«L’ago del mondo in me» — Ospite: Andrea Peracchi

Dialoghi di poetica a cura di Silvia Patrizio

 

 

 

 

Io penso effettivamente con la penna, perché la mia testa spesso
non sa nulla di ciò che la mia mano scrive.
Wittgenstein, Pensieri diversi

 

 

 

 

S.P. Wittgenstein, nei Pensieri diversi da cui trae ispirazione questa nostra chiacchierata, si mostra interessato a cogliere, quasi a sorprendere, il momento in cui «il pensiero (…) lavora per arrivare alla luce». Mi piace immaginare che l’àncora per questa risalita sia il verso. Nella stessa opera, Wittgenstein precisa: «credo di aver riassunto la mia posizione nei confronti della filosofia quando ho detto che la filosofia andrebbe scritta soltanto come composizione poetica» specificando ulteriormente che «il lavoro filosofico è propriamente… un lavoro su se stessi. Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose. (E su cosa si pretende da esse)». Qual è la tua posizione nei confronti di una concezione della poesia come sguardo euristico in cui alla riflessione ‘filosofica’, in un senso molto ampio e composito del termine, si intrecciano indagine estetica e formale? Recuperando l’etimologia greca della parola, che si appoggia al verbo poiêin (fare), può la poesia divenire esercizio di sguardo critico su di sé e, di conseguenza, sul proprio modo di guardare alla realtà? Portando all’estremo limite queste riflessioni, il sé resiste alla poesia?

A.P. Il mio vicino di casa, ex pasticcere ora vegano, lavora i rami del salice, all’antica; li intreccia e ne fa canestri che in parte utilizza e in parte regala. Sono gesti che stagionalmente, negli anni, in disparte, si ripetono identici. Quell’uomo al lavoro attrae, chiama. Qualcosa commuove. Ricorda certe vite dei padri del deserto, il loro farsi in dio intrecciando canestri.
Questo piccolo scorcio d’umanità potrebbe dirci qualcosa sul valore dello sguardo che si esercita sul mondo. Sbilanciandomi potrei inoltre affermare che non sono io che guardo certi accadimenti, sono loro che si rivolgono a me. Questa ribaltata prospettiva è una sensazione piuttosto chiara (l’ho conosciuta da ragazzo, prima di trovarla enunciata altrove) e mi sgrava da una fatica di intelletto, da un pensiero attivo che s’impone sul reale, definendolo. Accade così, distrattamente. Accade e basta. Bisogna, credo, lasciarsi cogliere da questi sguardi. Di solito succede per cose trascurabili: un tono di voce, un impaccio amorevole dentro una città, la fragilità non controllata di un attore o attrice in scena. Diversamente straniero mi riconosco e patisco assieme ad esse.

 

 

S.P. Come si tratteggia, nella tua poetica, il limite poroso tra esperienza privata e universalità del linguaggio? Se poesia è ‘messa in forma’, in che rapporto sta il gesto poetico col magmatico coagularsi dell’esperienza, personale e collettiva? Questo confine di difficile definizione influenza in qualche modo la tua concezione della scrittura?

A.P. Trovare un coltello che fu di una cena antenata, vangando un pezzo di terra, scoprirne il colore rosso rugginoso è un evento; vale la pena indugiare su questo dettaglio perché ha la stessa dignità d’esistere della crisi dei valori democratici con annesse opinioni. Contribuisce, interviene nella creazione del mondo. È una esperienza che ha a che fare anche con la bellezza. Qualcosa, a volte, cade in versi. Se non si veste poeticamente un pensiero pregresso c’è poi più aria per la poesia. È un lavoro lungo e, come dice in napoletano una nota marca di pasta asciutta, ci vuole tempo.

 

 

 

S.P. «La realtà non è tenace, non è forte, ha bisogno della nostra protezione», denuncia Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo. Personalmente ritengo che, se esiste possibilità di protezione, questa si realizzi soltanto affinando uno sguardo attento, capace di non dissimulare, che attraversa e fa suo il coraggio della testimonianza. Come ti poni nei confronti del rapporto tra poesia e realtà? Esiste, dal tuo punto di vista, una qualche forma di potere del linguaggio poetico sulla realtà?

