restiamo qui a parlare?» – e forse è torbida la luce, forse è chiara,
nemmeno più sappiamo dov’è il muro,
a quale santo ammettere la morte.

 

«Forse non li hai visti, ho fiori nuovi» –
belli, i fiori, così belli che vien voglia di strapparli.
La linea si accompagna al cerchio, il cerchio al mondo –
è l’universo all’ultimo respiro,
il mondo muore, il mondo si disgrana –
o non il mondo – il cuore: il sasso: io.

 

 

 

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La verità, la verità…
Non conta più, non è il momento:
chi ti ama e chi ti odia, questo conta adesso,
questo conta: chi ti odia e chi tu ami.

 

«Se stai un po’ zitto ti vorranno bene»
ma tu vieni nella notte come un canto, pura come un canto,
ti guardo attraversare la mia mente,
il sonno a custodirti –
e dove sei, amore di una volta, dove sei?

 

La terra abbassa il cielo,
tu vieni come un canto nella notte,
come un sogno,
un dio straniero che m’innalza e umilia,
che m’innalza e umilia.

 

 

 

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Daniele Gigli (Torino, 1978) è archivista documentalista e scrittore. Amante di T.S. Eliot, gli ha dedicato le traduzioni di The Hollow Men (Gli uomini svuotati, 2010) e Ash-Wednesday (Mercoledì delle Ceneri, 2013), oltre alla monografia T.S. Eliot. Nel fuoco del conoscere, pubblicata con Ares nel 2021. Per lo stesso editore ha curato una scelta di traduzioni da Emanuel Carnevali, Finché Dio ci vede (2023), mentre ancora a Eliot, e a Rodolfo Quadrelli, è dedicato il suo ultimo lavoro, Prima la realtà (2024). Ha pubblicato quattro libri di scrittura in versi, i più recenti dei quali sono Fuoco unanime (2015, 2016) e Di odore e di generazione (2019).

 

 

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