«La caduta ossigena la vetta» | Inediti di Ianus Pravo

Nota di Sarah Talita Silvestri

 

Non è tanto l’omen del nomen, quanto la percezione che esala dai suoi versi, la dualità dell’esistere, il crollo esiziale, la caduta che ossigena la vetta, a rievocare in me un denario del 119 a.C. con testa laureata di Giano bifronte al dritto, scisso in due per ottenere dei divisionali e sopperire alla mancanza di monete di valore minore.

La simmetria delle due teste del dio rendeva la moneta visivamente predisposta a un taglio centrale perfetto, che lasciava un volto intero su ciascuna delle due metà, mantenendo una sorta di completezza estetica anche nella frazione.

È il vincolo ineludibile tra presenza e assenza, l’aporia tra immanenza e trascendenza.

«Che il due, un numero, sia uno», scrive lo stesso in epigrafe a Estantigua, volume vergato a quattro mani con Leopoldo Maria Panero.

Immagino Pravo seduto su una panchina di Las Palmas, accanto al “prigioniero vietnamita” che detta il Discepolo della follia, intento a scrivere dentro il nembo di fumo intenso e speziato di Camel, invischiato tra l’attesa, pronunciata, e la sua sparizione.

«Ehi, imperatore, non sarai mica un agente della CIA?»[1], gli chiese un giorno Panero.

Per quanto mi riguarda potrebbe a ragione essere un imperatore di origine germanica, uno di quei busti radiati e corazzati o paludati su antoniniani di III secolo, generale autorevole della parola, indomito osservatore superstite di fronte alla decadenza, al tumulto di popoli.

Una stratigrafia si dipana dai versi inediti di Ianus Pravo, desultor (saltatore, colui che si slancia) di una vorticosa liturgia inaudita, imbandita da mani amputate. C’è sempre una mano mozzata, come se la deformità fosse la condizione precipua: si legge Pravo solo attraverso una lente anamorfica e la distanza costante è l’enigma della rivelazione.

Exigua prohibemur aqua[2], ci divide un sottile velo d’acqua. La poesia di Pravo è il luogo di un incontro mancato, un pasto inconsumato all’infinito, e ciò che impedisce è l’esiguo non-visto, i pochi millimetri tra l’osservatore e l’osservato, tra Narciso e il suo riflesso: minimum est, quod amantibus obstat[3], è un nulla ciò che ostacola gli amanti.

La pagina bianca è la mensa-specchio, drappo filiforme spezzato all’infinito.

Nell’ordito franto di questi inediti, la bellezza non si offre mai come epifania pacificante, né come splendore che ricomponga le lacerazioni della storia, assume piuttosto la forma severa di una istanza giudicante, una sentenza di colpa e scissione.

È attraverso la frattura, la ferita, che il varco si apre, il farsi frantumi, il divenire due, la conoscenza allo spezzare del pane, la pagina bianca del pane, il verso strozzato sugli azzimi come unico mezzo per comunicare, balbettare qualcosa che la voce incendia sulla bocca, fare Poesia in mezzo alla desolazione, suonare il carnyx ruggente prima della battaglia.

La soglia è incrinata, il sorriso accompagna l’orrore, il verso oscilla tra la parola e la sua stessa rovina. La giustizia prossima alla vendetta e il silenzio come sola responsabilità.

È una metastoria della degradazione, schegge scarnificate, i luoghi specchi, tensione del bianco, non candore ingenuo, ma residuo tremante, resto minimo sottratto alla contaminazione del mondo. È un bianco imprigionato e custode, fragile eppure irriducibile, che sopravvive come brace fino all’osceno teatro di Abu Ghraib. La bellezza non coincide con lo spettacolo, al contrario, si sottrae alla visibilità, si contrae in un’essenzialità scabra, quasi mineralizzata. La lingua stessa, ellittica e nominale, pare obbedire a questa economia della sottrazione: la bellezza non viene detta per ornamento, ma trattenuta come un pane spezzato all’infinito e mai consumato.

Come l’allegoria de “L’Errore” di Coypel, la benda sugli occhi di un consultante catoptromantico, il verso di Pravo è teso nel vuoto tra implorazione e deplorazione, speleologia di un Erebo ebbro terreno e incarnato.

Se la quotidianità della poesia è popolata da comparse sconsacranti urbi et orbi che ricevono e si scambiano gloria e onore su pergami elevatissimi, Ianus Pravo resta seduto sulla panchina di Las Palmas, ed è da seduti, come dice Meister Eckhart, che si riceve più che in piedi, è dal fondo della terra che l’uomo inabissato può scorgere veramente la sete di una mano / il bianco che vacillante / imprigionato / custodisce.