A.P. La realtà fenomenica e il suo rovescio si parlano, bisticciano, per trovare un punto di reciproco disaccordo. Da quella tensione può nascere qualcosa.

Occorrerebbe forse salvaguardare l’inutilità della poesia, piuttosto di cercarne l’incidenza concreta nel mondo, la necessità. Dopotutto non ha giustificazioni. Inutile certo, o inservibile, ma nell’accezione rilkiana di “divinamente”; non mira ad ottenere qualcosa, non vuol fare, retoricamente, un mondo migliore. Basterebbe quindi esperirne la gratuità, intuirne la portata e per quali privatissime vie possa accompagnare.

Un esempio: annualmente ritorno su di un esile libro di poesie di Lamberto Maccioni, Epicuro, che nel 1965 inaugurò l’elegantissima collana di poeti contemporanei curata da Salvatore Quasimodo per Marotta Editore. Leggere i versi di Maccioni è avere a che fare con una esperienza conoscitiva del mondo, con moti interni ed esterni, con un ritmo, un dettato, una prospettiva che insieme evocano poesia. Questo incontro mi cambia, interviene, non c’è dubbio, ma non saprei dire concretamente in che modo. D’altronde come ci cambia l’ascolto del Quartetto per archi in La minore, Op. 132 di Beethoven, il suo Molto Adagio, quella musica che sembra sempre sul punto di estinguere sé stessa, tendere al silenzio? Non saprei. C’è chi queste cose le ha prese sul serio, e non mi riferisco soltanto al vieillard prodige di un Caproni Kevenhüller, ma anche alla tragica vicenda di vita e di poesia che riguarda Remo Pagnanelli.

 

 

 

S.P. Per convocare un altro interessante pensatore del secolo scorso, c’è un passaggio di Essere e tempo in cui Heidegger utilizza il termine cura per descrivere il modo in cui l’essere umano si relaziona al mondo, agli altri esseri e a se stesso. L’aver cura è il modo in cui l’uomo, in una modalità di esser-ci che Heidegger definisce ‘autentica’, si fa carico del proprio essere e del suo rapporto col mondo. Esiste, secondo te, una relazione tra poesia e cura? Eventualmente, quale accezione restituisci a questo termine nel suo rapporto col fare poetico?

A.P.  Non saprei rispondere in modo netto a queste domande. È un terreno scivoloso. Provo a prenderle dal lato apparentemente opposto dicendo (niente di nuovo) che c’è una ferita, immedicabile, che riguarda tutti e tutti agguaglia. L’arte (compresa la poesia) ricorda e riporta tale ferita. Non so se poi offra unguenti medicamentosi oppure prema sulla ferita stessa aumentandone il dolore… forse entrambe le cose, contemporaneamente. Certe pagine di Genet ne parlano in modo religiosamente sublime.

Il “fare poetico”, se sciolto dai nodi dell’utile, del sociale e contingente, lontano dalla ricerca del meraviglioso contempla un vuoto desiderante, che risuona. Chi legge e scrive onestamente dovrà pur confrontarcisi, imparare a sue spese la disperazione di una lingua, la sua estraneità, le mancanze inappellabili; ammettere la propria impotenza e senza pretese di profondità aver cura della superfice. Talvolta le cose affiorano. È una fortuna sfiorarle.

 

 

 

S.P. Tornando a parlare di ‘messa in forma’, come concepisci il rapporto tra poesia e altre arti? Questo tema ha toccato la tua ricerca? Pensi possa esistere un linguaggio inclusivo che non imponga confini all’espressione ma, al contrario, lavori sulla ridefinizione stessa del limite?

