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In Discorso su Dante, scritto nella primavera del 1933, Osip Mandel’štam afferma che la poesia emerge dall’incrocio tra due risonanze: quella dei mezzi – il ritmo, i suoni – e quella del discorso vero e proprio, che potremmo identificare con il significato.
Ben lontana dall’essere stabile, l’arte poetica consiste soprattutto in una metamorfosi: non «la metamorfosi da tenia del cinema, nel quale le inquadrature non fanno che susseguirsi senza lotta»[1], ma una trasformazione riottosa, simile al contrasto tra due combattenti che si avvinghiano affannosamente: secondo l’autore russo, la vita di un verso equivale alla morte dell’altro, almeno nelle migliori poesie.
È indice di un testo ben riuscito, infatti, che i «segnali-onde semantici»[2] scaturiti da un insieme di parole si dileguino in fretta. Maggiore è la velocità con cui le immagini ci abbandonano, maggiore è la loro intensità. Allo stesso tempo, la qualità di una poesia è determinata «dalla rapidità e decisione con cui quest’ultima inserisce il proprio comando programmatico nel processo di genesi della parola»[3].
Cosa sta cercando di dirci Mandel’štam? In prima istanza, che quando maneggiamo il linguaggio poetico si compie una vera e propria genesi. La parola, con tutta la sua portata evocativa, viene estratta dal buio, sia da chi scrive, sia da chi legge. Ogni vocabolo porta con sé una moltitudine di significati di cui spesso non ci rendiamo conto; pronunciando la parola “sole”, spiega il poeta, «passiamo attraverso tutto un ciclo»[4]. In secondo luogo, Mandel’štam sta tentando di dirci che leggere una poesia ha a che fare con l’esecuzione di un ordine. Più quest’ultimo è rapido e deciso, senz’appello, più il testo è valido.
Ogni poesia, infatti, contiene in sé un comando programmatico. Tramite il verso, ci sprona ad eseguire «l’atto chiarificatore della comprensione-realizzazione»[5]; ci invita, cioè, a realizzare nella nostra mente, attraverso la comprensione, ciò che il poeta ha scritto. Leggendo, strappiamo dall’oblio le parole impresse sulla carta, le illuminiamo con l’intelletto e le abbandoniamo un attimo dopo, pronti ad assolvere il nostro dovere nel verso successivo.
Prendiamo, per esempio, il seguente passaggio di Mandel’štam, tratto dalla celebre lirica Chi trova un ferro di cavallo, qui nella versione tradotta da Paul Celan e ritradotta in italiano da Dario Borso:
«L’aria è scura come l’acqua e tutto ciò che è vivo
vi nuota come i pesci,
fendendo con le pinne una sfera
dura, elastica, appena tiepida –
un cristallo dove girano ruote e si impennano cavalli,
l’humus umido di Neera rivoltato ogni notte
con forche, tridenti, zappe e aratri.
L’aria è altrettanto densa della terra –
non si esce fuori, entrarci è arduo.
Un fruscio di mazza corre verde per la boscaglia;
i bimbi giocano con le vertebre di animali morti»[6].
Basta un istante per entrare nel flusso del dettato, per esserne inghiottiti e saltare da un verso all’altro come in trance, focalizzati sull’azione in corso. C’è lotta ovunque: tra l’aria e l’acqua, i pesci e i cavalli, i bambini e le vertebre di animali morti. Gli ordini impartiti sono molto chiari, e la forza di un brano come questo consiste proprio nella sua metamorfosi rabbiosa, che rende impossibile riassumere il testo in due parole. Fissare il discorso poetico in un’immagine, nel tentativo di spiegarlo, equivale ad amputarne l’essenza trasformativa, significa operare una banalizzazione annientatrice e imperdonabile.
«Ricercare il senso del discorso poetico» scrive infatti Mandel’štam sempre in Discorso su Dante, «è come attraversare da una riva all’altra un fiume ingombro di instabili giunche cinesi variamente orientate: non si può ricostruire l’itinerario interrogando i battellieri, i quali non sapranno dirci come e perché siamo saltati da una giunca all’altra»[7]. Le poesie si attraversano in balia di un istinto più grande che ci lascia storditi; se questo non avviene, se siamo in grado di ricostruire il nostro itinerario senza intoppi, se i battellieri sanno rispondere alle nostre domande, ci troviamo di fronte a una pessima prova poetica. «Dove è possibile la parafrasi» dichiara l’autore russo, «le lenzuola non sono gualcite, la poesia non ha pernottato»[8].
Il discorso poetico è «un tappeto intessuto di molteplici trame»[9], un «resistentissimo tappeto liquido»[10].
Valentina Furlotti
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NOTE
[1] Osip Mandel’štam, Discorso su Dante, SE, 2021, p. 10.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, p.11.
[4] Ivi, p. 23.
[5] Ivi, p. 10.
[6] Osip Mandel’štam, Poesie tradotte da Paul Celan, Crocetti Editore, 2021, trad. it. a cura di Dario Borso.
[7] Osip Mandel’štam, Discorso su Dante, p. 11.
[8] Ivi, p. 9.
[9] Ivi, p. 11.
[10] Ibidem.
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