 

 

Sarah Talita Silvestri

 

 

 

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spezzato il pane
spezzato all’infinito
il pane
infinito ho tra le mani
ha le mani pure ma non ha le mani
il gorgo d’ascia nello spiazzo
rivoltato l’occhio chiuso
della casa esposti
i denti al pasto
inconsumato all’infinito Todtnauberg
ascia nel folto le mani
ha le mani pure ma non ha le mani
nulla è degno del mio odio ma
infinita la mia
prodigalità
il maestro del sospetto che storna lo sguardo
dallo specchio perverte
la pagina bianca del pane
la benda sugli occhi di un consultante catoptromantico
il crollo congelato del volto
lamina congelata lo specchio
né volto né specchio nel volto nello specchio
la pagina bianca del pane
e delle mani
la selce d’acqua che edifica in uno sputo
la sete di una mano
il bianco che vacillante
imprigionato
custodisce

 

 

 

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ho ripetuto nel primo
l’ultimo sguardo
il doppio gioco dell’anello
che si spezza
la caduta ossigena la vetta
le scarpe radicate nella fame di vertebre
nel tempo fuoriuscito da un calco di spazio
fresco di fango l’impugnare
i passi lungo il muro
il magro profondo
tra torsione e rugosità
nei cunei d’ombra colati
dalle braccia e le labbra
suturate nel primo
voltafaccia al fruscio
del fango alla pasta
del suo tatto
il passaggio di un Lenz nelle potenze della terra
e il suo separarsene la volontà
dello spazio nel sangue
sul Tagliamento
il cielo livido come un animale ferito

 

 

 

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i musi dei cani
in traino da cinghie di sorrisi
in Abu Ghraib nell’escremento
del sorriso sorridono
le mani dell’immondizia
santa dammi ciò che hai gettato
da te assenza di sostantivo
l’oblio atto di
estrema lucidità
una multitudine di andatura spuria a pesare
un grammo di bianco in canile
un Abu Ghraib di impermanenza
muso di cane a fondo
nella mano dell’immondizia
santa del sorriso
disgiuntivo dei morsi sull’azzurro
i morsi ripetuti e ripetuti
che dividono lo scarto
quella buona volontà a cui è
vietato l’ozio di Dio

 

 

 

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Gerechtigkeit Gerächtigkeit
che giustizia derivi da Räche
vendetta
in un racconto di Böll
in una lettera dal carcere di Brigitte Heinrich
tradisce lo spirito che vuole
essere tradito assecondare
il plumbeo animato della fame che la
voce incendia sulla bocca
l’alone di luce che striscia dai vomiti
che qualcuno lo aiuti
rinchiudetelo in un ospedale psichiatrico
lo spirito che vuole la carne
il giudizio lo spirito che vuole
essere tradito dalla caducità
di sé il pacato schizocorpo
di Cristo
solo chi è morto sopravvive alla bellezza
sopravvive alla giustizia della bellezza

 

 

 

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Ianus Pravo è nato a Treviso, vive da molti anni a Barcellona (Spagna).

Ha pubblicato, tra gli altri, i volumi di poesia:

  • “Senz’arma che dia carne all’imperium”, con Leopoldo María Panero, pref. di Andrea Ponso, note critiche di Paolo Valesio e Alessandro Polcri, SEF edizioni, Firenze, 2011 – (versione spagnola: El Ángel Caído Ediciones, Las Palmas de Gran Canaria, 2015).
  • “Il cervo giudicato” (postfazione di Maria Grazia Insinga), Anterem Edizioni, Verona, 2022.
  • “Plaga – Pro statuere” , Edizioni dello Straniero, Napoli, 2024.
  • “Levkas” (prefazione di Diego Riccobene), Il Convivio Editore, Catania, 2024.
  • “Tarocchi per la volontà di potenza” (con immagini di Silvia Pepe), Niederngasse, Cremona,
    2026.

Nel libro “Il tappeto e la farfalla. La poesia come evento antropologico”, a cura di Cristiana
Panella e Carlo Salzani (2026, Puntoacapo Editrice) è presente con il monologo teatrale “L’ira della rosa”.

Ha tradotto in italiano, di Leopoldo María Panero:

  • “Narciso nell’accordo estremo dei flauti”, Azimut Editore, Roma, 2005.
  • “Dal Manicomio di Mondragón”, Azimut Editore, Roma, 2007.
  • “Peter Pan non è che un nome”, (con Sebastiano Gatto), Poesie 1970-2009, Il Ponte del Sale Editore, Rovigo, 2011.
  • “Il cervo applaudito”, EDB Edizioni, Milano, 2013.

 

 

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© La fotografia è di Michela Scalia.

 

 

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[1] Riporto la testimonianza contenuta nel saggio di I. Pravo,  L.M. Panero, Il prigioniero vietnamita, in «Avamposto», n. 1, 2022, pp. 29-44.

[2] Ovidio, Metamorfosi, III, 450.

[3] Ibidem, III, 454.