A.P.  Certe terrecotte di Ilario Fioravanti hanno fatto più densa la mia scrittura, le periferie di Sironi figurano una solitudine che appartiene mentre alcune partite serali a carte di Rosai (se le guardo nell’edizione Vallecchi del ‘41 curata da Gatto) riaccordano a un mondo originario. Vengo da lì, in quei quadri c’è mio nonno. Non si fa poesia con la sola poesia e i muri scrostati sorridono alle loro imitazioni su tela. Vita che si riversa in arte che si riversa in vita e così via.

Mi scrisse una volta Marzio Pieri: «Chiunque può scrivere dei bei versi, la poesia è un’altra cosa». Queste sono parole che ripenso spesso e che mi aiutano, senza essere complici, a guardare, cercare la poesia. Se e quando incontro un poeta (vivente e non), ascolto una voce che si pronuncia fuori da una diffusa coralità, un diverso modo di orientarsi.

C’è poi il teatro, altro luogo dove vivo e lavoro. Qui la poesia si declina dentro una partitura di linguaggi che agiscono contemporaneamente, offrono un quadro vivente insieme a chi partecipa quella sera, in scena e come spettatore. Mi è caro perché permette di frequentare l’impermanenza, la sua solitudine, prenderne coscienza; ciò che accade svanisce nell’atto di compiersi, e per un po’ riverbera, agisce altrove. È capitato qualcosa, dove è finito? Non c’è più?

 

 

 

S.P. Per concludere, vorrei proporti un’altra stimolante provocazione che Wittgenstein lascia alle pagine dei suoi Pensieri diversi: «io non devo essere nient’altro che lo specchio nel quale il mio lettore veda il proprio pensiero con tutte le sue deformità e riesca poi, grazie a tale aiuto, a metterlo a posto». A quale ipotetico rapporto col lettore senti di acconsentire attraverso la tua poetica?

A.P.  A un rapporto di reciproca affabilità, ad un dialogo, non con me ma con i versi che una volta resi di pubblico dominio prenderanno una loro strada. I versi sono bisognosi eppure non chiedono conferme, non si pongono mai come dogmi. Approderanno forse in altre voci ed esperienze, in altre vite, oppure niente di tutto questo. Poco male. Tra silenzi e abbài seguiranno un cammino che non ho previsto.

Aggiungo poi che non ho mai sentito separazione tra me scrivente e me lettore. Sono entrambi modi attivi di attraversare una materia.

Frequentare poesia è avere a che fare con qualcosa di vivo, continuamente in moto, instabile. Assomiglia a certi ottimi vini che lavorano senza fretta e variano le proprie qualità in botte come in bottiglia. Dipendono dal tempo e dalle stagioni. Io li chiamo vini da meditazione. Ricordo un Gravner bevuto a Moneglia, irripetibile.

La bottiglia bevuta oggi non sarà mai uguale a quella, con lo stesso vino, bevuta fra due anni… sarà cambiato internamente, benché chiuso, il vino, sarò cambiato io. Alcuni poeti venti anni fa (pur conoscendone a memoria i versi) non parlavano come parlano ora, i versi sono sempre gli stessi ma l’angolazione dalla quale emergono, le loro relazioni con il mondo no. È cambiato il loro modo di leggermi, di porsi.

 

 

Di seguito alcuni versi inediti che cercano di avvicinarsi alle domande…

 

 

 

Nota. Il titolo della rubrica è la rivisitazione di un verso tratto alla poesia La partenza, di Franco Fortini.

 

 

 

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da Vernacoli nell’orto

 

 

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che sto a farci qui, se penso delicata
invogliante la magrezza delle lunarie
la loro sottomessa fragilità
al vento poco sobrio di stasera

 

 

 

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c’è chi aggalla con lo stile del morto
chi, al netto di paure, viene scelto
intanto siamo qui
nel punto esatto del solito saluto
io te
nel dominio di certezze cedevoli
disertori da un presente troppo attuale
altrove sempre noi
chiamati a convergenze occasionali
con insegne, cartelli, scarti
scritti sui muri certi nomi
i loro suoni

 

 

 

