Maria Pia Quintavalla, “Saudade (2017-2020) – Puntoacapo Editrice – Anteprima editoriale

Maria Pia Quintavalla, nata a Parma, vive a Milano I suoi libri: Cantare semplice, Tam Tam‘84, Lettere giovani Campanotto ’90, Il Cantare, Campanotto‘91, Le Moradas, Empiria‘96, Estranea(canzone)Manni 2000, Corpus solum, Archivi‘900, 2002, Album feriale Archinto 2005, Selected Poems, Gradiva 2008, N.Y. China, Effige 2010, I Compianti, Effigie 2013/ ‘15, Vitae, La Vita felice 2017, Quinta vez, Stampa2009, 2018, Estranea (canzone), ristampata e riveduta, Puntoacapo 2022. Cura dal 1985 la rassegna, Donne in poesia/Incontri con le poetesse italiane, e le sue antologie e sue rubriche, da Le Silenziosea a La giovinezza del canone. Ha curato Bambini in rima / La poesia nella scuola dell’obbligo, Atti su Alfabeta 1988, Coppie del ‘900 in poesia / Un canone italiano, Palatina 2018, Parma. Tra i premi: Cittadella, Alghero Donna, Nosside, Città S.Vito, Contini, Alda Merini, Pontedilegno, Città di Como, Europa in versi. In cinquina al Viareggio.Premio alla carriera a Cerreto d’Esi, Paesaggio interiore, 2023. Ultime antologie: Braci a cura di Arnaldo Colasanti, Bompiani 2020, La Poesia italiana degli anni ottanta, IV volume a cura di Sabrina Stroppa, UniTo, ed.Pensa. Tradotta: Certa, Une autre poésie italienne, Tubinga Università, Europa in versi etc).Compare nell’Atlante voci poesia, curato da Giovanna Iorio, e sue installazioni,(Londra,Praga, Italia). Redattrice Menabò, in Giuria Premio Terre d’ulivi. Collabora a Metaphorica. Conduce labs lingua italiana a Lettere, UniMi.

 

 

La Casa dodici
dedicato alla dodicesima casa astrale, ultima, connessa al segno dei pesci

La Casa dodici è uno spazio ospitale,
tutte le struggenti grazie piovono
e segnano
di religiose dimore i rossi sogni
struggenti di sangue piovàno
esse parlano –
da soffitti immensi o a cielo aperto:
nella casa dodici
noi si entrerà aux splendides villes.

A volte le parole non servono
a descrivere
di epiche navigazioni, a cavalcare
la casa delle sciagure perché
in fondo essa dista miglia
e se più saggi, ce ne dimentichiamo,
le sue struggenti angosce.

Ma un cavallo puntato ad
est
verso il cielo, le ausculta
è diritto e corre

un cavallo più bianco è la sua mente
e corre più veloce del baleno
fu il passato –

ma nell’oceano possiamo alfine riposare,
disposti i musi dei cavalli all’eterno
dove sono rivolti,
le teste sui cuscini o alle ginocchia
dei nostri estatici compagni.

Ed ora non vedo più l’angelo sterminatore
che accompagnò la prima volta
che seppi di abitare, anch’io
la casa dodici –
casa dalle infinite e rutilanti procelle,
dove le barche progrediscono
nel non visto e temibile eco.

Ecco,
sono giovani sirene a farsi incontro
nella magnifica casa dodici,
di procellose promesse
e addormentati sogni a loro prova,
ma Lei è viva.

Le scalinate delle rose, a esempio
sono reali,
sono di un trono che abbandonammo,
divino, per sederci in basso
da pellegrini sempre più
piccoli. E che fare allora,
ritirare le allettanti promesse.

Nella casa dodici si procede
e si nuota come pesci
nell’infinito rotante delle lune.

*

Sono un nave libica

Sono una nave libica migrante
in rotta,
la sembro e vedo mentre mi parlano
qui dentro il tram serale,
code di cavallo rinverdite da mèche
mi scuotono
davanti ai gesti che parlano nel tram;

e i tram corrono circolarmente,
su circonvallazioni eterne
di periferia.

Ero una vita in tram,
ero una donna in treno e troppe vite insanamente,
chi spezzate, chi incapaci a parlarsi,
sordomute

ero una nave libica sferzata,
ogni giorno e ogni notte a viaggiare,
rifuggendo, e poi morire;
fiato di molle rabbia ragionata,
stortura del controllo sulle vite
trattate, e poi vendute
come la mia, migrante.

Per una vita di periferico abbandono,
io, tradotta di melma e nulla,
sgranata forma del mio nulla,
e della cenere che non guarisce.

Sembro una nave già affondata,
da anni senza più pensiero senza
sue parole, senza un suo cuore fluido
nero,
incattivita senza un piano bar una musica,
un silenzio dove
nelle formate storie riprodurre
il senso suono della vita.

 

*

 

SAUDADE
2020-2022

dal latino: solitas, solitatis = solitudine,
intenso desiderio di qualcosa di ASSENTE
in quanto perduto, o non ancora raggiunto

 

Assetati di giustizia

Gli assetati di giustizia non sanno scrivere
i comizi dell’amore;
dove rinascono parole la terra cresce
sul limen del paesaggio,
in case già disabitate –

(da quando tu sparisti, l’eterno tutto
qui insepolto, chiuso
in un pugno della mano).

Quello che fu distrutto
non fu per distrazione, ma per incuria
per assenza di tempo,
di battito del cuore, e intorno tante piccole vite –
le più vicine erano a lei lontane.

Gli assetati di giustizia deposero le colpe,
le ossessioni, le calmarono
in un composita solvantur
e dietro, la visione-fioritura,
le fattezze dell’amore.

*

Giorni come fucilazioni

Giorni come fucilazioni,
i lunedì come bolle d’aria
e restare là apneici, per giorni interi –
senza pensieri tortorelle, senza
più luminose della fronte, stelle
in una fucilazione imprevedibile,
di serenate attese.

Invece,
la vita fu accettata (tu, accettala
perché un dono),
cosi avrai la tua parte di appestata,
inebetita di anima viva,
solamente perché così si è vivi –

Essere felice per volere di una
figlia, è possibile.

Ecco la bontà della plastica, le dissi un giorno,
mostrandole il filmato ecologico
sulla deriva galoppata di monnezza,
nelle acque interne del pianeta si parlava
di cambi climatici
e Lei là, che si truccava gli occhi,
ad essi soli riconsegnava il mondo.

Ogni fare è potente, e valoroso
come un arco:
un soldato che difende la vita,
tutto questo è una figlia.

Mi piacerebbe scrivere prose religiose
per non ferirmi più,
per il volere di un dio sopra ogni cosa
dire che io e te siamo già un cosmo,
ripensarlo, e il grazie costruire.

Ma la gente non accoglieva i suoi tesori,
e quindi li stipava insieme.