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ma una dolcezza orante
chiama ancora indietro i cani
corre il coagulo dei monti
lingua di radici
intraducibile prossimità

 

 

 

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amo la bellezza, perché sola
ai margini si mostra
cosa non vista
guardala
con un talento tutto suo sta in ombra
e dall’ombra ricompone
luce
non cede allo sguardo
rivendica diverse attenzioni

resta un amaro inservibile
che non si spiega

 

 

 

 

da Cinema Cielo

 

 

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anche tu sei nella casa comune dei dolenti
che si sentono in prestito, si orientano
fra luci artificiali

ti abituerai alla pratica del sole chiuso fuori
frequenterai la notte sotto mentite spoglie
impermanenza emozionale

andrai lontano la misura di un gesto
pagandone i postumi con qualche omaggio
cercando di farlo rientrare

 

 

 

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sono giorni di mutue inconsistenze
le vetrine confermano

non credere che un cappello elegante
dia qualcosa, che una posa possa riparare

ogni volta ripieghi, dal retro, in teatro
domandi quale forma, di che sostanza il lapidario

 

 

Cinema cielo è anche e soprattutto il titolo di uno spettacolo teatrale di Danio Manfredini. All’interno di questo storico lavoro ho avuto l’occasione di sostituire, per una manciata di repliche, l’attore, amico e maestro Vincenzo Del Prete. Ne è nata una piccola sezione di versi inediti.

 

 

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Andrea Peracchi nasce a Parma nel 1984 e lì si laurea in lettere moderne. Dopodiché ha fatto diversi mestieri (senza mai impararne davvero uno) per vivere e sopravvivere: agricoltore, vignaiolo, insegnante di teatro, taglialegna, caposala presso un agriturismo ecc. Nel 2008 pubblica per la Monte Università Parma Editore (MUP) la silloge Poesie. Seguono Cronache dal nulla (Atelier sessantacinque, 2014) e, assieme all’attrice e poetessa Ilaria Drago, Vririditas, tornare vivi (Nemapress Edizioni, 2020). Di quest’ultimo lavoro esiste una performance teatrale e un concerto poetico-elettronico per voci. Suoi versi sono presenti in antologie e riviste cartacee. Alla ricerca poetica accompagna il lavoro teatrale. Tra le diverse produzioni cui partecipa come attore e autore ricordiamo l’ultima, in lavorazione, assieme al Teatro Medico Ipnotico, Il conte di Kevenhüller, ispirato all’opera omonima di Giorgio Caproni.

 

Silvia Patrizio nasce a Pavia nel 1981. Dopo il liceo classico si laurea in filosofia, specializzandosi successivamente in filosofie del subcontinente indiano e lingua sanscrita. ‘Smentire il bianco’ (Arcipelagoitaca, 2023), la sua prima raccolta poetica, con prefazione di Andrea De Alberti e postfazione di Davide Ferrari, vince la III edizione del premio nazionale Versante ripido (2024) e il primo premio assoluto alla XVI edizione del premio nazionale Sygla – Chiaramonte Gulfi (2024), classificandosi anche al primo posto nella sezione poesia edita del medesimo premio. La silloge ha ricevuto, inoltre, una segnalazione ai premi nazionali Lorenzo Montano 2023 e Bologna in Lettere 2023 ed è risultata tra i finalisti del premio Pagliarani 2024. Suoi testi compaiono su diversi lit-blog e riviste, sia cartacee che online, tra cui L’anello critico 2023 (Capire Edizioni, 2024); Metaphorica – Semestrale di poesia (Edizioni Efesto, 2024); GradivaInternational Journal of Italian Poetry (Olschki Edizioni, 2023); Officina Poesia Nuovi Argomenti (2023); Inverso – Giornale di poesia (2023); Universo PoesiaStrisciarossa (2023). Fa parte della redazione della rivista Atelier Online. Tutte le sue passioni stanno nei dintorni della poesia.

 

 

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© Foto di proprietà di Martina Baschieri